Passare da una sanità che programma sulla base delle prestazioni già erogate e della spesa storica a un Servizio sanitario capace di leggere in anticipo i bisogni della popolazione e, su questa base, dimensionare offerta, personale, strutture e risorse. È questa l’ambizione del Modello nazionale di classificazione e stratificazione della popolazione, al centro dell’evento “Dai Dati alle Decisioni. Costruire oggi la sanità di domani”, in cui è stato presentato il Modello Nazionale di Classificazione e Stratificazione della popolazione per comprendere i bisogni di salute e costruire il futuro del Ssn
Il presupposto è che la programmazione sanitaria richieda oggi una conoscenza “estesa, condivisa, tempestiva e data-driven” dei fenomeni. Il modello nazionale dovrebbe quindi consentire di ricomporre informazioni oggi frammentate, seguire nel tempo l’evoluzione dei bisogni e dei percorsi di cura e trasformare i dati in analisi quantitative e scenari utili alla definizione delle priorità.
“Questo modello, che sarà funzionale anche al raggiungimento degli obiettivi del Piano sanitario nazionale, consente di valutare i reali fabbisogni della popolazione, di individuare priorità, efficientare i percorsi di cura, ci consente di monitorare e valutare i risultati degli interventi sanitari”, ha dichiarato il Capo del Dipartimento Programmazione, Francesco Saverio Mennini. Così come il Capo di Gabinetto del Ministro, Marco Mattei ha evidenziato come ora si debba far tesoro di quanto appreso dal PNRR per far andare a regime tutte le novità introdotte
Dai flussi NSIS a una fotografia unitaria dell’assistito
Il cuore del progetto è l’integrazione, su base individuale, dei flussi NSIS, per ottenere una lettura unitaria del cittadino lungo il percorso di cura: bisogni, complessità, esiti e utilizzo dei servizi. Un perimetro informativo destinato ad ampliarsi con il decreto sull’interconnessione estesa, che dovrebbe rafforzare le possibilità di utilizzo del modello per la programmazione, l’indirizzo e il governo del Ssn.
Il percorso è partito nel 2023-2024 con la sistematizzazione dei dati disponibili e si è progressivamente evoluto con il recepimento della matrice di stratificazione prevista dal Dm 77/2022, l’allineamento ai Lea, il ridisegno dell’architettura dei dati e l’allargamento della governance a Università e ricerca. Nella fase 2025-2026 l’obiettivo indicato è la “messa a terra” dello strumento: coinvolgimento attivo delle Regioni, collaudo in ambiente sicuro, istituzione di un board scientifico stabile e completamento dell’iter normativo necessario per l’utilizzo a regime.
194 condizioni e sei livelli di complessità
I numeri danno la misura del lavoro realizzato. Il sistema di classificazione identifica 194 livelli di malattia o condizione, organizzati in 20 aree, con una copertura completa delle patologie croniche e invalidanti riconosciute nei Lea.
A questo primo livello si affianca la stratificazione della popolazione secondo la matrice del Dm 77: sei gruppi omogenei a complessità crescente, costruiti combinando complessità clinica, mono e multimorbidità, utilizzo dei servizi e dimensioni di fragilità. Il modello utilizza inoltre uno score di complessità clinica predittivo di esiti e costi e integra elementi di vulnerabilità individuale e di contesto.
Il terzo tassello è quello previsionale. Le slide indicano la possibilità di produrre stime tendenziali sui 194 livelli e simulazioni di impatto relative, ad esempio, all’aderenza ai Pdta, all’introduzione di un nuovo farmaco, ai programmi di prevenzione o a shock esterni. L’obiettivo è stimare come possano evolvere nel tempo prevalenze, utilizzo dei servizi e costi incorporando fattori demografici, epidemiologici ed economici. Slide Vasselli 30 settembre.pdf
Dalle Case della comunità alle risorse: dimensionare l’offerta sul bisogno reale
Il salto di paradigma indicato dal Ministero è netto: passare da una gestione reattiva, centrata su singole prestazioni, volumi e spesa, a una programmazione proattiva centrata sulla persona, sul bisogno reale e sulla popolazione.
Tra le applicazioni indicate figurano il dimensionamento dell’offerta — comprese Case e Ospedali di comunità —, l’individuazione dei disallineamenti tra bisogni e servizi, l’emersione del mancato accesso o del ricorso inappropriato, l’ottimizzazione dei percorsi di cura e la pianificazione territoriale. Il modello dovrebbe inoltre produrre misure di prevalenza confrontabili a livello nazionale, stime di costi ed eventi evitati e valutazioni dei ritorni degli investimenti.
Liste d’attesa, primo banco di prova
È però sulle liste d’attesa che il modello trova una delle sue prime applicazioni strategiche. Il principio indicato nelle slide è che per governare realmente le attese sia necessario conoscere ex ante il divario tra il bisogno di salute della popolazione e la capacità produttiva del sistema.
Il riferimento normativo è il decreto legge 73 del 2024, che ha istituito presso Agenas la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa, destinata a operare in coerenza con il modello nazionale, insieme al nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028 e al decreto ministeriale sull’analisi dei fabbisogni sanitari e delle prestazioni attese.
Un primo caso d’uso è stato sviluppato sulla Bpco. La metodologia combina la popolazione prevalente con le frequenze teoriche di prestazioni previste dai benchmark normativi e dai Pdta e confronta quindi il fabbisogno atteso con i volumi realmente erogati.
Per ogni combinazione Regione-patologia-prestazione vengono calcolati il volume teorico atteso, il tasso di copertura delle prestazioni e l’indice di aderenza ai percorsi. Eventuali scostamenti possono essere ricondotti, secondo il modello, a differenze nei modelli organizzativi regionali, prestazioni alternative o sostitutive, insufficiente capacità produttiva, accesso non uniforme o inappropriatezza.
I limiti: oggi il modello vede soprattutto il bisogno che diventa consumo
Il modello non nasconde tuttavia i limiti attuali. Il sistema intercetta prevalentemente il bisogno che si traduce in consumo di prestazioni e non riesce ancora a cogliere tutti i determinanti extra-sanitari, né a misurare pienamente la transizione del bisogno, ad esempio individuando i gruppi maggiormente a rischio di progressione della malattia.
Non sono inoltre ancora integrate pienamente dimensioni complementari della cronicità come disabilità e fragilità. Per superare questi limiti viene indicata l’integrazione dei flussi NSIS con fonti extra-sanitarie, dati del Fascicolo sanitario elettronico, registri e ulteriori covariate sociali e cliniche, oltre allo sviluppo di algoritmi capaci di seguire dinamicamente il cambiamento dello stato di salute.
La sfida dopo il Pnrr
Il traguardo del Pnrr, dunque, viene considerato un punto di partenza. Tra le sfide ancora aperte figurano l’estensione dell’algoritmo all’intera popolazione, validazioni indipendenti, il passaggio da una fotografia trasversale a un approccio longitudinale lungo il corso della vita, il completamento del decreto sull’interconnessione estesa e l’inclusione di Fse e fonti extra-NSIS.
Sul piano della governance, l’obiettivo è rendere strutturale l’alleanza tra Ministero, Regioni, comunità scientifica e soggetti tecnici, trasformando il modello in uno strumento utilizzabile stabilmente da decisori e operatori.
La prospettiva finale delineata dalle slide è quella di una vera “stewardship” nazionale del modello: al Ministero il compito di garantire trasparenza, equità, interoperabilità e raccordo istituzionale; alle Regioni quello di portare la conoscenza dei territori, adattare e validare gli strumenti e utilizzarli concretamente nella programmazione dei servizi.