MEDSALUTE ha avuto un merito non secondario: riunire le Regioni del Mezzogiorno non per compilare ancora una volta l’elenco delle insufficienze della sanità meridionale, ma per confrontare esperienze e individuare soluzioni trasferibili. È un cambio di prospettiva importante. Il Sud non soltanto come luogo nel quale misurare divari, mobilità sanitaria e difficoltà organizzative, ma come laboratorio nel quale sperimentare risposte nuove.
Dal confronto sono emerse parole ormai indispensabili nel lessico del Servizio sanitario nazionale: prossimità, appropriatezza, prevenzione, integrazione ospedale-territorio, PDTA e, soprattutto, presa in carico. FIASO ha annunciato che dalle esperienze discusse nascerà un documento di proposte operative destinato ai presidenti delle Regioni, nell’ambito di un percorso che proseguirà nel Centro e nel Nord del Paese.
Proprio la presa in carico merita, tuttavia, un passo ulteriore.
Prendere in carico il cittadino quando il bisogno sanitario è già manifesto è essenziale. Ma una sanità moderna dovrebbe riuscire a intercettare quel bisogno prima che si trasformi in domanda sanitaria, quando esso si presenta ancora sotto forma di solitudine, povertà, disagio familiare, marginalità abitativa, fragilità dell’anziano, difficoltà comportamentale o incapacità di orientarsi tra servizi che troppo spesso continuano a parlarsi poco.
È in questa zona di confine che sociale e sanitario rischiano di perdersi reciprocamente il cittadino.
Da qui una proposta sulla quale sarebbe utile aprire un confronto: sperimentare una “Guardia Sociosanitaria”, intesa non come nuova struttura burocratica né come duplicazione di servizi esistenti, ma come unità operativa territoriale integrata con funzioni di osservazione, orientamento e attivazione precoce degli interventi nelle situazioni di fragilità suscettibili di incidere sulla salute individuale e collettiva.
L’idea, elaborata nell’ambito del Laboratorio permanente per gli studi e la ricerca nel settore del diritto e dell’economia sanitaria dell’Università della Calabria, muove da un’esigenza molto semplice: costruire un luogo funzionale nel quale Comuni, aziende sanitarie territoriali, distretti, servizi sociali e continuità assistenziale siano obbligati a incontrarsi prima che il bisogno complesso venga scaricato sul pronto soccorso o trasformato in una prestazione sanitaria tardiva e costosa.
La Guardia Sociosanitaria – della quale ne scrissi a pag. 148 e seguenti del mio libro “Le Politiche sociosanitarie” pubblicato da Franco Angeli 5 mesi fa – dovrebbe dunque ascoltare e valutare preliminarmente il bisogno, orientare e accompagnare la persona verso i servizi, attivare percorsi integrati, monitorare i fabbisogni emergenti e assicurare il collegamento tra i diversi soggetti del welfare territoriale.
Non servirebbe a curare. Servirebbe, spesso, a evitare che si arrivi troppo tardi alla cura.
È anche una questione di sostenibilità. La sostenibilità del SSN, tema centrale di MEDSALUTE, non coincide infatti con la sola disponibilità di maggiori risorse. Riguarda anche il luogo e il momento nei quali quelle risorse vengono utilizzate. Una fragilità intercettata precocemente può evitare accessi impropri, ricoveri prevenibili, duplicazioni di prestazioni e cronicizzazioni assistenziali. L’integrazione sociosanitaria cessa così di essere soltanto un principio programmatorio e diventa organizzazione concreta.
Il modello troverebbe inoltre un terreno naturale nell’attuazione della sanità territoriale disegnata dal DM 77 e nel rapporto, ancora troppo debole, tra Livelli essenziali di assistenza e Livelli essenziali delle prestazioni sociali. Le Case della comunità rappresentano un’infrastruttura fondamentale, ma l’edificio, da solo, non integra i sistemi. Occorre costruire procedure, responsabilità e professionalità capaci di attraversare il confine amministrativo che continua a separare ciò che, nella vita delle persone, separato non è.
Un anziano solo non è esclusivamente un problema sociale. Una famiglia impoverita dalla malattia non è esclusivamente un problema sanitario. Un senza dimora, un soggetto che esce dal circuito penitenziario, una persona incapace di accedere autonomamente ai servizi non possono diventare competenza di qualcuno soltanto quando la loro condizione precipita.
È qui che la prossimità acquista un significato diverso: non aspettare il cittadino, ma riconoscerne tempestivamente il bisogno.
MEDSALUTE potrebbe offrire un’occasione particolarmente interessante per sperimentare questo modello. Le otto Regioni meridionali presenti al confronto potrebbero individuare territori con caratteristiche differenti nei quali avviare progetti pilota, definendo preventivamente indicatori comuni: accessi impropri ai servizi sanitari, tempi di presa in carico, fragilità intercettate, continuità assistenziale, integrazione sociale-sanitaria ed effetti sulla spesa.
Dopo un periodo definito, i risultati sarebbero comparabili. Ciò che funziona potrebbe essere trasferito. Ciò che non funziona andrebbe corretto o abbandonato.
Sarebbe anche un modo concreto per capovolgere una rappresentazione che accompagna da troppo tempo la sanità meridionale: il Mezzogiorno non più soltanto destinatario di piani di rientro, commissariamenti e misure riparatorie, ma luogo di sperimentazione di un modello eventualmente utilizzabile nell’intero Paese.
Del resto, la sfida posta da MEDSALUTE è proprio questa: trasformare le esperienze territoriali in soluzioni misurabili e trasferibili.
La Guardia Sociosanitaria potrebbe essere una di esse. Non l’ennesimo ufficio. Piuttosto, il punto nel quale il diritto alla salute incontra il bisogno sociale prima che quest’ultimo diventi malattia.