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Ssn senza medici? Pensiamo ad alcune soluzioni “tampone”

di Nunzio Angelo Buccino

23 MAR - Gentile Direttore,
la mia delusione su come, negli ultimi anni vanno le cose nelle strutture sanitarie nazionali, mi porta a riprendere concetti già espressi nel 2018 in occasione di commenti su articoli sulla carenza dei medici specialisti comparsi su questo giornale.
 
Oggi, in Italia, come in altri Paesi, mancano i medici. La soluzione adottata finora sembra insistere solo nell’aumento delle borse. Forse non basta. Non mancano solo medici; ne mancano certamente ma il problema è che una gran parte di quelli che sono in attività, sono anziani.
 
Il numero dei contratti di formazione finanziati dal Governo per i neolaureati in Medicina ha continuato ad avere quell’«imbuto formativo» lasciando esclusi 11.652 neolaureati, e la beffa è che oltre a mortificare la loro professionalità, rientrano comunque nei conteggi del numero di medici che portano l’Italia ad avere 4 medici ogni mille abitanti al di sopra della media dell’Unione che è di 3,5. (dati OCSE 2019). Certo che vanno aumentate le borse di studio per le specialità per avere il numero dei medici specialisti sufficienti alle esigenze dei pazienti, ma il problema è domani, non solo fra cinque anni.
 
Cosa faremo domani, chiuderemo i reparti, gli ospedali, gli studi dei medici territoriali, le RSA?
Il problema economico da parte dei medici che scelgono di andare in pensione, non è preponderante rispetto alle condizioni di lavoro in cui sono costretti ad operare nell’attuale situazione,essi lavorano in disagio,fanno turni massacranti ,rinunciano a stare con i propri cari, a trascorrere ore con i nipotini.
 
Un medico specialista del settore pubblico, con una anzianità di almeno 35 anni, assorbe risorse di almeno100 mila € lordi l'anno incrementati per anzianità, ruolo, etc... Da queste risorse bisogna partire per proporre ipotesi utili a minimizzare l’acuzie di carenza di medici specialisti che andrà ad aumentare nei prossimi anni. Cosa può fare il gestore pubblico nell’immediato?
 
Una soluzione "tampone" idonea per limitare le problematiche e che devono durare per almeno un quinquennio potrebbe esplicitarsi con:
- Sospensione, per almeno 5 anni delle previsioni dell'art. 6 della legge 114/2014 (legge Madia). Questa legge ha contribuito ad affossare ulteriormente la Sanità pubblica. La procedura di deroga, a dire il vero è stata applicata per far fronte all’emergenza covid e scade il prossimo 31 marzo;
 
- Ripartizione delle risorse disponibili, derivanti dal pensionamento dei dirigenti medici che non vengono sostituiti, in parte in un fondo per le borse di studio di Specialità, la parte rimanente le Regioni la dovrebbero riservare alle Aziende per remunerare i medici specialisti in quiescenza che si renderanno disponibili per l'attività ospedaliera e/o territorio.
 
Credo che non tutti, ma tanti medici esperti accetterebbero di lavorare nella struttura pubblica a cui hanno dedicato tutta la loro attività professionale, con remunerazione che andrebbe a incrementare, anche minimamente, l'introito della pensione; sarebbero da supporto ai medici meno esperti nell’attività clinica.
 
Attualmente i clinici che hanno voglia di lavorare dopo la quiescenza vanno nel privato, e cosa ancora più grave, nel privato accreditato che svolge una funzione pubblica.
 
Non è serio permettere al medico specialista pensionato di dare le sue consulenze, che di fatto è una attività professionale reale, al privato accreditato e non concedere allo stesso, se non a titolo gratuito, l’attività nel settore pubblico, settore che si è fatto carico della formazione di quel medico che, invece, porterà il suo apporto e i pazienti che hanno fiducia in lui, alla sanità accreditata.
 
I medici più giovani non devono avere timore di confrontarsi con il sapere clinico di un medico più esperto, si tenga presente il monito di Papa Francesco “Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro per i giovani”.
 
Un altro aspetto da sviluppare per far fronte alla carenza di medici specialisti consiste nello sfruttare le risorse che i PNRR mette a disposizione con la Tele medicina; oggi nelle future case di comunità, e ospedali di comunità si deve investire su devices che si avvalgono di piattaforme di telemedicina per monitorare a distanza i parametri clinici dei pazienti, effettuare delle visite ai pazienti riferendosi, in remoto ai medici specialisti che visitano il paziente ospite di una RSA, di una casa di comunità, di un ospedale di comunità con il curante ed in contemporanea.
 
Queste procedure consentono di fare formazione sul campo da parte di medici specialisti ad altri medici che magari sono esperti in altri settori. In tal modo si fa formazione permanente e continua che porterà ad avere, in ogni ambito, professionisti più preparati e offrirà ai pazienti, a prescindere dal luogo dove si trovano, quell’opportunità di cura equa perseguita già nel DM 70/2015.
 
Dott. Nunzio Angelo Buccino
Già Direttore Sanitario in Aziende Sanitarie pubbliche della regione Lombardia


23 marzo 2022
© Riproduzione riservata

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