Senza scelte coraggiose il Ssn rischia di restare universale solo sulla carta. Manovra e non solo, ecco le sfide che attendono la sanità in autunno
La manovra sarà il primo banco di prova, ma non basterà contare i miliardi. Entro dicembre dovranno avanzare le deleghe su farmaceutica, professioni sanitarie e riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale. Personale, liste d’attesa, territorio, farmaci e dispositivi sono i fronti sui quali Governo e Regioni dovranno dimostrare di saper passare dagli annunci alle soluzioni.
La sanità va in ‘vacanza’ lasciando aperti quasi tutti i suoi principali cantieri. E quando, tra qualche settimana, Governo, Parlamento e Regioni torneranno al lavoro, non ci sarà più molto tempo per rinviare le decisioni.
L’autunno che ci attende sarà probabilmente il più importante di questa legislatura per il Servizio sanitario nazionale. Non soltanto perché inizierà la consueta battaglia sulla legge di Bilancio, ma perché entro la fine dell’anno dovranno avanzare tre grandi riforme: il riordino della legislazione farmaceutica, la delega sulle professioni sanitarie e la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera.
Tre provvedimenti che, almeno nelle intenzioni, puntano a ridisegnare alcune delle fondamenta del sistema. E che dovranno confrontarsi con una realtà assai meno rassicurante delle dichiarazioni ufficiali: professionisti stanchi e sempre più difficili da trovare, cittadini costretti ad attendere mesi per una visita, pronto soccorso sovraccarichi, differenze territoriali ancora profonde e una sanità pubblica che continua a perdere terreno nei confronti della spesa privata.
La domanda, dunque, non è soltanto quanti miliardi arriveranno. La domanda è se esista davvero una strategia capace di tenere insieme finanziamento, personale, organizzazione e garanzia dei diritti.
La manovra non può essere ancora una volta un esercizio contabile
Il primo confronto tra il ministro della Salute Orazio Schillaci e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha aperto il negoziato sulla legge di Bilancio. L’ipotesi su cui si ragiona è quella di destinare alla sanità altri 2-3 miliardi per il 2027, da aggiungere al miliardo già programmato, portando l’incremento complessivo del Fondo sanitario vicino ai 4 miliardi. Il Ministero della Salute punterebbe però a ottenere circa 5 miliardi aggiuntivi, soprattutto per assunzioni, retribuzioni, prevenzione, salute mentale, farmaceutica e dispositivi medici. Ma il confronto è ancora all’inizio e le cifre definitive sono tutte da scrivere.
Sarebbe però un errore concentrare tutta la discussione sul numero finale.
Le risorse sono indispensabili. Senza soldi, le riforme rimangono titoli di legge e le strutture restano scatole vuote. Ma anche un aumento significativo del Fondo rischierebbe di essere assorbito dall’inflazione sanitaria, dai rinnovi contrattuali, dall’aumento dei costi energetici, dai farmaci innovativi e dalla crescita della domanda assistenziale.
La prossima manovra dovrà quindi indicare priorità precise. Non potrà distribuire qualche risorsa a tutti, accontentando temporaneamente categorie e settori, senza affrontare nessuno dei problemi strutturali.
Il primo investimento dovrà essere sul personale. Il secondo dovrà servire a rendere realmente operativo il territorio. Il terzo dovrà sostenere l’innovazione senza sacrificare la sostenibilità. Tutto il resto rischia di essere manutenzione dell’esistente.
Il personale è la vera emergenza nazionale
Possiamo costruire Case della Comunità, acquistare apparecchiature, digitalizzare le agende e approvare nuove reti assistenziali. Ma senza medici, infermieri, tecnici, farmacisti, psicologi e professionisti sociosanitari tutto questo rimarrà inevitabilmente incompleto.
La crisi del personale non è più soltanto una questione numerica. È una crisi di attrattività del lavoro pubblico.
I professionisti non abbandonano gli ospedali e i servizi territoriali soltanto perché guadagnano meno rispetto ad altri Paesi o al settore privato. Se ne vanno perché lavorano in organizzazioni spesso rigide, con carichi eccessivi, possibilità di carriera limitate, aggressioni, responsabilità crescenti e scarsa capacità di conciliare lavoro e vita privata.
Per questo aumentare gli stipendi è necessario, ma non basta.
Serve un piano straordinario di assunzioni, accompagnato da una vera programmazione dei fabbisogni. Servono incentivi per i pronto soccorso, per le specialità meno attrattive, per le aree interne e per i territori nei quali i concorsi continuano ad andare deserti. Serve valorizzare le competenze degli infermieri e delle altre professioni, senza trasformare il confronto sulle responsabilità in una guerra tra categorie.
Su questi temi dovrà misurarsi il disegno di legge delega sulle professioni sanitarie e sulla responsabilità professionale, ancora all’esame della Commissione Affari sociali della Camera. Il provvedimento interviene sulla formazione, sulla valorizzazione delle competenze, sulle aree disagiate, sugli specializzandi, sugli Ordini e sulla responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie.
È una riforma potenzialmente importante, ma corre il rischio di diventare un grande contenitore nel quale far confluire problemi diversi senza indicare risorse, tempi e responsabilità.
Il capitolo della responsabilità professionale merita poi particolare cautela. È giusto contrastare la medicina difensiva e offrire maggiore serenità a chi cura. Ma le nuove tutele non possono essere percepite dai cittadini come una riduzione delle garanzie. La fiducia tra professionista e paziente non si ricostruisce contrapponendo gli uni agli altri.
Farmaceutica, una riforma che non può limitarsi al Testo unico
Il disegno di legge delega sulla farmaceutica ha concluso il 14 luglio l’esame in Commissione al Senato ed è pronto per il passaggio in Aula. Il provvedimento punta a riordinare la legislazione sull’accesso ai medicinali, sul monitoraggio e sul controllo della spesa, sui servizi offerti dalle farmacie e sulla rete dell’assistenza farmaceutica.
È un passaggio atteso da anni. Ma riordinare le norme non sarà sufficiente.
La vera riforma dovrà affrontare la governance della spesa farmaceutica, i tetti, il payback, l’accesso precoce alle terapie, i tempi delle procedure di prezzo e rimborso, la revisione del prontuario, le carenze e la disponibilità uniforme dei medicinali nelle diverse Regioni.
Il sistema attuale continua a inseguire gli sfondamenti invece di governare la spesa. Da una parte si chiede alle aziende di investire e portare rapidamente l’innovazione in Italia. Dall’altra si mantengono meccanismi di ripiano che rendono difficile programmare investimenti e fabbisogni.
Occorre uscire da questa contraddizione.
L’innovazione non può essere considerata soltanto una minaccia ai conti pubblici, ma neppure ogni nuovo prodotto può essere automaticamente definito innovativo. Bisogna misurare il valore terapeutico reale, gli esiti ottenuti e l’impatto sull’intero percorso assistenziale.
Anche la revisione del prontuario non potrà ridursi a un’operazione ragionieristica. Liberare risorse da medicinali superati o a basso valore è necessario, ma l’obiettivo deve essere migliorare l’appropriatezza, non semplicemente spostare la spesa sui cittadini.
La delega dovrà inoltre chiarire definitivamente il ruolo delle farmacie territoriali. Vaccinazioni, screening, telemedicina e gestione delle cronicità non possono continuare a essere sperimentazioni indefinite. Se la farmacia dei servizi deve diventare parte strutturale del Ssn, occorrono standard nazionali, sistemi informativi interoperabili e una reale integrazione con medici e distretti.
Dispositivi medici, basta governare l’innovazione con il payback
Accanto ai farmaci rimane aperta la questione dei dispositivi medici.
Il payback ha prodotto un lunghissimo scontro tra istituzioni e imprese, oltre a un contenzioso che nel 2026 risulta ancora vivo.
È ormai evidente che il settore non può essere governato soltanto attraverso un tetto di spesa e un ripiano retroattivo.
I dispositivi medici comprendono tecnologie profondamente differenti: dalle protesi ai robot chirurgici, dai sistemi diagnostici ai materiali di uso quotidiano. Trattarli come un’unica voce contabile significa non riconoscere né il valore clinico né le differenze industriali.
La prossima manovra dovrà quindi essere l’occasione per mettere mano a una governance nuova, fondata sulla programmazione dei fabbisogni, sull’Health Technology Assessment, sulla qualità delle gare, sugli esiti e sull’appropriatezza.
Il superamento del payback non potrà però tradursi nell’assenza di controlli. Servono regole più intelligenti, non meno regole.
Liste d’attesa, i dati migliorano ma il problema è tutt’altro che risolto
Il primo bollettino Agenas ha segnalato nel primo semestre 2026 un aumento delle prestazioni erogate rispetto allo stesso periodo del 2025: le prenotazioni sono passate da 13,3 a 14,9 milioni, con oltre 1,6 milioni di prestazioni aggiuntive garantite entro i tempi previsti. Sono migliorate soprattutto le performance delle classi urgenti e brevi. Restano, tuttavia, forti differenze territoriali e criticità nell’appropriatezza prescrittiva.
È un segnale positivo, ma sarebbe sbagliato cantare vittoria.
Milioni di cittadini continuano a scontrarsi con attese incompatibili con i bisogni clinici. Quando il pubblico non riesce a dare una risposta, chi può paga di tasca propria. Chi non può rinuncia o rimanda.
È questa la frattura più pericolosa per un sistema universalistico.
Il nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028 ha ricevuto il via libera della Conferenza Stato-Regioni. Prevede l’integrazione delle agende pubbliche, private accreditate e intramoenia nei Cup, percorsi di tutela per i cittadini, maggiore trasparenza e piani regionali da adottare entro 120 giorni.
La direzione è corretta. Ma agende trasparenti e piattaforme digitali non creano automaticamente nuove prestazioni.
La lotta alle liste d’attesa richiede personale, utilizzo pieno delle apparecchiature, apertura dei servizi anche nelle fasce oggi poco sfruttate, appropriatezza prescrittiva e presa in carico dei pazienti cronici. Richiede inoltre che il privato accreditato sia realmente inserito nella programmazione pubblica e non funzioni come un sistema parallelo.
Bisogna infine applicare davvero i percorsi di tutela. Il cittadino al quale il Ssn non garantisce la prestazione nei tempi previsti non può essere lasciato solo nella ricerca di una soluzione.
Case della Comunità, il Pnrr finisce ma la riforma comincia adesso
Il Pnrr ha fissato per il 2026 il target di almeno 1.038 Case della Comunità rinnovate, attrezzate e con i servizi attivati secondo gli standard previsti dal decreto ministeriale 77.
Raggiungere il target europeo è importante. Ma la vera domanda non è quante strutture siano state formalmente attivate. È che cosa troverà il cittadino entrando in quelle strutture.
Una Casa della Comunità non è un edificio ristrutturato. Non è una targa nuova collocata su un vecchio poliambulatorio. Non è nemmeno la semplice somma degli ambulatori già esistenti.
Deve essere il luogo della presa in carico, dell’integrazione tra medicina generale, infermieristica di famiglia, specialistica, servizi sociali, salute mentale e assistenza domiciliare.
E qui torna il problema del personale.
Le strutture possono essere finanziate con fondi straordinari. Medici, infermieri e altri professionisti devono invece essere assunti e retribuiti ogni anno. Il nodo della sostenibilità della riforma territoriale inizierà dunque proprio quando si chiuderà la stagione degli investimenti europei.
Occorrerà inoltre sciogliere definitivamente il rapporto con la medicina generale. Le Case della Comunità non possono essere costruite contro i medici di famiglia, ma neppure possono dipendere esclusivamente da adesioni volontarie e accordi locali. Servono una cornice nazionale chiara, una nuova organizzazione del lavoro e responsabilità definite.
La riorganizzazione del Ssn è la riforma più ambiziosa e più rischiosa
Il terzo grande provvedimento atteso è il disegno di legge delega sulla riorganizzazione e sul potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e sulla revisione del modello organizzativo del Ssn sui cui però le Regioni hanno mostrato una forte contrarietà denunciano un’invasione di competenze.
Il testo, presentato al Senato il 3 marzo 2026, è ancora in esame in Commissione dopo un ampio ciclo di audizioni.
La riforma interviene su un terreno decisivo: il rapporto tra ospedale e territorio, le reti cliniche, l’emergenza-urgenza, la salute mentale, le cure palliative e i modelli organizzativi.
È probabilmente la delega che può incidere maggiormente sulla vita quotidiana dei cittadini. Ed è proprio per questo che richiede la massima attenzione.
Il Ssn ha bisogno di essere riorganizzato. Non si può continuare a utilizzare l’ospedale come risposta a ogni bisogno. Non si può lasciare il pronto soccorso a compensare tutte le debolezze del territorio. Non si può ignorare che l’invecchiamento della popolazione richiede continuità assistenziale, domicilio, riabilitazione e integrazione sociosanitaria.
Ma una riforma così vasta non può essere approvata attraverso princìpi troppo generici, rinviando tutte le scelte ai decreti legislativi.
Occorre capire quale sarà il ruolo dello Stato, quale quello delle Regioni, quali standard saranno davvero esigibili e come verranno finanziati. Altrimenti il rischio è che ogni territorio interpreti la riforma in modo diverso, aumentando anziché ridurre le disuguaglianze.
Prevenzione, salute mentale e non autosufficienza non possono restare capitoli residuali
Nella competizione tra grandi emergenze, alcuni settori rischiano sempre di essere sacrificati.
La prevenzione continua a ricevere meno attenzione rispetto all’assistenza ospedaliera, nonostante sia lo strumento più efficace per ridurre malattie e costi futuri. Servono investimenti stabili negli screening, nelle vaccinazioni, nella promozione della salute e nella prevenzione degli incidenti e delle patologie croniche.
La salute mentale non può essere evocata soltanto dopo episodi di cronaca. I servizi soffrono di carenze di personale, differenze territoriali e difficoltà crescenti nel rispondere ai bisogni di adolescenti e giovani adulti.
Lo stesso vale per la non autosufficienza. L’invecchiamento della popolazione renderà sempre più fragile una distinzione rigida tra sanità e assistenza sociale. Famiglie e caregiver non possono continuare a essere il vero ammortizzatore del sistema.
Anche su questi capitoli la manovra dovrà dimostrare se esiste una visione di lungo periodo oppure se si continuerà a intervenire con fondi frammentati e misure temporanee.
A settembre non basterà riprendere da dove avevamo lasciato
Alla ripresa, dunque, la sanità non avrà bisogno di un’altra stagione di annunci.
Avrà bisogno di una legge di Bilancio capace di scegliere, di riforme approvate in tempi utili e di decreti attuativi che non arrivino dopo anni. Avrà bisogno che Stato e Regioni smettano di utilizzare il conflitto istituzionale come giustificazione per i ritardi.
Le priorità sono ormai evidenti.
Prima di tutto il personale, perché senza professionisti non esiste alcun servizio.
Poi il territorio, perché le strutture del Pnrr devono diventare luoghi di cura reali.
Quindi le liste d’attesa, perché un diritto che arriva troppo tardi non è più un diritto pienamente garantito.
Infine, farmaci e tecnologie, che devono essere governati sulla base del valore e non soltanto attraverso tetti e ripiani.
La politica sanitaria dei prossimi mesi sarà giudicata su questo. Non sulla quantità dei comunicati prodotti o dei tavoli convocati, ma sulla capacità di rendere le cure concretamente accessibili.
Il rischio più grande, infatti, non è che il Servizio sanitario nazionale venga formalmente cancellato.
È che rimanga scritto nella Costituzione e nelle leggi, continui a essere celebrato nei convegni, ma diventi ogni giorno un po’ meno riconoscibile nella vita delle persone.
Un sistema ancora universalistico nei princìpi, ma sempre più selettivo nei fatti.
L’autunno dovrà dirci se siamo ancora in tempo per evitare che accada. Intanto, Quotidiano Sanità si prende una pausa fino al 31 agosto. Buona estate da tutta la redazione.
Luciano Fassari
07 Agosto 2026
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