Gentile Direttore,
torniamo sulla questione dei Medici di Medicina generale, non solo perché avevamo sperato in un cambiamento che a causa di interessi corporativi e persistenze organizzative è sfumato.
Nonostante le molte prese di posizione a favore di questo cambiamento che sarebbe stato epocale, e anche il coraggio che sembrava avere il Ministro almeno per un lasso di tempo, non si è avuta la forza e il coraggio di segnare un cambiamento necessario per un sistema sanitario capace di rispondere alle molte e nuove esigenze della popolazione che vive nei territori a partire da quelli periferici.
Un esito che dimostra come l’insieme del sistema politico del nostro paese e dei governi che si sono succeduti abbiano una sostanziale continuità quando si tratta di affrontare il rapporto con le organizzazioni di rappresentanza di medici di famiglia e di specialisti ambulatori.
Persiste la convinzione che i MMG e gli specialisti cosiddetti SUMAI abbiano il potere di orientare le scelte elettorali dei propri iscritti.
Un assunto che forse poteva avere qualche rilevanza negli anni ‘90 ma che oggi è totalmente privo di plausibilità
Il MMG è oggi lontano dai propri pazienti che scelgono il proprio medico di famiglia non in virtù di una libera scelta ma sulla base della reale e contingente disponibilità di posti liberi: su quello che offre un mercato sempre più povero di professionisti peraltro quasi tutti massimalisti.
Di fatto il ruolo che negli anni 90 svolgeva il MMG oggi viene ricoperto dal farmacista sempre disponibile “on demand” e senza necessità di prenotazione per rispondere alle necessità quotidiane di salute.
Nonostante questo, il problema di una efficace presenza di cure primarie rimane e si accentua con l’invecchiamento della popolazione.
La necessità di azioni preventive prima che il problema di salute cronicizzi, l’esigenza della continuità assistenziale in popolazioni fragili, ma anche il contenimento dei costi per la salute, sono alla base di quel cambiamento da molti auspicato e oggi ulteriormente rimandato
Anche “L’accordo” delle 6 ore settimanali massime di presenza dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità è un segno della incapacità dei decisori pubblici ai diversi livelli, perché subordinato alle organizzazioni di categoria, a fare una scelta di modernità e adeguatezza delle cure territoriali.
Un accordo che resterà inevaso in quanto esclude i massimalisti e che pertanto sarà onorato solo e se ci sarà la concreta possibilità, dal personale a contratto orario.
Eppure, si poteva prevedere il passaggio a dipendenza solo per i nuovi assunti senza incidere sui diritti quesiti del personale già in servizio come da noi più volte sostenuto.
Era quello che oltretutto chiedono da tempo i giovani medici che si battono per un cambio di paradigma perché più interessati ai modelli di cura che ai privilegi che le convenzioni garantiscono e che perseguono invece con ostinazione i medici “sindacalizzati” avanti di carriera.
La presenza di medici di medicina generale, alle dipendenze del sistema pubblico, con un impegno continuativo quotidiano e in gruppo con altri professionisti rimane la sola strategia per una medicina di prossimità funzionale, ma cosa ancora più importante significa rendere operative le case di comunità come ambiti di salute vicini alla popolazione, come luoghi riconoscibili e frequentati dai cittadini e non come meri contenitori di singole prestazioni.
Medici di medicina generale adeguatamente formati e presenti sul territorio nelle case di comunità quali luoghi di incontro e di presa in carico della popolazione in una logica di gruppo multiprofessionali sono il perno di un sistema sanitario pubblico che fa delle reti di cura e della prevenzione il suo punto di forza.
Un sistema che non scarica sui pronto soccorso e sul privato, più o meno accreditato, prestazioni che spesso sono l’esito di una sensazione di spaesamento o di tardiva presa incarico degli individui con problemi più o meno reali di salute.
Pronto soccorso sempre meno ospitali per il rigetto dei medici di impegnarsi nel settore dell’emergenza e per la più generale fuga dal servizio pubblico e dal nostro paese dei giovani laureati in cerca di una meritata carriera.
Medici di medicina generale dipendenti, adeguatamente formati e retribuiti, e case di comunità quali punto di riferimento per la popolazione, e non meri contenitori fisici, oltre che svolgere un importante ruolo di filtro rispetto a prestazioni specialistiche costituiscono anche un freno a ricoveri impropri.
Sono sempre più urgenti scelte coraggiose in sanità se non si vuole fare morire definitivamente quel che resta di un ottimo servizio sanitario
Roberto Polillo e Mara Tognetti