Il caos nei Pronto Soccorso? Vero, ma la colpa è anche di chi ci va senza averne realmente bisogno

Il caos nei Pronto Soccorso? Vero, ma la colpa è anche di chi ci va senza averne realmente bisogno

Il caos nei Pronto Soccorso? Vero, ma la colpa è anche di chi ci va senza averne realmente bisogno

Gentile Direttore,
la questione dell’accesso ai pronto soccorsi è sempre più urgente e, a parere di chi scrive, destinata a peggiorare. Lo è in termini quantitativi e qualitativi, lo è nelle possibilità di accoglienza in strutture talora degne di tale nome, e lo è nei tempi di stazionamento, spesso davvero eccessivi. Se certamente la stessa architettura di alcune realtà ospedaliere, la loro organizzazione, le risorse disponibili (tecniche ed umane) sono un fattore determinante per affrontare le tante richieste di prestazione, anche le aspettative dell’utenza ed il corretto utilizzo delle strutture stesse – da parte dell'utenza stessa – sono un aspetto tanto importante, quanto poco affrontato, talora trascurato.

Non riesco a capire perché in questo Paese l’educazione sanitaria sia relegata agli ultimi posti delle priorità nazionali; è vero e comprensibile che il cittadino, se non ha alternative logiche e pratiche, si trova costretto a ricorrere alle strutture ospedaliere; è verissimo che recarsi al pronto soccorso non è una scampagnata o una gita (anzi!); ma il farlo per problemi sinceramente banali e impropri, e poi lamentarsi se si attendono ore, ha veramente dell’incredibile.


 


Non sarebbe male se le autorità sanitarie nazionali , unitamente al sollecito rivolto a chi potrebbe introdurre modalità organizzative per ‘filtrare’ gli accessi (in primis le ASL, che possono decongestionare l’accesso al pronto soccorso, con gli ambulatori dei codici bianchi, con gli Infermieri di comunità, e con altre esperienze già attive con efficacia in Italia) provvedessero a campagne mirate, energiche, anche un po’ ‘’ruvide’’: nelle quali spiegare che quando si riceve un colpo ad una mano e si teme una frattura, e dunque (anche) per non pagare il ticket nello studio radiologico privato si va in pronto soccorso, è del tutto logico e normale attendere ore, perché inevitabilmente qualcuno, con problemi più stringenti , è presente come utente in quel posto: ed ha un maggior bisogno,inevitabilmente.


 


Scrivo questo perché pochi giorni fa ho seguito, informato da Colleghi della zona, un caso emblematico, avvenuto in provincia di Rovigo: anche se vivo e lavoro altrove, riconosco tutti i problemi e le dinamiche che si sono sovrapposte in questa faccenda, comunque antipatica. Un utente che aveva un piccolo problema a una mano si era recato in un pronto soccorso della zona, dove era stato classificato come codice bianco: dopo un po’ di tempo di attesa, non prima di avere discusso con il personale, lasciava la struttura ‘’per andare a casa a vedere il Milan in TV’’…, come ha scritto al giornale locale (e già questo definisce la priorità della sua situazione…). Nella lettera apparsa sulla stampa, questo signore ha lamentato una scarsa professionalità del personale, definito eccessiva l’inutile attesa, e arricchito la sua nota con epiteti francamente molto pesanti, e del tutto inutili, verso i professionisti. Naturalmente, e giustamente, si sono schierati a difesa del personale più sigle sindacali e l’ordine professionale degli Infermieri competente per territorio; è stata poi organizzata (proprio ieri, l’otto settembre) una manifestazione di sostegno a chi lavora in prima linea, con la solidarietà del Sindaco.

Io non vorrei concentrarmi su questo, quanto sul fatto che anche nell’articolo che commenta la manifestazione manca la sottolineatura di un dato decisivo, e che a mio modesto avviso solo uno, fra i tanti interventi a commento, ha riportato con lucidità: e cioè che non si può pensare di ricorrere al pronto soccorso per qualsiasi cosa, e magari – era lo spirito della rivalsa dell’utente!- senza tempi di attesa.

Così, ritorno all’origine e al senso della mia richiesta, caro Direttore. In mezzo ai giusti e necessari spot TV sul numero verde della Capitaneria di porto (del resto, siamo un paese di santi e navigatori…); con le utili comunicazioni istituzionali su come prevenire gli incendi boschivi; sulle legittime e benefiche iniziative per sanare le disparità di genere, perché non si provvede anche a vere, reali campagne di informazione sanitaria, che spieghino concetti che evidentemente non sono del tutto chiari e noti.

Una bella campagna mediatica che ricordi ai cittadini che al pronto soccorso devono necessariamente essere trattati prima i casi urgenti. Che la definizione di urgenza, ed il conseguente codice di accesso, sono assegnati da un Infermiere appositamente formato ed esperto (funzione di triage, normata e codificata). Che se arriva un caso grave e noi stiamo aspettando da un po’ di tempo, se il nostro non è un caso urgente, inevitabilmente l’attesa si allungherà. Che le risorse, alla fine, non sono infinite e che dobbiamo capire che non c’è sempre una risposta istantanea a tutte le nostre esigenze, purtroppo. Mi rendo conto che rispetto ai tanti annunci ed agli spot sulla ripresa ,e sulla validità di tutto ciò che viene offerto al cittadino, beh: un messaggio così forse non è tanto simpatico, ma possiamo continuare a far finta di nulla, anche sul piano comunicativo?

Mi dispiace, ma vedo sempre meno praticate le buone pratiche di informazione al ‘’pubblico’’, che spesso anzi riceve , in particolare sulla Sanità, messaggi fuorvianti: mi rivolgo a QS perché valuto preziosissimo il vostro contributo anche in questa direzione, e spero che il senso della mia non sia travisato da chi –ad esempio- difende i diritti dei cittadini, perché l’intento non è assolutamente quello della polemica, o delle rivalse reciproche , ma solo quello della crescita delle informazioni sul ‘’buon uso’’ di risorse che non sono infinite, anzi purtroppo assai contratte nel recente,con tagli che hanno penalizzato tutti: professionisti e clienti.

Francesco Falli
Presidente Collegio Ipasvi, La Spezia

09 Settembre 2015

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