Camerae Sanitatis. Intervista a Marina Sereni (Pd): “Senza il personale il Ssn non esiste. Manca un punto di Pil”
Per la responsabile Sanità e Salute della Segreteria nazionale del Pd, “senza personale il Ssn semplicemente non esiste. Serve un investimento straordinario”. Sul rapporto pubblico-privato: “L’accreditato deve essere complementare, non può sostituire la struttura portante della sanità pubblica”. E sui divari territoriali: “È venuto il tempo di un tagliando del Titolo V. Ma sono contraria a un ritorno alla centralizzazione”.
Senza personale il Servizio sanitario nazionale non esiste. E senza un punto di Pil in più, quel personale non si trova e non si trattiene. È la linea tracciata da Marina Sereni, responsabile Sanità e Salute della Segreteria nazionale del Partito Democratico, nel nuovo confronto di Camerae Sanitatis.
Un’intervista che mette al centro il rifinanziamento del Ssn, la necessità di recuperare attrattività per medici e infermieri, il rapporto tra pubblico e privato accreditato, ma anche i divari territoriali, la revisione del Titolo V, l’autonomia differenziata e le opportunità offerte dall’innovazione digitale.
“Senza personale il Ssn non esiste. Abolire definitivamente il tetto di spesa per le Regioni sul personale”
Il primo nodo è quello delle professioni sanitarie. Per Sereni qualsiasi progetto di rilancio del Servizio sanitario deve partire da qui. “Tutto quello che servirebbe per rilanciare, rinnovare e adeguare il Servizio sanitario nazionale ai bisogni di salute delle nostre comunità, dei cittadini e delle cittadine costa. E tra questi costa il personale, ovviamente, ma senza il personale il Ssn non esiste, semplicemente” ha detto. Tecnologie, attrezzature e strutture sono indispensabili, sottolinea Sereni, ma anche queste non possono funzionare senza le persone. Tanto più in un sistema chiamato a confrontarsi con bisogni sempre più complessi legati all’invecchiamento della popolazione, alle cronicità, alle disabilità e alle fragilità.
E se l’ospedale continua a soffrire per la carenza di medici, infermieri e altri professionisti, è soprattutto sul territorio che problema assume dimensioni particolarmente rilevanti: “Per la cronicità, per tutto ciò che riguarda la vita quotidiana di milioni di persone abbiamo bisogno di più territorio e nel territorio manca tantissimo personale”.
Da qui la necessità di invertire quella che definisce una vera e propria “fuga dei professionisti sanitari” dal servizio pubblico. “Dobbiamo fare un investimento straordinario sul personale, che significa abolire definitivamente il tetto di spesa per le Regioni sul personale”.
Accanto a questo, per Sereni occorre intervenire sulle specialità mediche maggiormente in sofferenza, tornare a rendere attrattiva la medicina generale e “fare un grande investimento sulla professione infermieristica”, indispensabile soprattutto se si vuole costruire una nuova medicina di prossimità.
Finanziamento, “manca all’appello un punto di Pil”
Il problema delle risorse attraversa inevitabilmente tutte queste scelte. Sereni richiama la distanza che separa l’Italia dagli altri Paesi europei e sostiene la necessità di riportare il finanziamento della sanità verso il 7% del Pil. “In questi quattro anni rispetto al Pil il finanziamento è diminuito di parecchio. Ci siamo ancora di più allontanati dalla media europea che è il 7% sul prodotto interno lordo. Mancano all’appello una ventina di miliardi, cioè manca all’appello un punto di Pil”.
Risorse che, secondo la responsabile Sanità del Pd, devono servire innanzitutto a rendere nuovamente attrattivo il lavoro nel servizio pubblico. “Se vogliamo attrarre il personale lo dobbiamo pagare bene, lo dobbiamo assumere perché dobbiamo avere dei turni normali, dobbiamo pure consentire che un infermiere, un medico facciano una vita, oltre che lavorare”.
Ma con margini di finanza pubblica stretti, dove trovare le risorse? Per Sereni è una questione di priorità politiche. Richiama il peso dell’evasione fiscale e la possibilità di riconvertire altre voci di spesa, ricordando le coperture indicate dal Pd negli emendamenti presentati negli ultimi anni, tra cui quelle provenienti dai sussidi ambientalmente dannosi.
La scelta, però, per Sereni deve diventare strutturale: “La destra in questi anni ha insistito molto sulla necessità di ridurre le tasse. Ma dobbiamo chiederci quanto spendono oggi in più i cittadini per una visita o un esame diagnostico nel privato. È una questione di priorità e bisogna scegliere. In questi anni abbiamo sempre indicato le coperture per i nostri emendamenti destinati ad aumentare il Fondo sanitario nazionale, individuando risorse, ad esempio, nei sussidi ambientalmente dannosi o in altre voci della spesa pubblica che possono essere riconvertite. Ma governare significa fare una scelta di sistema, non presentare un emendamento. Io penso che una coalizione progressista debba mettere il rifinanziamento della sanità al primo punto dell’agenda. E questo comporta delle scelte: se si decide di portare la spesa sanitaria al 7% del Pil, non si può contemporaneamente portare al 5% del Pil la spesa militare”.
Pubblico-privato: “Il privato non può sostituire la struttura portante del Ssn”
Altro terreno decisivo è il rapporto tra sanità pubblica e privata. “Noi non siamo contrari al privato accreditato convenzionato, però pensiamo che debba essere complementare al servizio sanitario pubblico”.
La priorità, se arrivassero maggiori risorse, dovrebbe dunque essere il rafforzamento delle strutture pubbliche. Sereni pone in particolare il problema della selezione delle prestazioni da parte degli operatori privati accreditati, che a suo giudizio tendono a concentrarsi maggiormente su quelle più remunerative e meno complesse, mentre sul pubblico continuano a gravare le attività più impegnative e costose. Il caso dell’emergenza-urgenza è emblematico: molte strutture private accreditate non dispongono di pronto soccorso e, in presenza di complicazioni, è il sistema pubblico a farsi carico dei pazienti e delle prestazioni più complesse.
Per questo, insiste Sereni, “la sanità privata accreditata deve essere complementare, non può sostituire la struttura portante della sanità pubblica”. E lo strumento per governare questo equilibrio è soprattutto la programmazione, nazionale e regionale.
Titolo V, “serve una verifica. Ma non un ritorno al centralismo”
Nel confronto entra poi uno dei temi più delicati dell’assetto del Ssn: le differenze territoriali e il rapporto tra Stato e Regioni. Sereni non attribuisce al Titolo V l’origine dei divari sanitari, già esistenti prima della riforma, ma ritiene che negli ultimi 25 anni queste differenze si siano ampliate. Da qui la necessità di una verifica.
“Forse è venuto il tempo di un tagliando di quella riforma costituzionale”, afferma. Ma senza immaginare un ritorno a un sistema centralizzato: “Sarei contraria ad un ritorno alla centralizzazione perché la sanità deve essere governata da autorità vicine al territorio, che conoscono il territorio”.
Quello che deve cambiare, secondo Sereni, è invece il rapporto tra Stato e Regioni e, soprattutto, il parametro con cui viene valutato il funzionamento dei sistemi sanitari regionali. Negli ultimi due decenni, osserva, le Regioni sono state commissariate soprattutto quando non rispettavano gli equilibri economici, molto meno quando non riuscivano a garantire servizi adeguati ai cittadini.
“Non può essere il Mef a controllare le Regioni sulla salute, deve essere il Ministero della Salute”. Occorre quindi individuare strumenti che consentano al Governo centrale anche di sostenere le Regioni più indietro nel garantire i servizi.
“L’autonomia differenziata rischia di desertificare interi territori”
È in questo quadro che si inserisce la netta contrarietà del Pd all’autonomia differenziata. Secondo Sereni, consentire alle Regioni più ricche di acquisire ulteriori competenze nell’organizzazione sanitaria potrebbe aggravare la competizione sul personale e ampliare le distanze già esistenti. “Con l’idea che sulla salute, sulla gestione e l’organizzazione della sanità le Regioni più ricche possano avere maggiori competenze, noi rischiamo di desertificare interi territori del Paese”.
Il rischio, spiega, è particolarmente evidente sul personale: se alcune Regioni potessero offrire trattamenti economici e condizioni differenti ai professionisti, quelle più fragili avrebbero ancora maggiori difficoltà ad attrarli e trattenerli.
Sereni respinge però anche l’idea che il semplice rigore finanziario possa diventare uno strumento per spingere le Regioni meno efficienti a migliorare. L’esperienza dei commissariamenti, osserva, ha dimostrato i limiti di questo approccio: in diversi territori il riequilibrio dei conti è stato raggiunto attraverso tagli ai servizi e blocchi delle assunzioni, senza necessariamente migliorare l’assistenza: “Le Regioni vanno responsabilizzate, ma dobbiamo trovare una leva diversa dalla mera quantità dei conti, dal mero contenimento della spesa per giudicare se una Regione sta facendo bene o sta facendo male”.
Digitale e IA, “servono formazione a accompagnamento”
Ultimo capitolo, l’innovazione. Telemedicina, Fascicolo sanitario elettronico e intelligenza artificiale possono rappresentare, secondo Sereni, una grande opportunità per il Ssn, ma gli investimenti tecnologici da soli non bastano. Il Pnrr ha destinato risorse importanti a questo settore, ma sul territorio rimangono criticità: sistemi che non dialogano tra loro, problemi di interoperabilità e cittadini che, in alcune Regioni, non sono sufficientemente informati sull’utilizzo del Fascicolo sanitario elettronico.
Serve quindi, secondo Sereni, “uno straordinario investimento” soprattutto in formazione, sensibilizzazione e capacità del sistema di utilizzare pienamente le tecnologie già disponibili. Strumenti che possono liberare i professionisti da parte degli adempimenti burocratici, consentendo loro di dedicare più tempo ai pazienti, e aiutare a portare servizi nelle aree interne attraverso telemedicina e diagnostica a distanza.
Anche l’intelligenza artificiale, sottolinea, deve essere governata affinché diventi “uno strumento per aumentare l’efficacia e l’equità di accesso” e non produca nuove distanze.
Una sfida che riguarda anche i cittadini. Per Sereni, accanto alle fasce di popolazione già abituate all’utilizzo delle tecnologie, occorre accompagnare soprattutto le persone anziane e meno digitalizzate. Perché, avverte, senza strumenti di supporto il rischio è che proprio l’innovazione destinata a facilitare l’accesso alle cure finisca per produrre l’effetto opposto: “Altrimenti rischi di avere una diseguaglianza che aumenta anziché un vantaggio”.
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