Gentile Direttore,
abbiamo letto con attenzione la lettera del Presidente della Commissione Sanità del Senato, Francesco Zaffini, e raccogliamo volentieri la sfida che lancia: smettere di litigare sui decimali del Pil e cominciare a misurare la spesa sanitaria rispetto ai bisogni reali di una popolazione che invecchia, si ammala di più e chiede più cure. È una proposta che condividiamo nel metodo, e la disponibilità a costruire indicatori comuni in Commissione è un’apertura che l’Anaao Assomed non lascerà cadere. Ma proprio perché vogliamo misurare bene, chiediamo che nel cruscotto entri una voce che troppo spesso resta fuori dai bilanci: il valore di chi, ogni giorno, trasforma quelle risorse in cure.
Il Presidente ricorda, giustamente, che il Servizio sanitario nazionale ottiene esiti di salute tra i migliori al mondo spendendo meno della media Ocse. Ma quel risultato ha un prezzo, e lo hanno pagato i professionisti. I medici e i dirigenti sanitari ospedalieri vengono da un decennio di blocchi: contratti congelati per anni, un tetto alla spesa per il personale fermo a parametri di vent’anni fa, fondi accessori bloccati, turn over a singhiozzo. Il risultato è una perdita di potere d’acquisto che nessun rinnovo, da solo, è riuscito a colmare. Nel decennio di blocco seguito al contratto del 2009 i medici hanno perso quasi il 9% del proprio potere d’acquisto, oltre 6.400 euro a testa. E per il triennio 2022-2024 gli aumenti contrattuali, pari al 5,78%, si sono misurati con un’inflazione del 15,4%.
La preintesa sul contratto 2025-2027 firmata il 7 ottobre è un passo avanti, e lo abbiamo detto con chiarezza: sommando gli ultimi rinnovi e le risorse di legge, l’incremento medio a regime può arrivare a circa 560 euro lordi al mese. Ma sarebbe un errore considerarla un punto d’arrivo: recupera una parte del terreno perduto, non restituisce alla professione il valore che le è stato sottratto. E i colleghi lo sanno bene, perché lo vedono ogni mese in busta paga e ogni notte nei turni scoperti.
Per questo ci attendiamo che questa finanziaria possa continuare nel solco tracciato dal contratto con Lo stanziamento di risorse extracontrattuali da investire in quella indennità di esclusività caratteristica dei colleghi che lavorano nel Ssn.
Il Presidente scrive che il problema non è il numero dei medici. Ha ragione. I medici in Italia ci sono; quelli che mancano sono i medici disposti a restare negli ospedali pubblici. Il nostro Centro Studi lo ha documentato pochi giorni fa: nel 2025 i medici ospedalieri dimessi volontariamente sono stati 3.767, a fronte di 2.876 pensionamenti, con un aumento del 150% rispetto al 2024. In 12 regioni su 20 si lascia il Ssn più per scelta che per limiti di età, e per ogni 100 assunti 43 colleghi se ne vanno. Non è più un fenomeno fisiologico, è un esodo. Si va verso il privato, verso l’estero, verso le cooperative e il lavoro a gettone, perché il pubblico non è più attrattivo, né sul piano economico né su quello delle condizioni di lavoro.
Per arrestare questa fuga servono investimenti mirati e strutturali sulle retribuzioni, e servono leggi che superino le logiche dei silos e dei contratti gabbia. Il superamento definitivo del tetto di spesa per il personale; una riforma seria della responsabilità professionale che metta fine alla medicina difensiva; tutele reali contro le aggressioni; carriere trasparenti e sottratte alla politica; il rispetto dei tempi di vita e di lavoro. Senza queste norme ogni euro in più rischia di essere speso per tappare buchi, non per ricostruire.
C’è poi un punto su cui la proposta del Presidente può diventare davvero innovativa, se avrà il coraggio di andare fino in fondo. Misurare i bisogni significa anche misurare come usiamo le risorse che abbiamo. In Italia persiste una quota ancora rilevante di inappropriatezza: esami e prestazioni prescritti senza reale indicazione clinica, ricoveri che potrebbero essere evitati con una presa in carico territoriale efficace, accessi impropri ai pronto soccorso, una medicina difensiva che, secondo le stime di Agenas, assorbe circa 10 miliardi l’anno, oltre il 10% della spesa sanitaria, senza produrre salute. La stessa Fondazione Gimbe ha stimato in oltre 6 miliardi annui il solo sovra-utilizzo di prestazioni inefficaci o inappropriate. Prima ancora di chiedere quanti soldi ci sono, dobbiamo chiederci dove finiscono. Liberare risorse dall’inappropriato significa poterle reinvestire dove servono: nel personale, nella prossimità, nella prevenzione.
Il modo in cui le risorse si trasformano in servizi si decide, in larga parte, a livello intermedio. Direttori di struttura, di dipartimento, responsabili di unità: è lì che si organizzano i turni, si governano i percorsi, si contrastano gli sprechi e si costruisce l’appropriatezza. Eppure, il middle management sanitario è stato per anni schiacciato tra direzioni aziendali sempre più accentrate e una burocrazia soffocante, spesso privo di reale autonomia gestionale e di strumenti di azione e formativi adeguati. Valorizzarlo, selezionarlo per merito e responsabilizzarlo sui risultati di salute, non solo sul pareggio di bilancio, è una delle leve più efficaci e meno costose a disposizione del sistema.
Infine, se davvero vogliamo misurare la spesa rispetto ai bisogni di una popolazione che invecchia, non possiamo continuare a trattare la prevenzione come una voce residuale. Ogni euro investito in prevenzione primaria e secondaria, negli screening, nella promozione di stili di vita sani, è un euro che riduce la pressione futura su ospedali e pronto soccorso. Secondo Eurostat, nel 2022 l’Italia ha speso in prevenzione circa 180 euro per abitante, contro i 202 della media europea e i 458 della Germania. E per anni, prima che la pandemia ne gonfiasse temporaneamente il peso, la quota effettiva è rimasta sotto il 5% fissato dai Lea, con forti differenze tra Regioni. Anche questo dovrebbe entrare tra le misure comuni che il Presidente propone.
Accogliamo dunque l’invito a lavorare su numeri più onesti, e l’Anaao Assomed è pronta a portare in Commissione i propri dati e le proprie proposte. Ma chiediamo che tra gli indicatori ci siano anche il potere d’acquisto delle retribuzioni, il saldo tra ingressi e uscite dal Ssn, i carichi di lavoro e le ore di lavoro straordinario non pagate. Perché la capacità di cura di un Paese non si misura solo in ore di medici e infermieri per mille abitanti: si misura anche nella volontà di quei medici e di quegli infermieri di restare.
Il Servizio sanitario nazionale è davvero, come scrive il Presidente, la più grande infrastruttura di uguaglianza della Repubblica. Ma un’infrastruttura senza chi la fa funzionare resta un edificio vuoto. Le Case e gli Ospedali di Comunità costruiti con il Pnrr ce lo ricordano ogni giorno.
Pierino Di Silverio
Segretario Nazionale Anaao Assomed