Sblocco tetto di spesa personale/1. Siani (Pd): “Non farà altro che acuire le differenze territoriali”

Sblocco tetto di spesa personale/1. Siani (Pd): “Non farà altro che acuire le differenze territoriali”

Sblocco tetto di spesa personale/1. Siani (Pd): “Non farà altro che acuire le differenze territoriali”
Per poter garantire un numero adeguato di professionisti, anche e soprattutto nelle regioni del sud, andrebbero presi in considerazione altri parametri per una migliore ripartizione del fondo sanitario nazionale, legati a salute, efficienza delle strutture, liste d’attesa.

Il Ministro della Salute, Giulia Grillo, ha annunciato un emendamento, da approvare con il primo provvedimento utile, per lo sblocco del tetto di spesa per il personale sanitario che è in vigore dal 2010.
 
Il provvedimento, che pure è utile e assai necessario, non farà altro che acuire però  ancor di più una disomogeneità dei servizi offerti nelle varie regioni, non riuscirà in sostanza a colmare neppure minimamente il gap purtroppo ancora esistente tra le regioni del nord e quelle del sud.
 
Perché, come fa notare QS, Il governo dà la possibilità alle regioni di aumenti annuali pari al 5 per cento dell’incremento del Fondo sanitario regionale rispetto all’esercizio precedente, che dovrebbe tradursi in uno stanziamento complessivo di circa 55 milioni di euro nel 2019.
 
Per le regioni virtuose Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, si solleva così di molto l’asticella della spesa e per le altre sottoposte a piani di rientro, invece, la situazione migliora davvero di poco, o non migliora affatto, come nel caso della Campania.
 
Perché una  struttura sanitaria sia efficiente c’è bisogno non solo di tecnologie avanzate e di organizzazione ma anche di un numero adeguato di professionisti sanitari, medici e infermieri, con alta specializzazione e in grado di far fronte a elevati volumi di prestazione con i migliori percorsi di cura possibili, nonché motivati a sopportare stress psicofisici. Attualmente i medici e gli infermieri sono pochi, sottoposti a enorme stress con turni lavorativi massacranti.
 
Per poter garantire un numero adeguato di professionisti, anche e soprattutto nelle regioni del sud, andrebbero presi in considerazione altri parametri per una migliore ripartizione del fondo sanitario nazionale, legati a salute, efficienza delle strutture, liste d’attesa.
 
Ma ancor di più dovrebbero essere utilizzati gli indicatori di deprivazione, che, sebbene non sembrano avere fondamenti teorici particolarmente robusti, permettono di evidenziare in modo sufficientemente preciso l’effetto di diverse condizioni socio – economiche sui differenziali di salute. Gli stessi potrebbero diventare indicatori finalizzati a una migliore ripartizione del fondo sanitario, per poter orientare in misura più efficace gli interventi volti alla tutela della salute su base territoriale.
 
Tenere in considerazione disoccupazione, bassa istruzione, sovraffollamento, proprietà della casa, minoranze etniche e famiglie monoparentali certamente sarebbe molto utile per garantire cure adeguate a tutta la popolazione, anche alle fasce di popolazione in stato di disagio sociale.
 
Ripartire i fondi premiando sempre le regioni virtuose, senza dare la possibilità alle regioni che con i piani di rientro hanno fatto grandi sforzi per colmare i debiti e che adesso dovrebbero essere aiutate e sostenute a raggiungere gli sessi livelli essenziali di assistenza delle regioni virtuose, rappresenta un furto di futuro a danno dei cittadini delle regioni più svantaggiate.
 
Senza tener conto che, se i livelli di assistenza non si equivalgono su tutto il territorio nazionale, si incentiverà sempre di più la migrazione sanitaria, che prima o poi porterà al collasso anche la sanità delle regioni del nord, le quali non potranno fare fronte alle incessanti richieste di cure dei cittadini del sud.
 
La  regione Campania, per esempio, ha un debito verso altre regioni per la migrazione sanitaria di  € 471.345.742, a fronte di un credito di € 169.232.445, con un saldo negativo quindi  di € 302.113.297. È qui che bisogna agire, e subito.
 
Se vogliamo poi tenere conto delle morti evitabili, abbiamo che i decessi del triennio 2014-2016 – avvenuti prima dei 75 anni di età per cause evitabili e pesati in base alla rispettiva speranza di vita – sono stati 101.000 e determinano in media nazionale una perdita di 18,47 giorni pro-capite annui, con una evidente variabilità regionale: i valori più bassi in Veneto e nelle Marche sono di 2 giorni inferiori a quello medio nazionale; la Campania conferma l’ultima posizione, sensibilmente distaccata rispetto alle precedenti regioni e di oltre 4 giorni superiore alla media italiana.
 
La Camera, in occasione del ddl di conversione in legge del decreto milleproroghe, ha respinto un emendamento per l’applicazione del coefficiente di deprivazione all’atto della ripartizione del Fondo sanitario nazionale.
 
Forse bisogna ripensarci, prima che sia troppo tardi.
 
Paolo Siani
Deputato Partito democratico

Paolo Siani (Pd)

28 Marzo 2019

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