Riorganizzare la sanità non è solo politica è anche e soprattutto una “scienza”

Riorganizzare la sanità non è solo politica è anche e soprattutto una “scienza”

Riorganizzare la sanità non è solo politica è anche e soprattutto una “scienza”

Gentile Direttore,
c’è un tema di fondo che sembra non riuscire ad entrare nel dibattito sul futuro di una sanità in Italia che dovrebbe consentire una risposta adeguata ad eventuali future recrudescenze pandemiche. Alla attenzione  spasmodica verso temi cui è riconosciuta dignità di carattere  “scientifico” come i vaccini, ma lo stesso discorso vale anche gli anticorpi monoclonali (pure essi oggetto di un dibattito anche aspro  tra ricercatori), non corrisponde analoga attenzione verso temi che – chissà perché – sono ritenuti “politici” e non “scientifici” quali la riorganizzazione dei servizi socio-sanitari alla luce delle tragiche conseguenze della pandemia.
 
In questo contesto si assiste a situazioni per certi versi paradossali. Da una parte ieri sera il Ministro Speranza ha favoleggiato (perché di favola al momento si tratta) da Fabio Fazio dell’incremento cui già si starebbe assistendo grazie al Recovery Plan in Italia nei livelli di copertura della assistenza domiciliare  che si intenderebbero portare ai livelli più alti in Europa.
 
Dall’altra, la scorsa settimana qui su QS sono stati pubblicati i risultati dello studio Sant’Anna/Agenas sugli effetti della pandemia sulla produzione ospedaliera che evidenziano un crollo dei ricoveri programmati ed urgenti, un minor ricorso all’ospedale per ictus ed infarto e una riduzione della attività di chirurgia oncologica. Se poi si andasse a valutare l’effetto della pandemia sulla chirurgia ortopedica protesica nelle strutture pubbliche si assisterebbe ad un dato impressionante compensato, in piccola parte, dalla tenuta della tempestività negli interventi per frattura del femore evidenziata nella indagine.
 
Allo stesso tempo i dati Agenas di ieri documentano che i famosi (e discutibili) valori soglia per i ricoveri in area critica (30%) ed in area medica (40%) sono superati rispettivamente da 13 e 9 Regioni/Province  nonostante gli “aggiustamenti” regionali ai dati specie per i posti letto di area critica quantificati a prescindere dalla loro effettiva operatività.
 
Risulta evidente che nella riprogrammazione e riregolamentazione delle reti ospedaliere occorrerà dare un senso ad un concetto nuovo che è quello della “ridondanza” della offerta ospedaliera, intesa come capacità di rispondere elasticamente ad una emergenza epidemica sia in termini strutturali che organizzativi, il che vuol dire più spazi e più personale a disposizione della rete ospedaliera “in caso di necessità”. Vuol dire molte altre cose di cui si continua a non parlare perché la pressione della pandemia è ancora troppo forte per pensare. Vuol  dire ad esempio riprogrammare fabbisogno e formazione del personale e trovare soluzioni per avere dei “riservisti”a disposizione.
 
Quando si riuscirà, se ci si riuscirà, a valutare le cause del sempre richiamato eccesso di mortalità in Italia  per Covid-19 non si potrà non includere tra le variabili da esaminare la necessità che c’è stata di attivare in urgenza e “in ogni modo” posti letto intensivi e semintensivi con personale in una quantità e con un livello di specializzazione certamente inadeguati.
 
Difficilmente si riuscirà a garantire questa ridondanza e contemporaneamente il potenziamento della domiciliarità in un contesto che non ha e non avrà per anni il personale di assistenza necessario a meno che …
 
… a meno che non si decida che la razionalizzazione della rete ospedaliera non è solo auspicabile, ma doverosa ed urgente. Il fatto che questo tema non riesca ad uscire dal cono  d’ombra in cui è finito mi fa venire in mente (anche grazie al Forum in corso qui su QS su sanità e sinistra) la famosa mucca in corridoio di Bersani, quella che dovrebbe essere impossibile non vedere.  
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-On

12 Aprile 2021

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