Covid. Quale rischio reale corriamo su un bus o a un party? 

Covid. Quale rischio reale corriamo su un bus o a un party? 

Covid. Quale rischio reale corriamo su un bus o a un party? 

Gentile Direttore,
i principali fattori di rischio per il contagio da coronavirus sono riconosciuti essere i seguenti tre: 1) il regolare ricorso al trasporto pubblico (perché determina inevitabili assembramenti in spazi chiusi; es. autobus, treno, metropolitana); 2) la partecipazione a eventi/situazioni di natura sociale, educativa o sportiva che assembrano numerose persone senza poter sempre garantire adeguate condizioni di sicurezza (es. presenza a cene, aperitivi, movida, presenza nelle classi scolastiche, raduni sportivi, raduni politici); 3) il non rispetto delle raccomandazioni vigenti riguardo alle azioni di protezione individuale (es. uso regolare della mascherina e lavaggio delle mani).
 
Infatti, sono questi tre gli elementi che, giustamente, vengono presi di mira quando si inaspriscono i provvedimenti finalizzati a limitare la pandemia. A ciò si aggiunge la presenza fisica sul luogo di lavoro che è difficile – per la sua eterogeneità – da ricondurre a valutazioni di rischio affidabili, ma che di fatto si sovrappone, sotto molti aspetti, ai tre fattori di rischio sopra elencati.
 
L’osservazione che desidero qui riportare è che, da un lato, sarebbe assai utile disporre di dati scientifici precisi su questi tre fattori di rischio (es. rischio relativo di contagio legato all’uso del trasporto pubblico: primo esempio ipotetico, valore pari a 6.23 con intervallo di confidenza al 95% da 4.91 a 8.82; secondo esempio ipotetico: valore pari 1.10 con intervallo di confidenza al 95% da 1.06 a 1.19).
 
D’altro lato una abbondante casistica per eseguire queste analisi (determinando i casi positivi e negativi al test) è già pronta ed è a disposizione del SSN perché sono gli stessi diretti interessati che affluiscono ai Punti di Covid Test. Ciò nonostante, alcune analisi scientifiche/epidemiologiche, pur se elementari, purtroppo non vengono fatte.
 
Il valore di conoscenza derivante da queste analisi elementari sarebbe enorme; un conto è sapere che il trasporto pubblico usato regolarmente moltiplica il rischio di più di 6 volte (primo esempio ipotetico), ben altro conto è sapere che il rischio aumenta ma solo del 10% (secondo esempio). Non si possono neppure escludere risultati a sorpresa secondo cui ciò che è comunemente ritenuto un importante fattore di rischio poi non si rivela essere tale alla luce di un’indagine ad hoc. Questi dati, ovviamente, aiuterebbero a governare le priorità nell’assunzione dei provvedimenti restrittivi.
 
Cosa servirebbe per avere queste informazioni? Dal punto di vista di una “fattibilità sostenibile” è irrealistico, a mio avviso, rilevare questi dati sistematicamente sui 100mila e passa casi indagati quotidianamente in Italia. E’ sufficiente uno sforzo sperimentale molto minore e di agevolissima sostenibilità; ad esempio, un progetto di raccolta dati “una tantum” che si limita ad una sola grossa ASL e ad una durata di sole 24 ore (“giornata indice”).
 
Supponiamo che nella giornata indice vengano eseguiti 1.000 tamponi in tale ASL. Ci interessa il “trasporto pubblico” come fattore di rischio? Chiediamo a ciascuno dei soggetti testati se nelle ultime due settimane è stato utente regolare del trasporto pubblico oppure no e registriamo la risposta.
 
Quel giorno serviranno due o tre borsisti (spesa presumibile: max 10mila euro una tantum) che si incaricano di recepire le risposte e registrarle in un archivio.
 
Quel giorno, quel Punto di Covid Test subirà un qualche rallentamento, ma ne varrà certamente la pena. Quelle 1.000 risposte riguardanti l’utilizzo o meno del trasporto pubblico consentiranno di calcolare il rischio relativo sopra citato, quantificandolo ad uso e consumo dei decisori.
 
Poi magari potrebbe seguire un progetto sul rischio legato alla movida, poi una replica del progetto sul trasporto pubblico eseguita in un’altra ASL, etc etc. Ogni giorno, il SSN “riceve” un 7% di persone che si rivelano COVID-positive e un 93% di persone che si rivelano negative. Grazie all’esistenza del SSN, abbiamo già in casa nostra la materia prima che ci serve per “capire”. A mio giudizio questa opportunità (ovviamente integrata con il contct tracing dei focolai) andrebbe sfruttata.
 
Impegnandosi in misura maggiore, il SSN potrebbe fare molto di più sviluppando progetti ben più completi e complessi, ma quanto sopra descritto è già meglio che niente.
 
Nota: Ho già riportato alcune di queste considerazioni sul Blog Sanità in ambiente Messenger coordinato da Cesare Cislaghi e in un preprint grafico pubblicato qui
 
Andrea Messori
Specialista in Farmacologia Applicata, Firenze

Andrea Messori

12 Ottobre 2020

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