Demenza frontotemporale. Gli endocannabinoidi possono rallentare la progressione dei sintomi

Demenza frontotemporale. Gli endocannabinoidi possono rallentare la progressione dei sintomi

Demenza frontotemporale. Gli endocannabinoidi possono rallentare la progressione dei sintomi
Un nuovo studio condotto presso la Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma ha dimostrato un miglioramento delle condizioni cliniche nei pazienti trattati con la molecola co-ultraPEAlut rispetto al placebo. I risultati pubblicati sulla rivista Brain Communications.

Un trattamento con endocannabinoidi potrebbe rallentare la progressione dei sintomi nella demenza frontotemporale. Questo il risultato di uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Brain Communications dal gruppo di ricerca diretto dal Prof. Giacomo Koch, vice-direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma e ordinario di Fisiologia presso l’Università di Ferrara. La ricerca, che ha visto come primo autore la Dott.ssa Martina Assogna, ha dimostrato l’efficacia della Palmitoiltanolamide (PEA) ultramicronizzata insieme all’antiossidante flavonoide luteolina (Lut) nel ridurre i sintomi cognitivi e la progressione della malattia in un periodo di sei mesi.

La demenza frontotemporale è una patologia neurodegenerativa che interessa primariamente i lobi frontali e/o temporali del cervello e rappresenta la terza causa di demenza più frequente nella popolazione generale oltre ad essere la prima causa di demenza neurodegenerativa nella popolazione non anziana con oltre il 70% dei casi che si manifesta tra i 45 e i 65 anni di età. È una malattia eterogenea caratterizzata dalla presenza di disturbi del comportamento e dalla compromissione di importanti funzioni cognitive dovute alla degenerazione delle aree frontali e temporali per cui i pazienti sviluppano deficit della capacità di ragionamento, della risoluzione dei problemi e nelle interazioni sociali. Inoltre, in alcune forme si osserva un progressivo disturbo principalmente a carico del linguaggio sia sul versante della espressione che della comprensione. A seconda dei sintomi cognitivi e comportamentali predominanti, sono state riconosciute tre principali sindromi cliniche: una che influenza il comportamento e l’interazione sociale dell’individuo (variante comportamentale della FTD) e due forme di FTD che interessano invece la sfera del linguaggio, con due tipi di afasia progressiva primaria riscontrabili: la variante agrammatica dell’afasia, che impedisce la corretta produzione del linguaggio, e la variante semantica di afasia, che impedisce la comprensione del linguaggio. Inoltre, in tutto lo spettro della FTD, i sintomi cognitivi e comportamentali possono essere associati a segni extrapiramidali (depressione, rigidità, tremore e altri sintomi) o sovrapporsi alla malattia del motoneurone (ad esempio la Sclerosi Laterale Amiotrofica). I sintomi sono progressivi e non ci sono al momento farmaci in grado di rallentare la progressione della malattia.

Attualmente, non esiste un trattamento farmacologico efficace specifico per rallentare la progressione della malattia e le strategie terapeutiche si basano principalmente sull’uso di agenti sintomatici per controllare i sintomi comportamentali. Recenti scoperte hanno supportato l’idea che la neuroinfiammazione sia un elemento chiave nel processo che porta a sviluppare la demenza frontotemporale, alimentando l’ipotesi che nuovi farmaci mirati a modulare la neuroinfiammazione cerebrale possano potenzialmente rallentare la progressione della malattia.

Negli ultimi anni una nuova molecola chiamata “co-ultraPEAlut”, che è una formulazione della Palmitoiltanolamide (PEA) combinata all’antiossidante flavonoide luteolina (Lut) e sottoposta a un processo di ultramicronizzazione, è emersa come potenziale molecola terapeutica nei disturbi neurodegenerativi correlati allo sviluppo della demenza frontotemporale, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), per le sue documentate proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive.

In uno studio pilota pubblicato dal gruppo del Prof. Koch nel 2020 sono stati indagati gli effetti di un mese di somministrazione di co-ultraPEAlut alla dose orale di 700 mg due volte al giorno in un campione di 17 pazienti con demenza frontotemporale. Dall’analisi dei risultati è emerso che la co-ultraPEAlut aveva un effetto migliorativo su alcune funzioni cognitive principalmente attraverso la modulazione dell’attività dell’acido γ-amminobutirrico (GABA), un importante neurotrasmettitore che inibisce la risposta dei neuroni moderando, tra i vari effetti, l’attività oscillatoria corticale ad alta frequenza della corteccia prefrontale.

Sulla base di queste evidenze è stato svolto uno studio clinico randomizzato, controllato contro placebo, in doppio cieco, su 50 pazienti affetti da demenza frontotemporale per valutare la sicurezza e l’efficacia della somministrazione di co-ultraPEAlut nei pazienti. Questo trial clinico randomizzato, appena pubblicato su Brain Communications, ha studiato gli effetti su pazienti trattati con co-ultraPEAlut al dosaggio orale di 700 mg + 70 mg due volte al giorno per 24 settimane. Sia durante che al termine del trattamento è stato indagato l’impatto clinico della molecola sulla gravità della malattia e gli eventuali effetti sui deficit cognitivi, sui sintomi comportamentali, sulle autonomie della vita quotidiana e sui disturbi del linguaggio.

Commenta il prof. Giacomo Koch: “I risultati hanno dimostrato che il trattamento con co-ultraPEAlut ha ridotto la progressione della gravità globale della malattia nei pazienti con demenza frontotemporale. Inoltre, confrontando il co-ultraPEAlut con il gruppo placebo, abbiamo osservato un calo minore nei punteggi delle autonomie della vita quotidiana, suggerendo che il suo utilizzo può avere un ruolo aggiuntivo nel rallentare la compromissione funzionale. Abbiamo anche osservato un vantaggio del trattamento con co-ultraPEAlut nella funzione linguistica.”

Secondo Silvana Morson, presidente della AIMFT, Associazione Italiana Malattia Frontotemporale, “questo studio fornisce un importante segnale per le famiglie dei malati con demenza frontotemporale, aprendo nuovi possibili scenari terapeutici in una patologia complessa che al momento non dispone di trattamenti specifici”. “Questi risultati” conclude il prof. Koch “sono promettenti soprattutto per una patologia orfana di trattamenti efficaci. Sono necessari ulteriori studi multicentrici di Fase 2/3 per confermare la validità clinica di questo approccio terapeutico e per definire meglio i suoi meccanismi d’azione”.

14 Marzo 2025

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