La morte di un uomo e il fallimento delle risposte istituzionali

La morte di un uomo e il fallimento delle risposte istituzionali

La morte di un uomo e il fallimento delle risposte istituzionali

Gentile Direttore, permettimi di proporre qualche riflessione sull’orribile morte di un uomo a Bologna avvenuta poche ore fa. Mi pare di ritrovare più livelli di una potenziale e benefica discussione pubblica e disciplinare che come Psichiatria Democratica auspichiamo....

Gentile Direttore,
permettimi di proporre qualche riflessione sull’orribile morte di un uomo a Bologna avvenuta poche ore fa. Mi pare di ritrovare più livelli di una potenziale e benefica discussione pubblica e disciplinare che come Psichiatria Democratica auspichiamo.

Tra i temi letti o ascoltati si parla di appropriatezza delle manovre di immobilizzazione, di pratiche violente non governate da adeguate formazioni specifiche mirate a neutralizzare chi mostra comportamenti violenti o inspiegabili, magari improntati a minacce o persecutorietà. Azioni sbagliate di fronte a necessità di intervento imposte dalle condizioni della persona rubricabili, a spanna, nel novero della follia. Un dubbio tuttavia viene. Siamo così sicuri che sia solo questione di metodi, di tempi massimi di pressione fisica esercitata, di mosse corrette o mal applicate e di formazione non ricevuta per eseguirle in modo adeguato?

Poi c’è la questione più specifica delle modalità con cui accostarsi a una persona che pare aver perso il controllo. Non sappiamo molto di cosa stesse patendo Fakir Abderrahim. Se di un improvviso sentimento di minaccia da parte di qualcuno o qualcosa, se di una reazione a sostanze assunte, o alcol, che ne deformavano la percezione della realtà, se di un acutizzarsi di stati mentali alterati già sperimentati in passato. O forse era malato acuto di rabbia o dispiacere: purtroppo un’autopsia questo non potrà dircelo. Ma, mi sia permesso affermarlo, in nessun caso il modo di accostarsi a manifestazioni comportamentali fuori norma è quello della neutralizzazione fisica violenta, fino al punto da rendere reali i sentimenti di minaccia mostrati o percepiti dalla persona dando consistenza ai suoi eventuali fantasmi interiori trasformati in uomini che in carne ed ossa aggrediscono, immobilizzano, picchiano fino al momento finale della morte causata da quegli atti.

E poi ancora la fantasia nomenclatoria che crea costrutti diagnostici psichiatrici per dare nomi a quanto non appare comprensibile. Una storia antica che accompagna la psichiatria che insegue da sempre la follia brandendo sindromi e diagnosi, creandone di sempre nuove su fondamenti psicopatologici che chiamare fragili è solo questione di penoso imbarazzo. Si legge allora del “delirio iperattivo” versione appena più raffinata della “agitazione psicomotoria” in quanto conferisce la qualifica di delirio (temporaneo quindi a tempo cioè transitorio) a comportamenti non altrimenti classificabili e snaturando la concettualizzazione stessa del delirio propriamente detto e inteso.

Che altro dire se non che le forze di polizia sono chiamate a fare quel che a loro non spetterebbe in presenza di possibili manifestazioni di sofferenza non accompagnate da atti violenti nei confronti di persone, mentre coloro a cui la cura dei mali umani, i sanitari, guardano inermi un pestaggio come vediamo in uno dei filmati diffusi dopo la morte di un uomo a Bologna.

Di un uomo che non è di certo stato aiutato dal non essere bianco e di origine autoctona, ma forse, al momento, ricordare la razzializzazione delle diagnosi e degli atteggiamenti repressivi di fronte alle diversità potrebbe rischiare di chiudere la questione anziché aprirla come merita ricordando la sorte sciagurata di tante, troppe persone, che hanno dovuto la loro morte ad altre forme di catalogazione che non fossero quelle legate ad ipotetiche diagnosi psichiatriche e/o alla loro origine ma alla loro storia, magari in quanto consumatori di sostanze, come avvenuto, tra i tanti, per Cucchi, Aldovrandi o Magherini. Sempre in gioco la relazione mai risolta tra interventi di polizia e interventi sanitari, tra controllo e cura, tra violenza legittima e gratuita.

E infine un accenno alla politica, in particolare quella governativa, alla sua ossessione securitaria, alla sicurezza svincolata da alcun riferimento alla realtà se non a quella quotidianamente creata come indispensabile instrumentum regni, pronta a cavalcare qualsiasi evento che possa essere funzionale alla sua propaganda. Ma questa è un’opinione politica e la psichiatria deve guardarsi bene da pronunciarsi su altro che non siano lesioni cerebrali, vere o supposte e sui dosaggi adeguati di farmaci e violenza…

Antonello D’Elia
Presidente di Psichiatria Democratica ETS

22 Luglio 2026

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