Prevention Talk. In attesa del nuovo Piano vaccinale: “Innovazione, equità e prevenzione lungo tutto il corso della vita”

Prevention Talk. In attesa del nuovo Piano vaccinale: “Innovazione, equità e prevenzione lungo tutto il corso della vita”

Prevention Talk. In attesa del nuovo Piano vaccinale: “Innovazione, equità e prevenzione lungo tutto il corso della vita”

Non soltanto nuovi strumenti per proteggere la popolazione, ma una strategia capace di valorizzare l'innovazione, raggiungere le persone più vulnerabili e garantire un'offerta omogenea su tutto il territorio nazionale. È il messaggio emerso dal nuovo appuntamento di Prevention Talk, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni sanitarie, della pediatria, della medicina generale e dell'infettivologia.

Il futuro della prevenzione vaccinale in Italia si gioca su una sfida che va ben oltre l’aggiornamento del calendario delle vaccinazioni. Occorre costruire un sistema capace di tradurre le opportunità offerte dalla ricerca in una protezione realmente accessibile, tempestiva e misurabile, accompagnando le persone dalla gravidanza e dai primi mesi di vita fino all’età adulta, alla cronicità e alla fragilità.

È questo il filo conduttore dell’ultimo appuntamento di Prevention Talk, dedicato al nuovo Piano di prevenzione vaccinale il cui testo dovrebbe essere ormai in dirittura di arrivo.

Il confronto, infatti, s’inserisce nella fase di transizione tra il Piano 2023-2025, prorogato fino al 31 dicembre 2026 e il nuovo Piano che dovrà estendere i suoi effetti nel periodo 2027-2031. Una transizione che si colloca anche nella cornice del più generale Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, adottato a maggio, che rafforza la prospettiva della prevenzione lungo tutto il corso della vita.

A discuterne Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità; Tecla Mastronuzzi, responsabile della Macroarea Promozione della Salute e Prevenzione della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG); Gianvincenzo Zuccotti, professore ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Milano e presidente del Collegio dei Professori Ordinari di Pediatria; e Massimo Andreoni, professore emerito di Malattie Infettive all’Università di Roma Tor Vergata e componente del Consiglio Superiore di Sanità.

Al centro del dibattito, condotto da Corrado De Rossi Re, Direttore di Sanità Informazione, le priorità epidemiologiche, la capacità di recepire rapidamente l’innovazione, il ruolo dei professionisti sanitari, l’integrazione dei sistemi informativi e la necessità di superare le disuguaglianze territoriali.

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Palamara: “Servono dati integrati per trasformare l’innovazione in opportunità per i cittadini”

Ad aprire il confronto è stata Anna Teresa Palamara, che ha richiamato il ruolo della ricerca e della sorveglianza epidemiologica nella definizione delle priorità del futuro Piano.

La prima novità riguarda proprio l’ampliamento degli strumenti preventivi. Accanto alle vaccinazioni, che producono una risposta immunitaria attiva, trovano spazio le strategie di immunizzazione passiva, basate sulla somministrazione di anticorpi.

“Questi due interventi non vanno confusi. Questi due interventi hanno finalità diverse, metodologie diverse, ma è importante che un calendario li possa recepire entrambi”, ha sottolineato Palamara. Per l’esponente dell’ISS, tuttavia, la disponibilità di nuove tecnologie non è sufficiente. Occorre disporre di criteri solidi per valutare quali innovazioni introdurre e con quali priorità.

L’incidenza delle infezioni, la gravità della malattia, la mortalità, il peso sulle diverse fasce d’età e la vulnerabilità delle popolazioni a rischio sono tutti elementi necessari, ma nessuno può orientare da solo le decisioni.

La risposta è nell’integrazione delle informazioni: dati epidemiologici, microbiologici, clinici e genomici devono concorrere alla costruzione di sistemi di sorveglianza capaci di sostenere tempestivamente le scelte di sanità pubblica.

Un’esigenza che diventa ancora più importante quando si passa dalla misurazione delle coperture vaccinali alla valutazione dell’efficacia reale degli interventi. Palamara ha ricordato come durante la pandemia sia stato possibile utilizzare sistemi di sorveglianza individuale capaci di collegare lo stato vaccinale agli esiti clinici. Un approccio che oggi incontra maggiori difficoltà di applicazione sistematica, anche per la necessità di conciliare l’accesso ai dati sanitari con la tutela della riservatezza. Da qui la richiesta di un quadro normativo e organizzativo che consenta alle istituzioni sanitarie di disporre delle informazioni necessarie per monitorare la circolazione dei patogeni, contenere eventuali focolai e valutare l’impatto delle strategie preventive.

Un ulteriore ambito di attenzione riguarda la gravidanza, durante la quale alcune immunizzazioni possono contribuire a proteggere sia la madre sia il neonato. Per Palamara è fondamentale il coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei ginecologi, affinché le opportunità preventive entrino stabilmente nei percorsi di assistenza.

Zuccotti: “Un calendario dinamico e nuovi percorsi per accompagnare le famiglie”

Il passaggio dalla vaccinazione all’immunizzazione assume un significato particolarmente concreto in pediatria.

Per Gianvincenzo Zuccotti il vero cambiamento deve riguardare anche la capacità del sistema di aggiornarsi. “Dobbiamo saper cogliere le nuove opportunità, quindi nuovi vaccini, nuove formulazioni, gli aggiornamenti di vaccini che già esistono”, ha spiegato, evidenziando il rischio che i lunghi tempi di revisione dei Piani nazionali rallentino l’accesso alle innovazioni.

L’auspicio è quello di un calendario aggiornabile con maggiore frequenza, possibilmente su base annuale, senza attendere ogni volta la conclusione di un intero ciclo di programmazione. Una maggiore flessibilità permetterebbe anche di ridurre le differenze tra Regioni, evitando che le opportunità preventive siano disponibili con tempistiche differenti a seconda del territorio.

Accanto all’innovazione tecnologica, Zuccotti ha proposto un ripensamento dei percorsi di accesso per le famiglie, a partire dai primi mille giorni di vita.

L’idea è quella di costruire una continuità tra gravidanza, punto nascita, neonatologia, pediatria e servizi vaccinali. Informare i futuri genitori già durante la gravidanza e prevedere, al momento della dimissione dopo il parto, un appuntamento per le prime vaccinazioni potrebbe contribuire a rafforzare la fiducia e l’adesione. Un modello che Zuccotti auspica possa essere sperimentato anche a livello regionale. Per il pediatra, infatti, non basta definire le offerte sulla base dell’epidemiologia e delle caratteristiche dei vaccini. È necessario ascoltare maggiormente le famiglie, comprenderne le esigenze e costruire percorsi organizzativi più semplici.

“Una lettera di invito oggi credo che sia insufficiente e poco efficace”, ha osservato, invitando a sperimentare nuove modalità di accompagnamento e comunicazione.

Mastronuzzi: “Lo stato vaccinale deve diventare una normale informazione clinica”

Se nell’infanzia la sfida è costruire un percorso continuo e riconoscibile, nell’adulto il problema principale è identificare le persone che avrebbero bisogno di protezione ma che non vengono intercettate. È il punto evidenziato da Tecla Mastronuzzi, che ha richiamato l’attenzione sui limiti di una strategia fondata prevalentemente sull’età anagrafica.

Accanto agli anziani, esistono infatti persone più giovani con patologie croniche, condizioni di immunocompromissione o terapie che aumentano la vulnerabilità alle infezioni. Pazienti che spesso non si percepiscono come fragili e che possono non essere riconosciuti come tali neppure durante i normali percorsi assistenziali. Mastronuzzi ha ricordato anche le donne in gravidanza e le persone con diabete o altre malattie croniche che, pur incontrando frequentemente il sistema sanitario, non sempre ricevono una valutazione strutturata del proprio fabbisogno vaccinale.

La medicina generale dispone, da questo punto di vista, di uno strumento fondamentale: la conoscenza della storia clinica e personale degli assistiti. I software gestionali permettono già oggi di individuare gruppi di pazienti sulla base delle diagnosi, delle terapie e delle comorbilità, costruendo una stratificazione del rischio utile a programmare gli interventi.

La proposta della SIMG è quindi basata su una sequenza precisa: identificazione delle persone eleggibili, stratificazione secondo il rischio e chiamata attiva.

SMS, e-mail, telefonate e sistemi digitali di prenotazione possono rendere più efficace l’offerta, ma permangono ostacoli organizzativi rilevanti. Tra questi, Mastronuzzi ha indicato le difficoltà di collegamento tra i gestionali dei medici di famiglia e le anagrafi vaccinali regionali, che possono rendere complicata la ricostruzione della storia vaccinale, soprattutto per chi ha ricevuto vaccinazioni in territori diversi. A questo si aggiungono il carico assistenziale e la necessità di organizzare la prevenzione attraverso équipe ambulatoriali dotate di personale, tempo e risorse adeguate.

Il messaggio conclusivo è stato particolarmente netto: “La mia priorità è che lo stato vaccinale di un paziente diventi una normale informazione per definire il suo stato clinico”. Così come uno specialista può consultare i principali parametri clinici di una persona con diabete, dovrebbe poter conoscere anche quali immunizzazioni siano state effettuate e quali opportunità preventive debbano ancora essere valutate.

L’obiettivo è quindi quello di trasformare la prevenzione vaccinale in una componente ordinaria della presa in carico, condivisa tra medico di medicina generale, specialisti e servizi territoriali.

Andreoni: “La prevenzione deve entrare nei percorsi di diagnosi e cura”

L’integrazione tra prevenzione e assistenza è stata anche al centro dell’intervento di Massimo Andreoni, che ha sottolineato come l’evoluzione delle terapie e l’aumento della sopravvivenza di persone con patologie complesse stiano modificando il concetto stesso di fragilità.

Pazienti oncologici, oncoematologici, trapiantati e persone sottoposte a trattamenti immunosoppressivi possono avere bisogni preventivi specifici che devono essere valutati all’interno del loro percorso clinico. Per Andreoni è fondamentale che sia lo specialista di riferimento a introdurre la raccomandazione vaccinale, valorizzando il rapporto di fiducia costruito con il paziente.

La somministrazione può poi avvenire in ospedale, nell’ambulatorio specialistico, dal medico di famiglia, in farmacia o nei servizi territoriali. Ciò che conta è che l’indicazione non venga trascurata e che il percorso sia effettivamente organizzato.

Da qui una proposta apparentemente simbolica, ma con importanti implicazioni operative: trasformare i tradizionali PDTA, Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali, in PPDTA, Percorsi di Prevenzione, Diagnosi, Terapia e Assistenza.

La prevenzione dovrebbe quindi essere prevista fin dall’inizio dei percorsi clinici, anche perché la tempistica delle immunizzazioni può essere determinante. Nei pazienti destinati a ricevere trattamenti immunosoppressivi, per esempio, valutare per tempo le vaccinazioni può consentire di intervenire prima che le difese immunitarie vengano ridotte dalle terapie.

L’integrazione della vaccinologia nella formazione degli specialisti rappresenta, secondo Andreoni, un altro passaggio indispensabile. La prevenzione delle infezioni non può restare un tema confinato alla sanità pubblica, ma deve diventare patrimonio culturale delle diverse discipline cliniche.

Il professore ha infine richiamato la necessità di considerare la prevenzione anche dal punto di vista economico. “La prevenzione non è un costo, è un investimento”, ha sottolineato, invitando a riconoscere non soltanto la spesa necessaria per attuare gli interventi, ma anche il valore sanitario, sociale ed economico delle malattie e delle complicanze evitate.

Dal calendario alla protezione reale: le priorità per il nuovo Piano

Il confronto ha restituito una visione condivisa: il futuro Piano nazionale di vaccinazione e immunizzazione ormai prossimo, potrà rappresentare un’evoluzione importante soltanto se saprà associare l’innovazione scientifica a un cambiamento concreto nell’organizzazione dei servizi.

Non basta ampliare le opportunità preventive. Occorre definire responsabilità chiare, rendere interoperabili i sistemi informativi, migliorare la capacità di identificare le persone a rischio e garantire percorsi di accesso uniformi su tutto il territorio nazionale.

Nelle conclusioni, ciascun relatore ha individuato una priorità.

Per Andreoni, la prevenzione deve essere riconosciuta anche come responsabilità collettiva: “La prevenzione è un’opportunità che ci viene offerta, ma in realtà la dobbiamo vedere come un dovere sociale”. Proteggere se stessi significa infatti contribuire anche alla tutela delle persone più vulnerabili.

Per Zuccotti, le priorità sono un calendario dinamico, aggiornabile con maggiore rapidità, e la sperimentazione di modelli di offerta più vicini alle esigenze delle famiglie.

Per Mastronuzzi, il cambiamento decisivo consiste nel rendere lo stato vaccinale un’informazione clinica ordinaria, accessibile ai professionisti coinvolti nella cura del paziente.

Per Palamara, infine, accanto all’innovazione e al rafforzamento dei sistemi di sorveglianza, è indispensabile recuperare la fiducia dei cittadini nei medici, negli operatori sanitari e nelle istituzioni di sanità pubblica.

Quattro prospettive che convergono su un obiettivo comune: passare da un calendario di prestazioni a una strategia nazionale capace di produrre protezione reale, equa e misurabile.

14 Ottobre 2026

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