Alla sanità serve più Stato?

Alla sanità serve più Stato?

Alla sanità serve più Stato?

Gentile Direttore
se non è monopolista, lo Stato, in Italia, non esiste! E’ una condanna biblica che grava sulle teste dei cittadini del Belpaese: o si accontentano della minestra preparata dall’apparato onnipotente ed onnipresente o devono saltare dalla finestra. Chiariamo subito. Non c’è verso alcuno che la politica tolga le mani dalla sanità e dalla gestione dal budget che le viene assegnato: 134 miliardi di euro ogni anno. Una cifra record, nonostante i lamenti della segretaria dem Elly Schlein.

Troppi gli interessi da tutelare, le opportunità ed i soldi da gestire in un mastodontico apparato che vanta la bellezza di 630mila dipendenti ed un ampio bacino di benemerenze da poter vantare (nonché e di consensi da poter orientare). Che poi il servizio risulti carente in molti ambiti (liste di attesa bibliche nel comparto statale) e puntualmente dispendioso (ospedaliera pubblica sempre deficitaria) peggio ancora, diversamente efficiente al Nord ed al Sud con il Meridione che finanzia il Settentrione attraverso la mobilità passiva, ossia il massiccio trasferimento di malati, questo poco sembra importare.

Guai poi ad immaginare che in quel sistema statalizzato si possa inserire un qualche principio di concorrenza, di misurazione dell’efficienza, di meccanismo premiale per i più capaci ed i più bravi. Insomma, quel che è auspicato ed invocato in tanti altri comparti dei servizi pubblici, come, ad esempio, l’introduzione dei principii di efficientamento, e merito, nel caso del Servizio Sanitario Nazionale viene addirittura considerato una bestemmia in chiesa.

Perché? Rispondere a questa domanda significa capire anche per quale motivo, dopo i tanti fiumi di denaro spesi, il servizio pubblico debba essere contrabbandato come “servizio statale” per poter funzionare. Il ragionamento degli statalisti è il seguente: la sanità è un servizio essenziale e di primaria importanza perché tutela il principale bene del cittadino: la salute.

Il sistema viene finanziato con la tassazione ossia con la fiscalità pubblica, e non può quindi essere disponibile per alimentare attività sanitarie lucrative dal momento che con i soldi dei contribuenti non è possibile far realizzare un profitto ai privati accreditati, che costano meno e non hanno liste di attesa. Se in questo ragionamento esiste un barlume di logica e di modernità in un mondo globalizzato, tarato sull’innovazione, sulla qualità del servizio reso all’utente e sulla libera scelta del malato di optare per il luogo di cura ed il professionista di fiducia, lo lascio decidere ai lettori. Il profitto si confonde con il profittatore!

Bisognerebbe chiedere agli adoratori dello Stato il perché di questa menzogna che mistifica la pubblicità del servizio con la statalità della gestione del medesimo, dal momento che un servizio pubblico, per sua natura, è accessibile a tutti e gratuito per chi ne ha diritto! Perché lo stipendio ai dipendenti del SSN è sacro per il lavoro prestato e non lo è invece il ricavo positivo (profitto) per i lavoratori che esercitano la libera professione, nel pieno rispetto delle regole e dei requisiti di legge imposti a chi pratica l’attività sanitaria?

Un punto di domanda risolto da Papa Leone XIII alla fine dell’Ottocento, con l’enciclica “Rerum Novarum” che diede vita alla dottrina sociale della Chiesa, che molti invocano e pochi conoscono. Il Papa spiegò mirabilmente che così come il salario del lavoratore che coltivava la terra fosse da intendersi sacro così doveva esserlo anche il diritto di proprietà di quel terreno, acquistato con i risparmi dal lavoratore medesimo. Insomma: la proprietà non era un furto ma il risultato del lavoro cambiato di segno, la “giusta mercede cambiata di segno”.

Parafrasando quel pontefice, potremmo dire che stipendio e profitto sono due espressioni lecite del lavoro umano quando questi rispetti e si attenga alle norme volute dallo Stato, ed in quello di diritto la morale risiede nella legge. Chi rispetta le leggi è eticamente irreprensibile. Lo si dovrebbe spiegare agli adoratori dei monopoli statali che quella teoria, bolscevica sanitaria, hanno più volte ribadito. Secondo costoro esercitare la professione e l’impresa in campo sanitario sarebbe disdicevole perché profittevole. Tutto questo nel mentre le stesse attività stipendiate dallo Stato assumono un connotato di eticità dei fini di valore superiore!

Ora, a quanto pare, sembra che anche il governo di centrodestra voglia adeguarsi a questa ottica. Lo si deduce dal recente accordo stipulato tra governo e medici di famiglia con il quale si definisce il passaggio dei “camici bianchi” di medicina generale alle dipendenze dello Stato. Tale passaggio decreta, di fatto, la fine della libera professione in campo medico e sanitario. Quali sarebbero i vantaggi per l’utente di questa idea, essendo noto che chi ha assicurato lo stipendio, a prescindere rende meno di chi lo deve tutelare e conservare coltivando sì il paziente?!? E cosa c’entra la modalità di erogazione delle prestazioni sanitarie (leggi Case di Comunità e ciclo continuo di assistenza) con lo status di dipendenza statale dei medici che eserciteranno in quella attività? Insomma, con buona pace del liberalismo professato da quasi tutto l’arco delle forze politiche italiane, ci apprestiamo a copiare il modello cubano o nord coreano di sanità in Italia.

Senza competizione e libertà di essere scelti (e di scegliere), niente migliora, soprattutto nella scienza. E cosa nota che i servizi più efficienti siano quelli che dipendono dal gradimento dell’utente e dalla sua libertà di scelta. E’ questo discrimine che distingue i cittadini dai sudditi e lo Stato liberale dal Leviatano.

Sen. Dott. Vincenzo D’Anna
presidente Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB)

Vincenzo D'Anna

05 Febbraio 2025

© Riproduzione riservata

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