Gentile Direttore,
con la brutta vicenda delle sacche di plasma buttate (di cui eri si è occupato anche Qs) la sanità pubblica delle Marche sembra proseguire la sua corsa verso un inarrestabile declino. E quando parlo di sanità pubblica delle Marche non mi riferisco alla dimensione clinica e tecnica della assistenza erogata (assolutamente adeguata), ma alla qualità del suo governo politico (assolutamente inadeguata). Qualche informazione sulla vicenda: un numero imprecisato (almeno diverse centinaia) di sacche di plasma in deposito presso la officina trasfusionale del Dipartimento Interaziendale Regionale di Medicina Trasfusionale (DIRMT) con sede ad Ancona presso la Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche sono state buttate perché non c’erano le condizioni organizzative per lavorarle nei tempi previsti per il loro congelamento. La dinamica di questo è stata ricostruita con chiarezza da Fanpage che ha fatto lo scoop con una ricchezza di dati e immagini che rimanda a una “talpa” che ha denunciato quanto successo.
In estrema sintesi da questa ricostruzione si ricava che le sacche di plasma buttate sono l’effetto di una carenza cronica di personale tecnico nella officina trasfusionale, quella dove confluisce da tutta la Regione per essere lavorato il frutto delle donazioni coordinate dall’AVIS. La carenza di personale è stata aggravata dalla presenza di personale con contratti a tempo determinato che hanno favorito una fuga costante verso posti di lavoro più stabili. Da Fanpage: “Questa emorragia di competenze ha reso impossibile gestire i flussi di sangue in entrata, creando un pericoloso imbuto produttivo. Quando la quantità di sangue raccolto ha superato la capacità di lavorazione da parte dell’officina, il sistema è entrato in una fase di saturazione che ha reso vano il gesto di migliaia di donatori”. Il plasma deve essere congelato, infatti, entro 24 ore e non essendo riusciti a rispettare i tempi il plasma si è accumulato, si sono saturati gli spazi di stoccaggio e così le sacche di plasma sono finite, con tanto di documentazione fotografica, tra i rifiuti speciali. La criticità era stata segnalata formalmente da tempo alla Regione con la proposta di ridurre temporaneamente le donazioni per consentire all’officina di “rimettersi in pari con i tempi di lavorazione”, misura favorita dalla abbondanza di sangue già raccolto e disponibile. La Regione in tutta risposta non ha accettato la proposta ed ecco così che la tempesta perfetta si è scatenata, con il Direttore del DIRMT che ha rassegnato le dimissioni.
Immediatamente sono partite in Regione sia le contromisure (il personale in qualche modo sta arrivando, si è aperta una inchiesta e si è proceduto alla nomina del nuovo Direttore temporaneo del DIRMT) sia le “smentite” che si sono però potute limitare a ridimensionare il numero delle sacche di plasma buttate e il numero di giorni in cui la lavorazione dell’officina trasfusionale sarebbe andata in crisi (ridicolmente ridotto a uno). Non inseguiamo la ricerca del numero vero di sacche e di giorni e fermiamoci a fare una lettura di sistema di questa incresciosa vicenda che ha riportato ai disonori della cronaca la situazione della sanità delle Marche, a poco più di due mesi dalla notizia del paziente sdraiato per ore a terra per il dolore in un Pronto Soccorso.
In primo luogo giova ricordare che il buon funzionamento del DIRMT è stato a lungo (e in parte per fortuna continua a essere come ricordato ieri su Qs in base ai dati del Centro Nazionale Sangue) una vera eccellenza della sanità delle Marche, frutto della lungimiranza del suo primo Direttore, il dott. Mario Piani, purtroppo prematuramente scomparso. La collocazione della officina trasfusionale presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche non ha favorito la sua attività perché a sua volta l’Azienda è afflitta da una forte incidenza del personale a tempo determinato, frutto di una inadeguatezza del tetto di spesa del personale che le è riconosciuto. L’incremento di questo tetto riconosciuto negli ultimi anni all’Azienda è ancora inadeguato ed è frutto della programmazione della Regione Marche che ha fatto della ipertrofia e frammentazione della rete ospedaliera il suo cavallo di battaglia elettorale, un cavallo che nelle Marche (e non solo nelle Marche) non smette mai di correre. Il mantra delle Giunte di centrodestra che governano le Marche dal 2020 è “noi gli ospedali non li chiudiamo, ma li riapriamo”. Questa posizione ribadita dalla coalizione al Governo regionale in modo ossessivo si è tradotta in una rete ospedaliera, da me sin troppo spesso ricostruita su Qs e me ne scuso, con un 30-40% in più di ospedali con DEA rispetto ai parametri del DM 70 e con ospedali di area disagiata che pure non rispettano questo DM. Se i risultati elettorali sono buoni, quelli assistenziali e organizzativi lo sono molo meno e a volte sono disastrosi. Eventi clamorosi a parte, come quello delle sacche di plasma buttate, nelle Marche funzionano sempre peggio sia gli ospedali (questa Giunta non ne “chiude” nessuno, ma non ne fa funzionare bene nessuno) che i servizi territoriali. Gli ospedali ad esempio hanno i Pronto Soccorso in crisi retti come sono dal personale “a gettone” e appesantiti come sono dal fenomeno del boarding e hanno lunghe liste di attesa per la attività chirurgica, inclusa quella di area oncologica. Ma è nei servizi territoriali che incidono più pesantemente gli effetti del sovrainvestimento della Regione Marche su una rete ospedaliera letteralmente dissennata. Mi limito ad alcuni esempi: i servizi di salute mentale delle Marche hanno avuto la maglia nera come peggiore rete regionale, le liste di attesa per l’inserimento nelle strutture residenziali per anziani nelle Marche sono lunghissime e il Piano demenze è molto indietro come pure i servizi di neuropsichiatria infantile. Insomma nelle Marche il populismo vince le elezioni, ma mette in crisi i servizi. Accanto alle scelte programmatorie sbagliate la Regione Marche fa anche una cattiva gestione delle reti regionali di sua competenza in termini di coordinamento, come è il caso della rete oncologica (vedi l’ultimo report dell’Agenas), una rete che la Regione ha di fatto commissariato.
Queste criticità la Regione Marche le nasconde e ostenta allo stesso tempo grande soddisfazione per i risultati della sua sanità, così buona per Governo e Ministero da far scegliere le Marche come sede del G7 Salute, grazie anche al riconoscimento della Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche quale miglior ospedale pubblico d’Italia. Proprio l’ospedale delle sacche buttate perché la sua officina trasfusionale non regge il ritmo che la politica le impone senza però darle le risorse che servono.
Ecco la sintesi delle caratteristiche della politica di governo populista della sanità delle Marche: scelte orientate al consenso, criticità tenute nascoste o negate anche contro l’evidenza con conseguente incapacità di gestirle e copertura da parte del livello nazionale (cui ho scritto inutilmente più e più volte sui temi della rete ospedaliera). Per i cittadini questo modello vuol dire diritti negati… e sacche di plasma buttate.