Gentile Direttore,
con riferimento alla dichiarazione congiunta tra Italia e India del 19 e 20 maggio 2026 sulla mobilità degli infermieri e il riconoscimento accelerato dei titoli professionali, desidero sottoporre alcune considerazioni che riguardano non tanto il contesto della decisione, quanto le sue implicazioni operative e strategiche per il Servizio sanitario nazionale.
L’Italia perde ogni anno migliaia di infermieri verso Svizzera e Nord Europa, attratti da condizioni economiche e professionali più competitive. Il differenziale retributivo rispetto alla media OCSE, unito a carichi di lavoro elevati, burnout diffuso e crescente esposizione ad aggressioni, continua a rappresentare il principale fattore di espulsione dal sistema. Il risultato è un progressivo impoverimento degli organici che incide direttamente sulla tenuta dei servizi, in particolare nelle aree dell’emergenza e della continuità assistenziale.
La risposta che si sta delineando sul piano internazionale punta ad accelerare l’ingresso di infermieri provenienti da altri Paesi, attraverso percorsi semplificati di riconoscimento dei titoli, formazione linguistica preliminare e inserimento rapido nei servizi sanitari regionali. È una scelta che, sul piano pragmatico, consente di ridurre nell’immediato le scoperture di personale, ma che solleva interrogativi rilevanti se non accompagnata da un intervento strutturale sulle cause interne della carenza. Il punto centrale non è la presenza di infermieri stranieri nel sistema sanitario italiano. Al contrario, la mobilità internazionale delle professioni sanitarie è un fenomeno fisiologico e potenzialmente virtuoso.
Il nodo riguarda l’utilizzo del reclutamento estero come principale leva di compensazione di una crisi che origina all’interno del sistema stesso. Il rischio concreto è che questa impostazione produca una sostituzione progressiva della capacità attrattiva interna senza intervenire sui fattori che determinano la fuga dei professionisti italiani. Se il sistema non è in grado di trattenere i propri infermieri, resta aperta una questione di sostenibilità anche rispetto ai professionisti reclutati dall’estero. Le dinamiche di mobilità verso Svizzera, Germania e Nord Europa, caratterizzate da migliori condizioni economiche e organizzative e da una maggiore stabilità contrattuale, non riguardano infatti solo i professionisti italiani, ma potenzialmente qualsiasi infermiere inserito nel sistema nazionale.
In questo senso, il tema non è la provenienza del personale, ma la capacità del Servizio sanitario nazionale di essere competitivo nel mercato europeo del lavoro sanitario. Senza un miglioramento delle condizioni complessive di esercizio della professione, il reclutamento internazionale rischia di generare un turnover continuo che non stabilizza i servizi ma li rende strutturalmente dipendenti da nuovi ingressi. Un ulteriore elemento critico riguarda le modalità di inserimento accelerato. La professione infermieristica richiede integrazione nei team assistenziali, padronanza linguistica adeguata, conoscenza dei protocolli organizzativi e capacità di gestione autonoma delle situazioni cliniche. L’efficacia dei percorsi di tutoraggio e formazione sul campo diventa quindi determinante per garantire sicurezza delle cure e continuità assistenziale, soprattutto nei contesti ad alta complessità.
Alla luce di queste considerazioni, il reclutamento internazionale può avere senso solo come componente di una strategia più ampia. Tale strategia dovrebbe necessariamente includere una revisione dei tetti di spesa sul personale sanitario alla luce dei mutati bisogni demografici, un progressivo allineamento retributivo agli standard europei, politiche di retention capaci di ridurre il turnover e investimenti sulla sicurezza e sul benessere organizzativo degli operatori. In assenza di questi elementi, il rischio è quello di consolidare una gestione della carenza basata sulla sostituzione continua di personale, piuttosto che sulla costruzione di un sistema stabile e attrattivo. Una dinamica che, nel medio periodo, non risolve la fragilità del Servizio sanitario nazionale ma ne riproduce ciclicamente le condizioni di instabilità.
Giuseppe Cerullo
Infermiere di area critica