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Veneto. Le donne sono il 72% del Ssr. Ma spesso guadagnano meno e persiste il gap occupazionale

Sono alcuni degli spunti della laurea in diritto del lavoro con cui ha conseguito la laurea in giurisprudenza all’Università di Verona Nguyen Luu Nha Uyen, studentessa di San Bonifacio. Risulta ancora forte  il divario tra la presenza femminile e l’attribuzione di ruoli di responsabilità: su dieci donne medico solo una arriva a ricoprire l’incarico di primario.

09 LUG - Il ruolo crescente delle donne nella sanità pubblica in Italia e in Veneto, attraverso le esperienze e le iniziative di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro dell’Ulss 20 di Verona e dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie di Legnaro. Due realtà “simbolo”, visto che la prima è un’azienda a guida femminile, mentre il secondo ente è caratterizzato da una forte presenza “rosa” tra i dipendenti. Questo il focus della tesi in diritto del lavoro con cui ha conseguito la laurea in giurisprudenza all’Università di Verona Nguyen Luu Nha Uyen chiamata Mimì, studentessa di origini vietnamite di San Bonifacio.

Un lavoro di ricerca che ha avuto come relatore il direttore del Dipartimento di Scienze giuridiche, professoressa Donata Gottardi, e che, partendo dalle prime esperienze di donne medico nella storia, ha ripercorso gli sviluppi legislativi e sociali del lavoro al femminile nel campo della salute.
La normativa comunitaria e nazionale, l’accesso agli studi e alle professioni sanitarie, la difficoltà nel raggiungere posizioni apicali, ma anche l’attenzione a un’evoluzione più generale, sottile ma costante, che ha portato in anni recenti il legislatore a fissare “quote” di rappresentanza nell’amministrazione pubblica e negli organismi dirigenti delle società quotate (legge Golfo Mosca, n.210/2011). “La democrazia paritaria: alcune esperienze nella sanità pubblica”, questo il titolo della tesi, offre una panoramica ampia e complessa delle politiche di genere e del loro affermarsi, dei piccoli passi avanti e delle troppe difficoltà incontrate sulla strada delle pari opportunità.


L’autrice guarda al ruolo femminile nel lavoro e nella realtà italiane, con lo sguardo di chi, provenendo da una cultura diversa, in cui la donna ha tradizionalmente un ruolo rilevante nella famiglia e nella società, coglie le contraddizioni ma anche le mille potenzialità di un cammino di emancipazione. Oggi in Italia le donne sono circa il 64% dei dipendenti del Ssn (in Veneto addirittura il 72%), sono il 77% del personale infermieristico, ma “solo” il 37% dei medici. Numero che però continua ad essere in costante aumento.

La decisione di “studiare” il lavoro in sanità nasce quindi dalla constatazione di quanto sia ancora forte il divario tra la presenza femminile e l’attribuzione di ruoli di responsabilità: su dieci donne medico solo una arriva a ricoprire l’incarico di primario. L’autrice analizza in particolare l’azienda sanitaria di Verona, l’unica in Veneto ad aver avuto per alcuni anni una direzione strategica tutta “rosa”: oltre a Maria Giuseppina Bonavina, direttore generale al secondo mandato, sono state donne anche i direttori sanitario e amministrativo. Fino a che punto questo “insolito” management si è riflesso nelle politiche di conciliazione dell’azienda? Nella tesi trova posto un’intervista alla dottoressa Bonavina che contiene anche aspetti inediti dell’esperienza personale e lavorativa della manager.

L’altro ente osservato da vicino è l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie che, vista la forte presenza di donne (veterinarie, biologhe, personale tecnico e amministrativo) tra i dipendenti, quasi il 70% del totale, costituisce un “laboratorio” importante non solo nella ricerca sanitaria ma anche nel campo delle strategie di equilibrio tra le responsabilità familiari e quelle professionali. Ecco allora politiche avanzate in tema di applicazione delle norme sul part-time e sulla flessibilità oraria, con iniziative a supporto della genitorialità come il nido aziendale o i contributi per la partecipazione ai centri estivi dei figli dei dipendenti.

Un quadro che si evolve in positivo quindi? Non sempre e non dappertutto. Al di là di alcune esperienze avanzate, le donne, che pure sono quasi la metà della forza lavoro, quattro volte su dieci sono capofamiglia e sono più istruite degli uomini, continuano a guadagnare meno di loro. Nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni in Veneto il 22% delle donne è laureato, percentuale che scende al 17% per gli uomini. Ma nonostante questo esiste ancora un gap a livello occupazionale, considerando che nella stessa fascia d’età gli uomini occupati arrivano al 73% mentre le donne solo al 53%.
Il nostro è un Paese paradossale, conclude l’autrice, nel quale si attribuisce grande importanza al ruolo della famiglia nella società, rischiando poi di trascurare i modi e gli strumenti con i quali questo ruolo può essere sostenuto. L’innovazione del lavoro e nel lavoro è il primo punto: orari ripensati, flessibilità e rotazione delle mansioni sono fondamentali. Ma il divario che oggi ancora esiste potrà essere colmato solo se ci sarà la capacità di mettere in campo serie politiche educative che promuovano l’informazione e la partecipazione. In sanità pubblica come negli altri settori sociali e lavorativi.

Resta di grande interesse l’opzione di istituzionalizzare “quote” di rappresentanza al femminile negli organismi dirigenti. I risultati della legge Golfo-Mosca, riferiti ai cda della società quotate, a tre anni dalla prima applicazione, sembrano dimostrare che l’Italia avesse davvero bisogno di un provvedimento legislativo per garantire alle donne l’accesso ai maggiori vertici decisionali di aziende e società. Oggi infatti le cosiddette quote rosa hanno raggiunto il 26% nella composizione dei cda e quindi l’Italia è andata ben oltre il 20% previsto dalla legge per il primo rinnovo. Un risultato importante se riferito al misero 5,9% del 2008. Tanto che ora per i progressi compiuti in questo campo il nostro Paese in Europa è secondo solo alla Francia.

09 luglio 2015
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