Lo scenario macroeconomico 2026 e le policy della salute in Italia
Gentile Direttore, lo scenario macro internazionale è fortemente condizionato da crisi geopolitiche e dalle conseguenze di guerre in atto. Il tutto ha un impatto sul PIL dell’Italia e condiziona, ovvero, limita le risorse per il welfare e la sanità. L’effetto PNRR si sta esaurendo nonostante i tagli rilevanti degli obiettivi per le varie azioni previste.
Gentile Direttore, lo scenario macro internazionale è fortemente condizionato da crisi geopolitiche e dalle conseguenze di guerre in atto. Il tutto ha un impatto sul PIL dell’Italia e condiziona, ovvero, limita le risorse per il welfare e la sanità. L’effetto PNRR si sta esaurendo nonostante i tagli rilevanti degli obiettivi per le varie azioni previste.
I Fondi per il sociale languono o vengono ridimensionati a fronte di un aumento delle fragilità, cronicità e diseguaglianze di salute … Fondamentale diventa sviluppare politiche di integrazione e di prossimità, superando una prevenzione solo sanitaria. Inclusione, comunità proattive, prescrizione sociale sono risposte possibili e di supporto alla sostenibilità del welfare nel nostro Paese.
Il prodotto Interno Lordo
Le ultime stime per il PIL italiano nel 2026 indicano una crescita reale compresa tra lo 0,5% e lo 0,7%. Il trend riflette una fase di rallentamento rispetto agli anni precedenti, in gran parte condizionata dal contesto internazionale e dalla conclusione degli effetti di spinta del PNRR.
Le proiezioni aggiornate dei principali istituti ed enti economici si attestano sui seguenti valori:
Banca d’Italia: Prevede una crescita del PIL allo 0,5%.
Fondo Monetario Internazionale (FMI): Ha ridotto le stime portandole allo 0,5%.
Prometeia: Ha fissato le stime per l’economia italiana a +0,5%.
Confindustria (CSC): Prevede una crescita media attorno allo 0,5%.
CGIA Mestre: Stima una crescita in termini reali intorno allo 0,7%, con un PIL nominale previsto superare i 2.300 miliardi di euro.
Secondo i dati preliminari, il PIL ha registrato un aumento dello 0,2% nel primo trimestre dell’anno rispetto al periodo precedente, confermando le stime di una crescita annua che si manterrà sotto la soglia dell’1%.
UPB: caro prezzi peserà più forte sui più poveri
Le crisi geopolitiche in atto creano problemi di rifornimenti energetici che incidono sul nostro Paese, importatore netto di energia dall’estero. Il caro energia non pesa allo stesso modo per tutti. L’UPB mostra che “l’effettiva perdita di potere d’acquisto” dipenderà dalla composizione del paniere di ciascuna famiglia. Quelle con minore capacità di spesa destinano ad alimentari ed energia una quota molto più alta della media: nel primo quintile, queste voci pesano rispettivamente “39 e 37 punti in più”, mentre per le famiglie dell’ultimo quintile accade l’opposto, con una quota inferiore di “circa 27 punti”. Per questo, scrive l’Ufficio, uno shock concentrato su energia e alimentari si traduce “meccanicamente, in una pressione più intensa sui bilanci delle famiglie con minore capacità di spesa”. Nello scenario più critico, con energia al +13,4%, l’inflazione media sarebbe al 3,5%, ma per i più poveri toccherebbe il 4%, cioè mezzo punto in più della media; all’estremo opposto, le famiglie dell’ultimo quintile si fermerebbero al 3,1%. Da qui l’indicazione dell’UPB: gli interventi “mirati sui segmenti della popolazione più esposti” appaiono, “a parità di onere per la finanza pubblica”, più efficaci delle misure generalizzate sui prezzi.
I salari reali 8 punti sotto i livelli 2020
I salari recuperano, ma restano ancora lontani dai livelli precedenti alla fiammata inflazionistica. L’UPB segnala che nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%, favorendo un recupero del potere d’acquisto. Ma il terreno perduto resta ampio. In termini reali, i livelli restano inferiori a quelli del 2020 per oltre otto punti percentuali.
La stessa fotografia arriva dall’ISTAT, che restringe il confronto al periodo 2021-2025: nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1% e quelle di fatto del 2,6%, più dell’inflazione, pari all’1,7%. Ma tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025, le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali, con cadute più pesanti nei servizi privati (-9,4%) e nella pubblica amministrazione (-9%).
Grafico 1 – I salari italiani sotto il livello 1990.

Bankitalia: crescita all’1% non risolve situazione del Paese
Non basterà un nuovo giro di bonus o tagli alle accise per cancellare il conto del caro energia. Per l’Italia, che importa combustibili, il rincaro di petrolio e gas è un trasferimento di risorse verso l’estero, in larga parte inevitabile. Lo Stato può decidere chi assorbe il colpo, non eliminarlo: la politica di bilancio non può annullarne l’impatto, ma solo redistribuirne gli effetti tra consumatori, imprese e generazioni. Se lo fa in deficit, sposta una parte del costo su quelle future. Sullo sfondo resta il vincolo dei conti: per Bankitalia sarà cruciale monitorare in modo accurato l’andamento delle spese, perché un’inflazione più alta del previsto renderebbe ancora più difficoltoso rispettare il percorso di consolidamento programmato.
Corte dei Conti: su spesa netta Italia fuori da parametri Ue nel 2025
La Corte dei Conti si concentra sull’indicatore chiave del nuovo Patto di stabilità: la spesa netta. Nel 2025 l’Italia ha già superato il sentiero concordato con Bruxelles, con una crescita dell’1,9% contro l’1,3% raccomandato. Lo scostamento finirà nel conto di controllo della Commissione, pur restando sotto la soglia di tolleranza. A pesare, ancora una volta, la spesa inattesa da Superbonus. Nel 2026 il Governo rientra nel binario, con una crescita dell’1,6%, ma solo temporaneamente: nel 2027 la spesa netta tornerebbe al 2,2%, sopra il limite dell’1,9%, e salirebbe al 2,5% nello scenario a politiche invariate (se il Governo vuole rinnovare le sue politiche, lo dice anche ISTAT). Per questo la Corte chiede più trasparenza: il DFP offre dati troppo aggregati e arrotondati per ricostruire davvero le determinanti dell’indicatore.
Il decimale che fa saltare l’uscita anticipata dalla procedura Ue resta dunque inchiodato al Superbonus, ma anche alle regole statistiche europee.
ISTAT, replica sul deficit: “Non bastava il 2,99%”
Nell’audizione scritta ISTAT spiega che il deficit 2025 è migliorato di 905 milioni rispetto alla stima di marzo, senza però cambiare l’incidenza sul Pil: 3,1%. Nella replica orale l’Istituto aggiunge un messaggio politico-istituzionale: quei conti non si possono piegare alla soglia. Devono reggere al vaglio di Eurostat. L’ISTAT respinge, con toni tecnici ma netti, la polemica sul decimale che ha tenuto l’Italia sopra il 3% di deficit. Dopo il 31 marzo la valutazione non è più solo nazionale ma “congiunta” con Eurostat. E il punto è anche evitare una “riserva sui conti”, cioè un giudizio negativo di affidabilità da Bruxelles. Ancora più esplicita la replica sulla soglia del 3%. L’interpretazione di Bruxelles è quella dell’eccesso del 3%: non sarebbe bastato planare a 2,99%. C’è un’area di dubbio tra 2,99% e 2,94%, e solo quest’ultimo valore avrebbe potuto portare l’Italia fuori dalla procedura per deficit eccessivo. Inoltre avverte ISTAT, il rapporto deficit/PIL è molto più sensibile al numeratore che al denominatore: per scendere sotto la soglia con una revisione del PIL sarebbe servito un aumento molto ampio.
Il FMI ha ridotto le stime di crescita del PIL italiano
Il World Economic Outlook di aprile 2026 segnala una frenata legata allo scenario di guerra, prevedendo inflazione al 2,6% nel 2026 e un calo della disoccupazione al 6%. La revisione è, quindi, dovuta agli effetti dei conflitti in Medio Oriente. L’inflazione viene prevista al 2,6% quest’anno e al 2,4% nel prossimo. La disoccupazione attesa sarà in lieve calo al 6% nel 2026, dal 6,1% del 2025. L’Italia si conferma fanalino di coda tra le prime quattro economie dell’Eurozona.
Questo a fronte di una crescita del PIL globale che è prevista mantenersi al 2,9% nel 2026 prima di aumentare leggermente al 3,0% nel 2027, sostenuta da forti investimenti tecnologici e dalla riduzione delle tariffe, secondo l’ultimo Outlook Economico dell’OCSE.
La spesa pubblica rispetto al PIL in Italia ha avuto una media del 50,28% del PIL dal 1990 al 2025, raggiungendo un massimo storico del 56,80% del PIL nel 2020 e un minimo storico del 46,40% del PIL nel 2000.
La crescita è trainata dal PNRR, ma persiste il rischio di stagnazione in scenari avversi.
Il 2026 è un anno cruciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), fondamentale per sostenere gli investimenti e la produttività in un contesto di crescita debole. Il PNRR italiano ammonta a 191,5 miliardi di euro (68,9 mld di sovvenzioni e 122,6 mld in prestiti). A fine 2023, la spesa effettiva era di 45 miliardi, salita a 57,5 miliardi entro settembre 2024, evidenziando un ritardo accumulato. Al 30 novembre 2025, la spesa sostenuta dalle amministrazioni è pari a circa il 72,35% delle risorse ricevute. Al 29 aprile 2026, l’Italia ha incassato 139,9 miliardi di euro, comprese le rate fino alla nona.
Tuttavia, la spesa effettiva risulta più lenta delle previsioni iniziali, con circa 101 miliardi di euro spesi al 30 novembre 2025, concentrando la sfida attuativa nell’anno finale del Piano. Le stime del Piano Strutturale di Bilancio (PSB) del 2025 hanno rivisto al ribasso l’impatto sul PIL per il 2024-2025, alzandolo per il 2026, a causa dello slittamento delle spese. L’attuazione completa mira a un incremento del PIL fino al +2,5% entro il 2026. La Corte dei Conti evidenzia che, pur rispettando i target, l’effettiva realizzazione degli investimenti resta complessa. Le stime più recenti sembrano scontare non solo un ritardo nell’implementazione delle misure rispetto a quanto pianificato, ma anche un peggioramento nel grado di efficienza (“medio” e non più “alto”) nello spendere le risorse.
Tabella 1 – Impatti sul PIL reale del PNRR secondo il Piano Strutturale di Bilancio 2024 Italia

Il DEF di aprile e il l’impatto del PNRR
Nel DEF di aprile era previsto un impatto del PNRR sul PIL di 0,9 punti percentuali (p.p.) di crescita aggiuntiva per il 2024, ma nella stima aggiornata del PSB, a ormai pochi mesi dalla fine dell’anno, l’impatto stimato è crollato a 0,1%. Revisioni al ribasso sulle stime di impatto erano già avvenute in passato: per esempio, per il 2023 la stima di impatto annuale del PNRR è passata da +0,7 p.p. nel DEF 2021 a +0,5 p.p. nel DEF 2024, ovvero “a consuntivo” rispetto alle informazioni sulla spesa effettiva. Revisioni ancora più ampie si sono registrate per il 2021 e 2022.
Grafico 2 – Proiezioni Openpolis PNRR, tra il 2024 e il 2025 le maggiori erogazioni per gli enti locali

Missione 6 Salute
La Missione 6 (Salute) del PNRR al 2026 è in una fase decisiva, puntando a chiudere entro giugno la realizzazione di case e ospedali di comunità, nonostante le sfide sulla carenza di personale. Al 2025 risultavano finanziati oltre 10.000 progetti, con un avanzamento del 74-77% per le strutture territoriali e un’alta percentuale di grandi apparecchiature già ordinate e collaudate
Lo Stato Avanzamento PNRR M6 ad Aprile/Maggio 2026 è il seguente:
| Sotto Misure | Stato avanzamento | Problemi esistenti |
| M6C1 Prossimità e Salute Territoriale | Rimodulazione delle Case di Comunità. | Difficoltà nel completamento dei lavori edilizi entro la scadenza europea del 2026. Mancanza personale. |
| M6C2 Innovazione e Ricerca SSN | Avanzato il piano per 3.100 nuove grandi apparecchiature. | Contratti firmati, ma parzialmente da eseguire e collaudare. |
Criticità da monitorare
- Rimodulazione Target: Il numero di Case di Comunità è stato rimodulato (da 3.100 iniziali su 60 milioni di residenti a 1.530 e poi a 1.350 e ora a 936, ovvero – 60,6%, in alcune proiezioni) per garantire la fattibilità tecnica.
- Ospedali di Comunità: il numero previsto è passato dagli originari 400 previsti ai 307 attuali, con una rimodulazione decisa per evitare ritardi legati all’aumento dei costi di costruzione e concentrarsi sulla ristrutturazione di edifici già esistenti.
- Centrali Operative Territoriali: Il Governo rispetto al PNRR ha ridimensionato il target iniziale di 600 COT, fissando un obiettivo europeo di 480 Centrali Operative Territoriali (COT). Questo traguardo è stato superato, con oltre 610 COT attivate: Per il vero esistevano già circa 600 CUA ex Covid-19, che sono state riadattate allo scopo.
- Assistenza Domiciliare (ADI): Target incrementato per raggiungere oltre 1,4 milioni di pazienti over-65 (dati 2025/2026). Più facile da realizzare in quanto è oltre al 90% in outsourcing da parte delle ASL.
- Risorse Umane: Forte preoccupazione sulla capacità delle amministrazioni regionali di gestire la manutenzione e il personale delle nuove strutture realizzate.
Welfare sociale
Il panorama del welfare sociale in Italia nel 2026 e negli anni successivi è caratterizzato da un forte focus sul contrasto alla povertà, il rafforzamento dei fringe benefit aziendali e un adeguamento graduale dei requisiti pensionistici. La Legge di Bilancio 2026 destina oltre 10 miliardi di euro ai fondi per il welfare, con una particolare attenzione alla disabilità e alla famiglia. Nella Legge di Bilancio 2026, i fondi per il welfare sociale ammontano a 10.072.398.000 euro. Parliamo dei Fondi che influenzano o finanziano la spesa sociale a livello locale. Tali risorse sono distribuite in 24 fondi diversi che appaiono tanti per gli oneri burocratici e rendicontativi che ognuno di questi Fondi genera. Senza ridimensionare le risorse forse sarebbe più facile la gestione del sistema se alcuni Fondi si aggregassero; vedi i Fondi a contrasto della povertà e quelli per la disabilità che sono addirittura sei. La gran parte delle risorse sono destinate al contrasto della povertà; a questa finalità sono destinati 7.534.990.000 euro (erano 7.444.620.000 nel 2025) euro pari al 74,8% (era il 71,2% nel 2025) del totale della spesa per il welfare sociale. Al secondo posto per dimensione della spesa ci sono gli interventi per la disabilità che possono disporre di circa un miliardo di euro, una somma sostanzialmente identica a quella dell’anno precedente. Al resto dei settori di intervento (minori, famiglia, anziani, ecc.) vanno finanziamenti limitati.
Tabella 2 – Finanziamenti nazionali aggregati per l’assistenza locale (welfare locale) (dati in migliaia di euro)
| Fondi | 2022 | 2024 | 2025 | 2026 | 2027 | 2028 |
| F Politiche Sociali | 11.502.412 | 11.260.517 | 10.166.891 | 10.415.608 | 10.325.640 | 10.251.240 |
| F Povertà | – | 594.677 | 601.120 | 617.000 | – | – |
| F Politiche Migratorie | 1.497.638 | 1.733.665 | 2.086.503 | 1.796.774 | 1.611.774 | 1.611.774 |
| Totale Fondi | 13.000.050 | 13.588.859 | 12.854.514 | 12.829.382 | 11.937.414 | 11.863.014 |
Tabella 3 – Finanziamenti nazionali di interesse per il terzo settore (dati in migliaia di euro)
| Fondi | 2022 | 2024 | 2025 | 2026 | 2027 | 2028 |
| Fondo x Servizio Civile Universale | 311.581 | 143.051 | 330.899 | 382.483 | 387.483 | 385.483 |
| Fondo progetti 3°Settore | 61.960 | 61.960 | 55.739 | 54.818 | 54.113 | 54.113 |
| Fondo x RUNTS | 15.000 | 15.000 | 15.000 | 15.000 | 15.000 | 15.000 |
| F. Autocontrollo Enti del Terzo Settore | 5.000 | 5.000 | 5.000 | 5.000 | 5.000 | 5.000 |
| 5 X 1.000 | 525.000 | 525.000 | 525.000 | 610.000 | 610.000 | 610.000 |
| Coop.ne sviluppo (tramite Agenzia) | 547.000 | 600.837 | 599.604 | 563.372 | 584.848 | 586.823 |
| Totale Fondi | 973.241 | 1.350.848 | 1.531.242 | 1.630.673 | 1.656.444 | 1.656.419 |
Dal 2022 (Governo Draghi) al 2026 (Governo Meloni) la spesa di bilancio per il welfare sociale (locale) è passata da 11 miliardi e 502 milioni di euro a 10 miliardi e 415 milioni, con una riduzione degli stanziamenti di un miliardo e 87 milioni pari al 9,4% del complesso della spesa. In realtà, la riduzione dei fondi per il welfare sociale in questi ultimi tre anni è stata ancora più elevata perché non si è tenuto in alcun conto della svalutazione a causa dell’inflazione.
Dal 2022 al 2026 il bilancio dello Stato è cresciuto di 115,2 miliardi di euro mentre il settore di spesa del welfare sociale ha visto addirittura una riduzione del volume complessivo della spesa. In altre parole, la spesa per il welfare sociale (tab. 2) è passata dall’1,56% delle spese finali complessive del bilancio statale 2022 all’1,09% del 2026.
Considerazioni conclusive
Lo scenario è complesso per qualsiasi Governo in carica. Crisi geopolitica e energetica esalteranno tutte le fragilità del nostro Paese. Le tendenze generali vedono il rischio di nuove diseguaglianze di salute e cresce il numero dei fragili, disabili, soli … non solo anziani. Rischiamo un’implosione del welfare per i tagli delle spese dedicate, e anche per il restringimento della base imponibile del nostro Paese. Molti contribuenti non pagano l’IRPEF. Abbiamo una parcellizzazione burocratiche delle competenze che bloccano lo sviluppo di politiche di inclusione e integrazione. La serie storica conferma un welfare che alterna incrementi selettivi a stabilità nominali e azzeramenti improvvisi: una dinamica che rende difficile programmare e scarica sui territori – e spesso sugli ETS – il compito di compensare la discontinuità.
Se la manovra 2026-28 conferma alcune scelte importanti (aumento del tetto del 5 per mille, lieve crescita del Fondo non autosufficienza dal 2027), restano aperte tre priorità:
Adeguare almeno i fondi strutturali più esposti all’erosione reale;
Rafforzare la componente di servizi e presa in carico nelle politiche di contrasto alla povertà;
Evitare azzeramenti di capitoli “di prossimità” che interrompono filiere territoriali già fragili.
Occorrerebbe lanciare policy di sviluppo per processi di integrazione e di empowerment delle comunità, ovvero, sviluppare processi di valorizzazione degli asset esistenti nei territori e riorientare le policy da un approccio per patologia a quello sulla persona; favorire la medicina di prossimità, di popolazione, di comunità verso uno sviluppo di prevenzione diffusa e integrata. Il tutto verso una migliore sostenibilità del SSN e del SSR. Non siamo condannati ad una “privatizzazione strisciante” della sanità. Parlare di policy integrate è possibile e necessario. In diverse Regioni è in atto. Copiamo con intelligenza le buone pratiche e le riproduciamo e le divulghiamo.
Giorgio Banchieri,
Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DiSSE, Università “Sapienza”, Roma
25 Maggio 2026
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