Il maschilismo dei dati

Il maschilismo dei dati

Il maschilismo dei dati

Gentile Direttore,
prendendo spunto dal libro “Per soli uomini” di Emanuela Griglié e Guido Romeo, la Biblioteca Alessandro Liberati promuove il BAL Talk “Il maschilismo dei dati” (28 maggio, dalle ore 16, ecco il link per la diretta), con l'obiettivo di fare una ricognizione nel mondo dei dati per rivelarne l'essenza androcentrica, approfondendo i temi delle differenze di genere in epidemiologia, del bias di genere nella ricerca clinica e dello squilibrio a favore degli uomini nella letteratura scientifica.

“I dati sono la grande e invisibile infrastruttura che governa il nostro mondo. È su di essi che si costruiscono innovazioni e tecnologie, dai farmaci alle intelligenze artificiali, e si fanno scelte fondamentali per la nostra vita quotidiana: chi curare e come, a chi dare un mutuo, chi assumere e con che salario. Ma i dati non sono neutri. Come le tecnolologie, sono un costrutto socio-culturale perché si sceglie che tipo di dati registrare e utilizzare. Non rilevare, per esempio, gli effetti nocivi dei solventi per le tinture dei capelli fa sì che molti tumori femminili non vengano classificati come malattia professionale. Oppure sviluppare un farmaco solo su animali maschi e testarlo prevalentemente su uomini, fa inevitabilmente sottostimare le reazioni avverse alle quali sono esposte le donne”. Questo è il pensiero di Guido Romeo da cui si prenderà spunto nel BAL Talk di domani sull'annoso problema del maschilismo dei dati.

E quando diciamo annoso, è a buon titolo, dato che potremmo tornare indietro di due millenni fino a “Sulla generazione degli animali”, in cui il filosofo greco Aristotele caratterizzò una femmina come un maschio mutilato. Il problema principale risiede proprio nel fatto che questa assurda convinzione abbia messo in qualche modo radici nella cultura medica occidentale, escludendo le donne dalla produzione di conoscenze mediche e scientifiche e dandoci un sistema sanitario – tra le altre cose, nella nostra società – fatto dagli uomini per gli uomini.

La dottoressa Kate Young, ricercatrice di salute pubblica alla Monash University in Australia, afferma che uno dei suoi esempi “preferiti” riguarda alcuni dei primi schizzi di scheletri, in cui gli artisti anatomici, maschi, hanno intenzionalmente fatto sembrare i fianchi delle donne più larghi e i loro crani molto più piccoli, come per dire: “Ecco la nostra prova che le donne sono corpi riproduttivi e hanno bisogno di stare a casa, e non possiamo rischiare di renderle sterili per la troppa istruzione, dato che le loro teste sono così piccole”. E se in riferimento a centinaia e centinaia di anni fa, possiamo anche glissare sul tema, farlo ora e mettere la testa sotto la sabbia è assurdo e inconcepibile.

Per via della riproduttività femminile, la medicina ha associato le donne al corpo e gli uomini alla mente, una divisione binaria priva di basi che, oltre a limitare il contributo scientifico delle donne, le espone maggiormente a rischi.

Le malattie che si presentano in modo diverso nelle donne sono infatti spesso mal diagnosticate, e quelle che le colpiscono principalmente rimangono in gran parte un mistero: sotto studiate, sotto trattate e spesso mal diagnosticate o non diagnosticate affatto, con importanti effetti a catena sia per la pratica medica che per la salute delle donne.

Uno dei più grandi paradossi poi, come sostiene Marina Davoli, direttore del Dipartimento di Epidemiologia SSR Lazio “risiede nel fatto che si parli tantissimo di medicina personalizzata, con tutti gli investimenti sulla ricerca in ambito di risposta ai farmaci e non solo, quando poi – come emerge anche nel libro di Griglié e Romeo – nelle sperimentazioni cliniche di genere, che è un elemento determinante della risposta, non viene di fatto considerato”.

Oggi un po' le cose stanno iniziando a cambiare, come sottilinea ancora Guido Romeo, “grazie a maggiore sensibilità, un'aumentata richiesta sociale e a nuove leggi. Tuttavia c'è ancora molta strada da fare. Ed è un percorso di cui non beneficiano solo le donne, ma anche gli uomini, perché il 'maschilismo dei dati' di cui parliamo è spesso la riduzione dell'individuo a un maschio standard di 1,80 metri e 75 kg, come lo voleva Le Corbusier, molto poco rappresentativo non solo della variabilità femminile ma anche di quella maschile”.

Eppure, sempre paradossalmente, quando si tratta di salute gli uomini risultano il sesso debole.
L'aspettativa di vita sta cambiando, aumentando lentamente ma costantemente anno dopo anno, tuttavia quello che non muta è il divario di genere. Le persone di entrambi i sessi vivono più a lungo, ma decennio dopo decennio le donne continuano a superare gli uomini, con un divario ben più ampio ora di quanto non fosse un secolo fa.

“È per tutti questi motivi – sottolinea Paola Michelozzi del Dipartimento di Epidemiologia SSR Lazio – che i dati sanitari (e non) debbano essere disaggregati per genere. Negli studi epidemiologici a dire il vero consideriamo sempre il genere (come l'età), ma difficilmente siamo interessati alla modificazione d'effetto del genere, che andrebbe valutata”.

Cestinare definitivamente l'impostazione androcentrica della medicina diventa quindi fondamentale, e finalmente si è iniziato a comprendere l'importanza di garantire la conoscenza e l’applicazione di una visione di genere nella ricerca, nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura, con specifici studi universitari, nonché nell’ambito dei piani formativi delle aziende sanitarie e soprattutto con il “Piano formativo nazionale per la Medicina di Genere”.


Tiziano Costantini
Dipartimento di Epidemiologia SSR del Lazio

27 Maggio 2021

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