La Medicina inter-personale esiste già e si chiama Psicologia

La Medicina inter-personale esiste già e si chiama Psicologia

La Medicina inter-personale esiste già e si chiama Psicologia

Gentile Direttore,
ho letto con interesse ed un qualche stupore il vostro articolo “La medicina inter-personale prenderà il posto della medicina basata sulle evidenze?” dove si riporta l’opinione di due autorevoli studiosi americani, i quali ritengono che la compliance e quindi l’efficacia delle cure dipenda in buona misura dalla relazione medico-paziente, oltre che dalla corretta applicazione di linee guida derivate da EBM.
 
Con perfetta logica lineare, la proposta quindi non può essere che quella di formare i medici al fine di migliorare le loro capacità di relazione.
 
Senza davvero spirito polemico ma con solo un po’ di sconcerto, mi verrebbe da dire:  “bella scoperta!”.
A mia modesta conoscenza, mi sembra che questo tema sia stato sollevato con estrema intelligenza e ragioni come minimo dagli anni ’60 del secolo scorso (ricordo un bel libro di tal E. Sheaffer, “il difficile rapporto medico paziente” ormai esaurito da decenni… o gli antichi Gruppi Balint ancora più indietro nel tempo, chissà se qualcuno li fa ancora!).
 
Personalmente lavoro come psicologo in equipe con medici e altro personale sanitario proprio perché il tema della relazione fra persona che viene curata e personale curante è ovviamente fondamentale se si vuole che le cure possano essere il più possibile adeguate.
 
Lo psicologo è sempre più frequentemente inserito nelle equipes multidisciplinari, nei PTDA, nei reparti ospedalieri non come consulente a richiesta, ma come figura specialistica sulla relazione.
Mi pare come minimo riduttivo pensare che un rapporto complesso e vitale come quello che intercorre fra chi affida la propria vita e coloro che possono provare a salvarla, si possa ridurre a mere questioni di tecniche di comunicazione.
 
Ancora una volta è cercare in un labirinto la ingannevole scorciatoia delle “tecniche”, che possono essere si utili, ma solo se inserite in una cornice più profonda, dove si tiene conto della relazione, delle emozioni, dei sentimenti e della storia del paziente e perché no, del medico e dell’infermiere.
 
Potrei raccontare molte storie di medici impossibilitati a comunicare una diagnosi perché rivivevano la morte del padre o proprie personali malattie, o di “sgarberie” di operatori che li fanno entrare in conflitto con il paziente e la sua famiglia, in cui l’aggressività è legata a dinamiche interne all’equipe, di cui spesso gli attori non sono nemmeno consapevoli.
 
Per questo (ma non solo) serve lo Psicologo nelle equipe sanitarie: ad aiutare tutti i protagonisti della relazione di cura a capire e a mediare in quella che è una prima di tutto una relazione fra persone, non solo fra ruoli.
 
Il problema non è certo quello di “formare” i medici a fare il “piccolo psicologo”, o ancor peggio ad essere anche “esperti di comunicazione”: il vero problema è che tutto il personale abbia tempo da dedicare al paziente e quindi a sé stessi nel proprio ruolo professionale.
 
Massimo Esposito
Psicologo clinico – Psicologo di comunità
Psicoterapeuta familiare
Assistenza Psicologica di Base
Assistenza psicologica adulti con Disabilità acquisita e ai caregiver
 Dipartimento Cure Primarie – Distretto Città di Piacenza
Azienda USL di Piacenza

Massimo Esposito

23 Novembre 2018

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