Dalla gestione del diabete ai modelli organizzativi: il PDTA diventa strumento di assistenza reale

Dalla gestione del diabete ai modelli organizzativi: il PDTA diventa strumento di assistenza reale

Dalla gestione del diabete ai modelli organizzativi: il PDTA diventa strumento di assistenza reale

Dalle linee guida ai protocolli operativi, il vero salto di qualità del Servizio sanitario passa dalla capacità di tradurre le evidenze in percorsi concreti. Il progetto di definizione di un modello operativo struttrato ed integrato per la cura del paziente diabetico, un lavoro congiunto tra istituzioni, clinici e management sanitario, mette al centro organizzazione, integrazione e misurazione dei risultati per garantire cure più efficaci e sostenibili

La qualità dell’assistenza sanitaria non si gioca soltanto sul piano delle competenze cliniche o delle innovazioni tecnologiche. Sempre più, il vero terreno su cui si misura l’eccellenza è quello dell’organizzazione. È in questa cornice che si inserisce il progetto di definizione di un modello operativo strutturato ed integrato per la cura del paziente diabetico, realizzato da Boston Consulting Group (BCG) e dall’ Associazione dei Cavalieri italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta, che richiama la necessità di un passaggio decisivo: trasformare le raccomandazioni in strumenti realmente applicabili nella pratica quotidiana. Il nodo centrale è il Percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA), che da riferimento teorico deve diventare una guida concreta lungo tutto l’iter di cura. Un passaggio tutt’altro che scontato, che richiede non solo aggiornamento scientifico, ma una profonda revisione dell’organizzazione. In questo quadro, il progetto, sintetizzato nel documento Scelta organizzativa per l’eccellenza sanitaria. Dalle linee guida ai protocolli operativi: ripensare il percorso diagnostico-assistenziale” pubblicato sul sito di Boston Consulting Group (a cura di: di Edoardo Bellomo, Alessandra Catozzella, Stefano Cazzaniga, Vincenzo Cimino, Alessandra Di Flaviani, Ben Horner, Maria Lucia Leone, Nicola Napoli, Imma Ottaiano, Tommasangelo Petitti, Daniela Poli e Lorenzo Positano. Con il contributo non condizionato di Novo Nordisk) evidenzia come il cambiamento non riguardi solo la dimensione clinica, ma soprattutto la capacità del sistema di tradurre le evidenze in processi realmente applicati nella pratica quotidiana, rendendo il PDTA uno strumento operativo e non più soltanto teorico.

Il diabete come banco di prova della complessità

Se c’è un ambito in cui questa trasformazione appare urgente, è quello del diabete. Una patologia cronica in costante crescita che mette sotto pressione il sistema sanitario non solo per il numero di pazienti (589 milioni di adulti nel mondo e oltre 4 milioni in Italia, dove la prevalenza è quasi raddoppiata negli ultimi vent’anni), ma per la complessità dei bisogni che esprime. Per lungo tempo la gestione è stata orientata soprattutto al controllo dei parametri glicemici. Un approccio necessario, ma parziale, che rischia di non cogliere la dimensione sistemica della malattia, le sue implicazioni cardiovascolari e renali, così come il peso degli aspetti psicologici e sociali. Oggi è sempre più chiaro che la persona con diabete non può essere ridotta a un valore clinico: è un paziente con bisogni che cambiano nel tempo, influenzati dal contesto di vita e dalle condizioni socio-economiche. Ignorare questa complessità espone al rischio di percorsi frammentati e discontinui. Da qui la necessità di un cambio di paradigma: costruire modelli di presa in carico integrati, personalizzati e multidisciplinari, realmente centrati sulla persona.

Il contributo delle istituzioni e della ricerca

Il lavoro nasce dalla collaborazione tra realtà diverse – Boston Consulting Group (BCG) e Associazione dei Cavalieri italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta – unite dall’obiettivo di costruire modelli organizzativi più efficaci. “Viviamo un momento in cui si parla sempre più di longevità e del suo possibile paradosso. La domanda chiave è: come trasformare gli anni di vita in più in anni vissuti in buona salute? Le risposte esistono e sono spesso già strutturate in percorsi anche ben congeniati (PDTA). Tuttavia – evidenzia Edoardo Bellomo, Direttore Generale dell’Associazione Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta – per generare reale impatto, questi strumenti devono essere testati su larga scala e accompagnati da modelli attuativi chiari e concreti. Da qui è partito il nostro percorso. Inizialmente pensavamo di affrontarlo in autonomia, ma abbiamo presto capito l’importanza di aprirci al confronto con partner internazionali, mettendo alla prova il nostro lavoro — che coinvolge circa 50mila pazienti diabetici ogni anno — e analizzando le migliori pratiche a livello globale. Il risultato più incoraggiante è che i nostri Centri Diabetologici già oggi intercettano una quota rilevante dei bisogni di salute, contribuendo in modo concreto alla prevenzione e alla gestione dei principali fattori di rischio. L’obiettivo ora è fare un passo in più: trasformare questa esperienza in un sistema, rendendo operativo un approccio realmente olistico al paziente e traducendolo in un modello organizzativo applicabile, misurabile e scalabile”.

Da documento a pratica clinica: il nodo dei PDTA

Il passaggio successivo, evidenziano gli attori del progetto, riguarda la necessità di trasformare i PDTA in strumenti realmente operativi, capaci di orientare l’attività clinica quotidiana e non restare solo schemi teorici. Dunque, non più documenti formali, ma strumenti operativi in grado di tradurre le linee guida in processi concreti, misurabili e adattabili ai diversi contesti. “Il nuovo modello che abbiamo introdotto nella presa in carico dei pazienti con diabete cronico ha modificato profondamente le modalità di gestione, ampliando l’attenzione non solo agli aspetti strettamente diabetologici, ma anche all’insieme dei bisogni clinici correlati, che coinvolgono diverse specialità come la cardiologia, la dermatologia e altre discipline coinvolte nel percorso assistenziale”, spiega Tommasangelo Petitti, Direttore Sanitario dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta e Professore associato in Igiene all’Università Campus Bio-Medico di Roma. Un’organizzazione che supera anche i confini del singolo centro: “Il paziente, se non trovasse collocazione nel centro al quale si riferisce normalmente, viene comunque tutelato e preso in carico e gestito in un altro dei nostri centri”, aggiunge Petitti.

Governance e integrazione: il cuore del cambiamento

Il progetto ha fatto leva su un punto chiave: non basta definire cosa fare, è necessario chiarire responsabilità, tempi e strumenti. Serve una governance strutturata, capace di coordinare i diversi attori del sistema e di ridurre frammentazioni e discontinuità. L’integrazione diventa così la parola chiave: tra ospedale e territorio, tra clinici e management, tra dati e decisioni. Una visione che trova riscontro anche nella pratica descritta da Petitti: “Fare in modo che un PDTA diventi operativo porta innanzitutto a una verifica di come si lavora e quindi a un’analisi delle differenze fra ciò che si vorrebbe fare e ciò che effettivamente si fa”. Altro elemento centrale è l’utilizzo dei dati. La crescente disponibilità di informazioni, grazie alla digitalizzazione, deve tradursi in uno strumento di governo dei percorsi. “Si va dal numero di controlli necessari fino al risultato clinico, come la glicemia o l’emoglobina glicata, ma anche la qualità della vita dei pazienti”, sottolinea Petitti. Misurare gli esiti, monitorare le performance e confrontare le pratiche diventa essenziale per garantire qualità e appropriatezza, trasformando i dati in decisioni operative.

Benchmark internazionali e ruolo della comunicazione

Un ulteriore contributo arriva dall’esperienza internazionale, come spiega Daniela Poli, Partner Healthcare & Public Sector di Boston Consulting Group (BCG). “Abbiamo utilizzato benchmark del Regno Unito e del Medio Oriente. Dal modello UK abbiamo preso la logica dell’educazione e dell’autogestione come leva fondamentale per favorire l’aderenza alle cure e la responsabilizzazione del paziente, mentre da Ministero della salute di Dubai abbiamo integrato la dimensione del benessere mentale da inserire stabilmente nel percorso”. Un modello pensato per essere scalabile: “Integra clinica, educazione, supporto psicologico e misurazione degli esiti”. E la comunicazione diventa leva strategica: “Quando gli stakeholder riconoscono il proprio ruolo e ne vedono i benefici, il modello smette di essere teorico e diventa un modo di lavorare”.

Il modello patient-centered e la presa in carico globale

La centralità del paziente è il cuore anche della riflessione del professor Nicola Napoli, ordinario di Endocrinologia all’Università Campus Bio-Medico di Roma che ha contribuito alla valutazione del modello insieme a un panel multidisciplinare di professionisti: “è fondamentale per il paziente avere un accesso dedicato e facilitato all’interno delle strutture che offrono servizi di presa in carico della patologia diabetica, con percorsi ben strutturati a seconda delle condizioni cliniche e del rischio”, afferma, “Si tratta di ingaggiare il paziente in un percorso condiviso di cure e attenzioni a 360 gradi, lavorando anche sulla prevenzione primaria”. Fondamentale il ruolo dell’infermiere: “Una figura centrale, non più secondaria, ma coordinatrice delle attività assistenziali e della formazione del paziente”, spiega Napoli. Il cambiamento riguarda anche il ruolo del diabetologo. “Il paziente deve essere al centro della nostra attenzione. Il diabetologo oggi non ha più solo il focus sul controllo glicemico, ma è anche esperto di tecnologia e nella gestione delle complicanze”, sottolinea il professore di endocrinologia. Dal progetto congiunto emerge, dunque, un approccio multidisciplinare e olistico, in cui l’obiettivo non è solo prevenire le complicanze, ma migliorare la qualità della vita e l’aderenza terapeutica. L’eccellenza sanitaria non è un punto di arrivo, ma un processo continuo che richiede visione strategica, riorganizzazione dei modelli assistenziali e capacità di integrazione tra professionisti e livelli di cura. Soprattutto, richiede il coraggio di passare dalla teoria alla pratica, trasformando le raccomandazioni in percorsi realmente operativi, misurabili e centrati sulla persona.

Isabella Faggiano

03 Giugno 2026

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