Gentile direttore,
il dibattito riaccesosi intorno alla legge regionale toscana sul suicidio medicalmente assistito, dopo la sentenza n. 204/2025 della Corte costituzionale, mette ancora una volta a nudo una contraddizione che non possiamo più eludere: l’Italia continua a delegare alle Regioni, ai giudici e ai singoli professionisti sanitari la gestione di una materia che esige invece una cornice nazionale chiara, coerente e responsabile.
La Corte costituzionale, a partire dalla sentenza n. 242/2019, ha compiuto un’operazione di supplenza necessaria ma dichiaratamente provvisoria, individuando condizioni rigorose di non punibilità e richiamando il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale e dei Comitati etici territoriali come presìdi minimi di garanzia. Non ha però mai inteso sostituirsi al legislatore. Al contrario, ha più volte sollecitato il Parlamento ad assumersi la responsabilità di una disciplina organica.
Quella responsabilità, nella scorsa legislatura, il Parlamento ha provato ad assumerla. Come relatore del disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito, approvato dalla Camera dei deputati ma mai giunto a conclusione al Senato, ho vissuto direttamente il peso di una scelta difficile, divisiva, ma inevitabile. Quel testo non pretendeva di risolvere il dramma umano che accompagna ogni richiesta di morte medicalmente assistita, né di ridurlo a procedura. Tentava però di sottrarre pazienti, famiglie e operatori sanitari all’arbitrio territoriale e all’incertezza giuridica, restituendo allo Stato il suo ruolo di garante ultimo dei diritti.
Il caso toscano, oggi, è emblematico. La sentenza n. 204/2025 ha correttamente richiamato i limiti delle competenze regionali, senza però negare la legittimità dell’impianto ispirato ai principi costituzionali già tracciati. In questo spazio di rimodulazione si inserisce una riflessione importante, come quella sul ruolo del Comitato etico, che non può essere ridotto a un’“ultima firma” su decisioni già prese, ma deve essere parte sostanziale di un processo valutativo complesso, interdisciplinare e trasparente.
Questa riflessione coglie un punto cruciale: le condizioni indicate dalla Corte — irreversibilità della patologia, sofferenza intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità decisionale libera e consapevole — non sono meri dati tecnici. Sono categorie che richiedono interpretazione, ascolto, comprensione della storia di cura e del significato che la persona attribuisce alla propria sofferenza. Separare rigidamente la valutazione clinico-giuridica dalla riflessione etica significa impoverire il processo decisionale e rischiare di trasformarlo in un adempimento burocratico.
Ma proprio questa complessità rafforza un altro argomento, che, come legislatore, considero decisivo: non può essere una legge regionale, né un singolo Comitato etico, né una Commissione del SSN a sostenere da soli il peso di decisioni che interrogano i fondamenti stessi del patto costituzionale tra Stato, cittadino e cura. Senza una legge nazionale, il rischio è una frammentazione delle tutele, delle procedure e, in ultima analisi, dei diritti, con cittadini trattati in modo diverso a seconda del luogo di residenza.
Una legge dello Stato non serve a “facilitare” il suicidio assistito, né a normalizzarlo. Serve a governarlo, a porre limiti chiari, a definire responsabilità, a proteggere le persone più fragili e gli operatori sanitari da solitudini decisionali insostenibili. Serve anche a chiarire, una volta per tutte, che il suicidio medicalmente assistito non è un’alternativa alle cure palliative, ma si colloca — quando si colloca — dentro un percorso di cura che non abbandona mai la persona.
L’esperienza parlamentare mi ha insegnato che il vero nodo non è tecnico, ma politico e culturale: decidere se lo Stato vuole continuare a voltarsi dall’altra parte, lasciando che siano le sentenze e le leggi regionali a riempire il vuoto, oppure se intende assumersi fino in fondo la responsabilità di una disciplina nazionale, rispettosa della Costituzione e della pluralità delle coscienze, ma finalmente capace di dare risposte.
Il confronto sul ruolo dei Comitati etici è prezioso e va valorizzato. Ma non può diventare un alibi per rinviare ancora una volta ciò che è ormai inderogabile: una legge nazionale sul suicidio medicalmente assistito, che restituisca al Parlamento il compito che la Costituzione gli assegna e ai cittadini la certezza che, anche nei momenti più estremi della vita, lo Stato non si sottrae.
Giorgio Trizzino
Medico palliativista – già relatore alla Camera dei Deputati del disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito