Case della Comunità, il Ministro scopre che serve “uno sforzo di tutti gli attori”. Dopo quasi quattro anni

Case della Comunità, il Ministro scopre che serve “uno sforzo di tutti gli attori”. Dopo quasi quattro anni

Case della Comunità, il Ministro scopre che serve “uno sforzo di tutti gli attori”. Dopo quasi quattro anni

Gentile direttore, c’è una frase che, in politica sanitaria, dovrebbe far sempre scattare un allarme rosso: “servirà uno sforzo di tutti gli attori”. 

Gentile direttore,
c’è una frase che, in politica sanitaria, dovrebbe far sempre scattare un allarme rosso: “servirà uno sforzo di tutti gli attori”. Di solito arriva quando un obiettivo è in ritardo, le responsabilità sono diffuse, le scadenze vicine e nessuno ha grande voglia di rimanere con il cerino acceso in mano.

Il Ministro Schillaci, nel suo intervento al Forum G19+2 di Genova, assicura che l’obiettivo delle Case della Comunità è raggiungibile. Molto bene. Ma non è chiaro se, una volta tagliato il nastro, quelle strutture saranno davvero in grado di fare ciò per cui sono nate: prendere in carico le persone, integrare professionisti e servizi, ridurre gli accessi inappropriati in ospedale e intercettare la cronicità prima che diventi emergenza.

Perché una Casa della Comunità non è una targa, una planimetria, una voce di avanzamento lavori o un edificio ristrutturato con fondi europei. È un presidio del Servizio Sanitario Nazionale che dovrebbe funzionare perché dentro ci lavorano medici e pediatri di famiglia, infermieri, specialisti, assistenti sociali e personale amministrativo, con diagnostica di base, punto unico di accesso, collegamento con la Centrale Operativa Territoriale e presa in carico reale dei pazienti.

Qui emerge il primo cortocircuito. Il PNRR ha previsto le Case della Comunità come uno degli assi della riforma dell’assistenza territoriale. Il DM 77/2022 ne ha definito funzioni e standard. Ma il rischio, ormai evidente, è che la narrazione pubblica trasformi un progetto di sanità territoriale in un piano di edilizia sanitaria. Così il successo si misura sulla struttura consegnata, non sul servizio erogato; sul cantiere chiuso, non sul bisogno di salute intercettato; sul numero raggiunto, non sull’equità di accesso.

La seconda criticità è politica. “Serve uno sforzo di tutti gli attori” è una formula apparentemente inclusiva. In realtà, se pronunciata da un Ministro in carica dal 22 ottobre 2022, rischia di suonare come un elegante trasferimento di responsabilità. Certo, la sanità è competenza concorrente; Regioni, aziende sanitarie e territori devono fare la loro parte. Ma dopo quasi quattro anni di Governo, il Ministro della Salute non può limitarsi a esortare tutti a stringersi a coorte. Altrimenti la responsabilità diventa un condominio istituzionale: tutti devono fare qualcosa, ma nessuno risponde davvero del risultato finale. E intanto il cittadino, che non legge le milestone europee né partecipa ai tavoli tecnici, chiede: quando ho bisogno di assistenza, qualcuno mi prende in carico?

Il terzo punto è il più concreto: senza personale le Case della Comunità rischiano di diventare case disabitate. Il DM 77 non immagina contenitori vuoti, ma luoghi popolati da professionisti e servizi. Dove sono le risorse per reclutare, trattenere e valorizzare il personale necessario? Dove sono le misure per rendere attrattiva la medicina territoriale? Dove sono i modelli organizzativi che permettono a medici, infermieri, specialisti e servizi sociali di lavorare davvero insieme? Il PNRR ha finanziato investimenti, non miracoli: consente di rendicontare ristrutturazioni, tecnologie e infrastrutture, ma non garantisce automaticamente l’organizzazione quotidiana dei servizi né la presenza stabile dei professionisti. Se il Fondo Sanitario Nazionale resta insufficiente e la crisi del personale rimane una variabile secondaria, le Case della Comunità rischiano di aprire formalmente e funzionare parzialmente. Un modo molto italiano di rispettare una scadenza senza risolvere il problema.

C’è poi una questione di linguaggio. Dire che “l’obiettivo è raggiungibile” può significare tante, troppe cose. Raggiungibile per Bruxelles? Per il cronoprogramma? Per il collaudo tecnico-amministrativo? O per i cittadini, che dovrebbero trovare servizi accessibili e continuità di cura? Sono obiettivi diversi: i primi tre si certificano con documenti, report e visite istituzionali; il quarto con la vita quotidiana delle persone. E la sanità pubblica, lasciando da parte la propaganda, si giudica sul quarto obiettivo.

L’ironia, amara, è che dopo anni di annunci sulla sanità territoriale siamo ancora alla fase dello “sforzo di tutti”. Ma il Paese non ha bisogno di una maratona retorica. Ha bisogno di sapere quante Case della Comunità saranno realmente operative, con quali servizi, con quali orari, con quali professionisti, con quali standard e con quali risorse a regime.

Il diritto alla tutela della salute non si garantisce con l’ottimismo istituzionale. Si garantisce con programmazione, personale, finanziamento, accountability e risultati misurabili. Altrimenti rischiamo di festeggiare l’apertura delle Case della Comunità mentre il SSN continua a non avere abbastanza professionisti per abitarle. E, come noto, una casa senza abitanti può anche essere nuova. Ma resta vuota.

Nino Cartabellotta
Presidente Fondazione GIMBE

16 Giugno 2026

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