Contratto. Perché gli infermieri non si fidano più

Contratto. Perché gli infermieri non si fidano più

Contratto. Perché gli infermieri non si fidano più

Gentile Direttore,
in merito alle considerazioni fornite dal MEF sugli atti di indirizzo emanati dal comitato di settore all’Aran per il comparto e la dirigenza sanitaria non mi sembra ci sia nulla di cui stupirsi. Che manchi il fondamento di ogni atto è cosa ovvia e l’abbiamo più volte ribadito come sindacato. Pensare di aprire una contrattazione dove le richieste di parte datoriale non abbiamo un corrispettivo almeno economico da offrire alla controparte non è contrattazione è determinazione “unilaterale” per dirla alla Brunetta (art. 54 d.lgs. 150/2009) e non necessità di accordo.
 
Ciò che è necessario per aprire la contrattazione è la conoscenza esatta delle risorse disponibili – 11 euro lordi al mese non bastano – e, infatti, il governo sta pensando di aumentare la disponibilità da mettere a bilancio dal 2017 non tanto perché intimamente convinto della validità dello strumento contrattuale ma, probabilmente, per far passare l’arrabbiatura ai dipendenti pubblici che verosimilmente andranno a votare in massa NO al referendum costituzionale e che non vedono un euro di aumento da ben sette anni. Probabilmente arriveremo forse agli 80 euro lordi mensili che è ormai la quota nota alla vigilia del voto. Ma tant’è.
 
Aver anticipato i tempi dell’atto di indirizzo non ha giovato nemmeno sotto un altro aspetto, quello normativo. Non ha senso dare degli indirizzi alla contrattazione se non conosciamo prima qual è l’oggetto della contrattazione, cioè quali sono le materie delle singole modalità di relazioni sindacali (informazione, consultazione, concertazione, esame congiunto, contrattazione o altre forme che il nuovo TUPI prevedrà).
 
Mancando questi due assi cartesiani, quello economico e quello normativo, non è possibile collocare la discussione sul rapporto di lavoro in termini definiti come correttamente vuole il MEF che ha il compito di vigilare sulla compatibilità economica delle proposte.
 
Per quanto riguarda lo sviluppo di carriera della professione infermieristica (infermiere esperto e specialista) correttamente il MEF fa notare che non gli è ancora pervenuta la delibera IPASVI n. 79 del 25 aprile 2015 e al Comitato di settore non è ancora giunto il documento conclusivo del tavolo ministeriale dove quanto uscito dalla porta si vuole, forse, far rientrare dalla finestra. Quindi nessuno conosce quale altra fonte normativa individua tale figura.
 
In realtà la possibilità dell’infermiere “specialista” o “esperto” (in questo caso sono usati come termini equivalenti) esiste già dal 1999 ed è previsto dall’art. 13 comma 4 del contratto, quindi nulla osta a realizzarlo. Per queste figure i dirigenti infermieristici responsabili dell’organizzazione e spesso presenti anche ai vertici dell’IPASVI potevano e possono chiedere il passaggio al livello economico “super” della categoria D.
 
Perché oggi i sindacati sottoscrittori e i dirigenti aziendali non abbiano realizzato questa possibilità – salvo alcuni casi noti in Toscana e in Romagna – risulta oltremodo oscuro visto la prontezza con cui oggi si dichiarano tutti a favore dell’infermiere specialista. Si sono forse scordati di questa possibilità?
 
Certo il passaggio di livello ha un costo che ricade anche sul fondo comune ma lo stesso fondo è finanziato anche dall’indennità infermieristica di cui all’art. 40 CCNL 1999 che anch’essa per merito di tre profili va a beneficio di tutti. Facciamo questa specifica economica per tranquillizzare chi sostiene il comma 566 della legge di stabilità 2015 il quale, è bene ricordarlo, termina così: “Dall’attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”
 
Vede direttore, viviamo in una narrazione dove nulla è più congruente. Ci chiedono di diversificare il salario e premiare il merito mentre il Governo eroga bonus a pioggia. Ci dicono che infermieri ce ne sono pochi nei reparti e sono poco pagati ma poi chi, da rappresentante della professione, dice queste cose non muove gli infermieri (diversamente dai medici che scendono in piazza compatti) e anzi difende un codice deontologico che li vede asserviti al sistema demansionante.
 
Ci dicono che ora (dopo aver mosso un casino che metà basta) è compito dei sindacati valorizzare economicamente le competenze, ma la nostra avanguardia all’Avana aveva già sottoscritto il costo zero.
 
In questo scenario in cui comunemente ci muoviamo per rappresentare gli infermieri non sappiamo più di chi fidarci; gli infermieri che incontriamo ci dicono che non sanno più di chi fidarsi. Forse di fronte a tante sirene è tempo di dire No, salvare la dignità dei lavoratori e dei cittadini e ripartire daccapo.
 
Andrea Bottega
Segretario nazionale Nursind

31 Agosto 2016

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