Gentile Direttore,
A pochi giorni dall’uscita del 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, presentato il 7 ottobre, credo valga la pena di soffermarsi sul capitolo dedicato al personale sanitario. Non perché gli altri temi (finanziamento, LEA, PNRR, rapporto pubblico-privato) siano meno rilevanti, ma perché è qui che le criticità del sistema diventano esperienza quotidiana, per chi lavora nei servizi e per chi li utilizza.
Il primo dato, a una lettura veloce, sembra rassicurante. Secondo il Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato, nel 2024 i dipendenti del SSN sono 713.976, il valore più alto della serie analizzata, dopo il recupero iniziato nel 2019. Tra i professionisti sanitari si evidenziano 279.990 infermieri e 108.243 medici. Il Rapporto invita però a non interpretare questa crescita come il superamento della crisi: la ripresa non è stata omogenea fra le Regioni e non ha compensato il disinvestimento economico. Fra il 2012 e il 2025, infatti, la quota di spesa sanitaria pubblica destinata al personale dipendente e convenzionato è scesa dal 39,7% al 36,9%.
Infermieri e medici a confronto
I dati OCSE riportati nel Rapporto restituiscono due fotografie molto diverse della professione infermieristica e della professione medica. L’Italia dispone di 5,8 medici per 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 4, e si colloca al secondo posto fra i 34 Paesi che forniscono il dato. Per i medici la carenza è quindi selettiva (per specialità, territorio e settore di impiego) e riguarda soprattutto la capacità del SSN di attrarre e trattenere: oltre un medico su quattro non lavora nel SSN e nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri hanno superato i pensionamenti.
Per gli infermieri il Rapporto usa un’espressione netta: il deficit è strutturale, e riguarda contemporaneamente organici, ricambio generazionale e retribuzioni. Un dato, in particolare, li riassume tutti: l’Italia è sotto la media OCSE su ogni indicatore considerato.
- 6,9 infermieri per 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,7 (il 29% in meno), 24° posto su 33 Paesi;
- retribuzioni degli infermieri ospedalieri inferiori del 27% rispetto alla media OCSE, 30° posto su 36;
- un rapporto infermieri/medici pari a 1,2, esattamente la metà della media OCSE (2,4), collocando l’Italia al 30° posto sui 33 Paesi che forniscono il dato.
Come per i medici, esiste anche una quota di infermieri che il SSN non riesce a intercettare. Degli oltre 407 mila infermieri censiti dall’OCSE, il Ministero della Salute ne rileva poco più di 327 mila nelle strutture considerate: quasi 80 mila, circa uno su cinque, non lavorano nel SSN. Le due fonti adottano perimetri diversi, ma il segnale è chiaro.
Sul piano regionale, la media nazionale è di 4,75 infermieri dipendenti per 1.000 abitanti, con un range che va da 3,75 della Lombardia a 6,78 della Liguria. Ad eccezione di Abruzzo e Molise, tutte le Regioni in Piano di rientro si collocano sotto la media: la “stretta” sul personale ha inciso più sugli infermieri che sui medici.
Formazione: aumentare i posti non basta
Il dato che merita più attenzione è quello sull’attrattività del Corso di Laurea in Infermieristica. Prima della pandemia c’erano 1,6 domande per ogni posto disponibile; nel 2025/2026 le domande non sono bastate a coprire i posti. Quest’anno sono tornate a crescere: un segnale senz’altro positivo. Fra le 22 professioni sanitarie, Infermieristica resta uno dei corsi meno attrattivi, pur mettendo a bando oltre la metà dei posti complessivi.
Possiamo evidenziare una conseguenza semplice: aumentare l’offerta formativa non garantisce, di per sé, più infermieri. Lo scrive il Rapporto stesso: senza interventi su attrattività, condizioni di lavoro, sviluppo professionale e valorizzazione delle competenze, l’aumento dei posti non potrà tradursi automaticamente in un incremento degli infermieri disponibili per il SSN.
Per la formazione medica il Rapporto arriva a una conclusione simile, pur partendo da numeri opposti: la priorità non è aumentare indiscriminatamente i posti a Medicina, ma programmarli sui fabbisogni e rendere di nuovo attrattivo il lavoro nel SSN.
Non solo una questione di numeri
Il quadro si completa con la carenza di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, che pesa direttamente sullo sviluppo dell’assistenza territoriale, e con un ricorso ancora rilevante al personale esterno. Secondo il Rapporto, né l’abolizione del tetto di spesa né i rinnovi contrattuali bastano, da soli, a ricostruire organici e attrattività del SSN.
La conclusione del capitolo è forse la parte più utile per chi si occupa di organizzazione: la crisi del personale non deriva da un’unica carenza numerica, ma dall’interazione fra programmazione inadeguata, squilibri professionali e territoriali, ridotta attrattività, condizioni di lavoro gravose e insufficiente valorizzazione economica e professionale. Fra le conseguenze più visibili vi sono le liste di attesa, i pronto soccorso sovraffollati e i ritardi dell’assistenza territoriale.
Non a caso il Piano di Rilancio proposto da GIMBE, accanto alla valorizzazione economica e alla programmazione dei fabbisogni, indica il lavoro multiprofessionale (adeguando i ruoli per utilizzare pienamente le competenze di tutte le professioni sanitarie), la tutela di autonomia e responsabilità professionale, il benessere e la sicurezza del lavoro, e la valutazione delle direzioni e del management intermedio anche sui risultati in termini di benessere organizzativo.
Credo sia qui che si gioca una parte importante della partita. Le risorse economiche sono una pre-condizione, ma il modo in cui organizziamo il lavoro, riconosciamo le competenze e diamo spazio allo sviluppo dei professionisti è la prima leva per restituire attrattività al SSN.
Annalisa Pennini, PhD in Scienze Infermieristiche e Sanità Pubblica – Sociologa a indirizzo organizzativo