Femminicidio, non è follia ma violenza

Femminicidio, non è follia ma violenza

Femminicidio, non è follia ma violenza

Gentile Direttore,
accade quasi sempre così. Dopo l’ennesimo femminicidio, arrivano le prime ricostruzioni, le frasi sussurrate nei telegiornali, i titoli nei quotidiani: “gesto di follia”, “raptus improvviso”, “lui era depresso”. È una narrazione ripetuta, quasi automatica. Come se la spiegazione di una violenza così brutale potesse trovarsi tutta lì, in una mente “malata” che all’improvviso perde il controllo.Eppure, quella scorciatoia linguistica e culturale non solo è falsa, ma è anche pericolosa. Lo dice la scienza, con una chiarezza che non lascia spazio a dubbi.

Come abbiamo mostrato nel nostro articolo pubblicato su Legal Medicine, in cui abbiamo analizzato oltre 3.500 studi internazionali, non esiste alcun legame causale diretto tra disturbi mentali e femminicidio. La domanda da cui siamo partiti era semplice ma cruciale: davvero la malattia mentale può spiegare i femminicidi? La risposta è stata netta: no.

Questi delitti non nascono dalla “follia”, ma da culture patriarcali, dinamiche di controllo e possesso, disuguaglianze strutturali e, in molti casi, anche dall’abuso di alcol e droghe. Continuare a parlare di “raptus” significa raccontare un’altra storia, più comoda ma meno vera.

L’idea dell’assassino “folle” è profondamente radicata nella percezione pubblica, ma non resiste ai dati. Solo una quota minima e statisticamente irrilevante dei femminicidi è commessa da persone con una diagnosi psichiatrica. E anche in questi casi, la malattia non è quasi mai la causa diretta. È fondamentale distinguere tra un delitto “di” una persona con disturbo mentale — quando la patologia è il motore dell’atto — e un delitto “in” una persona con disturbo mentale, quando la diagnosi esiste ma non ha avuto alcun ruolo causale. Confondere i due piani significa creare un nesso improprio che distorce il fenomeno e, soprattutto, sposta lo sguardo lontano dalle vere responsabilità.

Questo falso legame produce danni profondi. Distoglie l’attenzione dalle radici strutturali della violenza sulle donne. Rafforza stereotipi e pregiudizi verso milioni di persone che convivono con disturbi mentali, già stigmatizzate. E alimenta una disinformazione che non aiuta la prevenzione, anzi la ostacola. Avere un disturbo mentale non significa essere violenti: la maggior parte degli autori di femminicidio non ha alcuna diagnosi psichiatrica. Dietro a questi delitti non c’è una malattia improvvisa e ingestibile, ma un contesto sociale che legittima il controllo e la sopraffazione.

Già nel 2022, in un altro nostro lavoro, avevamo proposto una definizione più precisa: il femminicidio come “omicidio commesso a causa del mancato riconoscimento del diritto all’autodeterminazione della vittima” (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35763984/) . È qui che si annida la chiave interpretativa: non nella mente dell’assassino, ma nel sistema di valori, nella cultura e nelle dinamiche di potere che rendono possibile quella violenza.

La nostra revisione internazionale mostra che i femminicidi maturano spesso in relazioni squilibrate, dove il possesso e il controllo diventano centrali, in contesti di vulnerabilità socioeconomica, disoccupazione e stereotipi di genere profondamente radicati. L’abuso di alcol e droghe agisce come amplificatore, aumentando la gravità e la letalità della violenza. Questi atti non sono scatti incontrollabili, ma comportamenti intenzionali che si formano e si consolidano nel tempo. Ridurli a “gesti di follia” significa cancellare la complessità e rinunciare a intervenire sulle vere cause.

Questo cambio di prospettiva arriva in un momento cruciale. Il 10 ottobre si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale. In Italia, il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Roma 2, Rai per la Sostenibilità e l’Ordine dei Giornalisti hanno diffuso il vademecum “Informare sulla salute mentale” (https://www.odg.it/wp-content/uploads/2025/06/NEW_salute-mentale-interattivo.pdf) , per promuovere un linguaggio corretto e contrastare stigma e pregiudizi. Perché le parole contano. Modellano percezioni, influenzano culture, possono includere o escludere.

Espressioni generalizzanti come “assassino con disturbi mentali” sono scorrette e pericolose. Non restituiscono la complessità dei fatti e, scelte spesso per attirare attenzione, finiscono per rafforzare gli stessi stereotipi che bisognerebbe decostruire.

La responsabilità è condivisa. Giornalisti, istituzioni e cittadini sono chiamati a un uso attento e rigoroso delle parole. Non solo per rispetto verso le persone con disturbi mentali, ma anche per migliorare la comprensione pubblica della violenza di genere e affrontarla per quello che è: un fenomeno sociale, culturale e politico.

I dati confermano l’urgenza. Al Festival della Salute Mentale Ro.Mens 2025. a Roma, un sondaggio Doxa ha registrato un aumento del pregiudizio verso la salute mentale tra il 2022 e il 2025. Un segnale preoccupante che richiede interventi basati su evidenze scientifiche e una comunicazione accurata.

Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per riconoscere la violenza strutturale, combattere i pregiudizi e costruire una società in grado di prevenire davvero i femminicidi. Tutto il resto è stigma!

Emanuele Caroppo
Dipartimento di Salute Mentale Asl Roma 2

Alessandra Sannella
Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università di Cassino

Rossana Cecchi

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Emanuele Caroppo, Alessandra Sannella e Rossana Cecchi

08 Ottobre 2025

© Riproduzione riservata

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