Maternità surrogata. Le ragioni delle donne che dicono no

Maternità surrogata. Le ragioni delle donne che dicono no

Maternità surrogata. Le ragioni delle donne che dicono no
L'incontro internazionale svoltosi ieri alla Camera è stata un'occasione importante per discutere del tema e formalizzare la richiesta alle Nazioni Unite di considerare l'utero in affitto una pratica lesiva dei diritti umani delle donne e dei bambini. Ieri questa volontà comune è uscita forte e chiara proprio dalla cultura delle donne, diverse sì, ma unite da un sentire comune sulla difesa dei diritti di dignità e di libertà.

La maternità surrogata è tornata al centro della discussione: alla Camera dei deputati si è svolto l’incontro internazionale “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata, una sfida mondiale” promosso da Se non ora quando-libere nell’ambito del progetto “riprendiamoci la maternità”. E’ stata un'occasione importante per discutere del tema insieme ad esperti e rappresentanti del femminismo, della cultura, della scienza, della politica e delle associazioni italiane ed europee e formalizzare la richiesta alle Nazioni Unite di considerare l'utero in affitto una pratica lesiva dei diritti umani delle donne e dei bambini.

Si è partite dalla consapevolezza che dal 21 settembre 2016 la Commissione Affari Sociali del Consiglio d’Europa aveva respinto il rapporto De Sutter, volto a regolamentare la pratica nei 47 paesi membri. Il voto della Commissione è stato in sintonia con la linea espressa dal Parlamento Europeo, che lo scorso dicembre, nel rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia, aveva condannato la Gpa perché lesiva della dignità umana, contestando la distinzione tra maternità surrogata altruistica e commerciale, anche per quanto riguarda le ricadute discriminatorie sui minori.
 
Le decisioni europee e i numerosi studi e ricerche acquisiti aiutano a capire come la partita sulla surrogacy non si gioca sul terreno della fede contro il progresso – come spesso capita di leggere – ma su quello, integralmente laico, della politica contro un traffico internazionale e commerciale parecchio sostenuto.

Del resto, la mobilitazione contro la maternità surrogata non è fatta da conservatori – atei o cattolici, ma da movimenti che da sempre si battono per la libertà femminile, i diritti umani e il contrasto alle discriminazioni, come mostrano i numerosi appelli di vari movimenti delle donne, di costituzionalisti, filosofe e filosofi, ed il dibattito avvenuto ieri alla camera lo ha dimostrato con l’interlocuzione trasversale, motivata, appassionata di donne provenienti da diverse culture e orientamenti politici e culturali.
 
La strada per contrastare il turismo procreativo, oltre la retorica, passa dalla costruzione di una grande tela unitaria che non si fermi all’Europa ma giunga fino alle Nazioni Unite per affermare la civiltà giuridico culturale del principio di non sfruttamento del corpo della donna e dei diritti del nascituro. Non c’è altra via per sostenere le decisioni di paesi come l’India, che hanno deciso di vietare l’accesso alla Gpa ai cittadini stranieri, o come testimonia la documenta ricerca del Parlamento svedese sui paesi che consentono la surrogata "altruistica" che registrano il più alto numero di partenze verso quelli che ne consentono il commercio.

Risulta evidente che non si tratta – solo – di frontiere geografiche, ma della labilità del confine tra compravendita e dono. Il flusso del turismo procreativo dovrebbe aprire gli occhi sulla pressione della domanda sul bisogno, sulla spinta a disporre della vita di una donna – costi quel che costi, per usarne la capacità procreativa e fare del neonato un oggetto di scambio, spesso di natura economica. La scelta dell’Europa di parlare con una voce sola è un fatto politicamente rilevante che deve tradursi da cammino comunitario ad approdo internazionale per affermare un’idea di civiltà che rifiuta la strumentalizzazione di ogni essere umano e la possibilità di fare commercio del corpo e della vita. Occorre andare avanti, consapevoli che quest’idea va difesa anche oltre i confini dell’Unione. Un divieto a livello universale, universalmente bandito.

E ieri questa volontà comune dal convegno è uscita forte e chiara proprio dalla cultura delle donne, diverse sì, ma unite da un sentire comune sulla difesa dei diritti di dignità e di libertà, contro lo sfruttamento e la reificazione della persona umana e dei diritti del bambino. Ora il prossimo appuntamento è alle Nazioni Unite.

Grazia Labate
Ricercatore in economia sanitaria, già sottosegretario alla sanità

Grazia Labate

24 Marzo 2017

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