Gentile Direttore,
ho letto con sincero stupore le dichiarazioni del Ministro Schillaci pubblicate ieri su Qs, Ministro che nel question time alla Camera ha parlato a proposito del Ssn di catastrofismo dei critici e di “visione d’insieme che mancava da anni” a proposito delle misure ideate sulla sanità del Governo Meloni. Sono parole che sconcertano per lo scarso senso della misura che evidenziano, probabilmente a causa del contesto in cui sono state pronunciate e cioè un contesto tutto politico come la Camera. A dei tecnici che la sanità che la vivono e studiano da anni quelle parole risultano difficili da comprendere e impossibili da accettare.
Partiamo dal catastrofismo di professione, quello che caratterizzerebbe chi critica l’azione del governo. Le analisi critiche che ricorrono più spesso sono tutte documentate e si riferiscono a fenomeni gravissimi come lo squilibrio enorme in termini di quantità e qualità dei servizi tra Nord e Sud, la frequenza della rinuncia alle cure, la crescita della spesa privata, gli standard assistenziali bassi e disomogenei della assistenza residenziale, le difficoltà della rete dei servizi per la salute mentale, il dramma della neuropsichiatria infantile, i bassi livelli di copertura degli screening dei tumori, i ritardi nella attivazione delle strutture e dei servizi previsti dal DM 77 e finanziati dal PNRR, la non applicazione sul campo in molte Regioni del Piano Nazionale della Cronicità del 2016 e del Piano Demenze del 2014, la arretratezza in molte Regioni della rete delle Cure palliative e della Terapia del Dolore, la scarsa attrattività di professioni sanitarie chiave come quella degli infermieri, dei medici di medicina generale e di molte figure specialistiche come quelle dell’area dell’emergenza-urgenza, la fuga dei professionisti nel privato o all’estero, i drammi del boarding al Pronto Soccorso su cui si scaricano i limiti della offerta territoriale in tutti gli ambiti e mi fermo qui per non esasperare il pur volenteroso lettore.
A favore di una visione più positiva il Ministro riporta il dato dell’incremento del fondo sanitario (incremento notoriamente incapace persino di coprire i costi incrementali inevitabili legati ad esempio a inflazione e aumento dei costi contrattuali), la riduzione del gap di spesa sanitaria rispetto agli altri Paesi Europei (dove nella spesa sanitaria c’è anche quella privata) e il miglioramento del 20% dei tempi di attesa (di cosa?) di oltre 1000 ospedali grazie al decreto delle liste di attesa (sulla base di quali dati visto l’inaffidabilità ormai conclamata dei dati della piattaforma nazionale?). Dato finale che dovrebbe scoraggiare il catastrofismo: i 23.500 ultracentenari aumentati del 130% negli ultimi anni. Questo dato, frutto di linee di tendenza che hanno radici lontane nel tempo, dovrebbe semmai preoccupare vista la qualità della assistenza agli anziani, specie non autosufficienti, di gran parte d’Italia. Insomma mi sfugge come si faccia a difendere gli italiani dai catastrofisti con questi dati. Temo che ciò che rende gli italiani così preoccupati per la loro sanità sia non tanto l’azione dei catastrofisti quanto l’effettivo stato del sistema di tutela della salute nel nostro Paese.
Non va meglio a mio parere quando il Ministro parla della “visione d’insieme” che avrebbe il governo Meloni sulla sanità. I tre punti a supporto di questa originale tesi sono i tre grandi cantieri aperti del disegno di legge (ddl) delega sul riordino del Ssn, sul riordino delle professioni e quello della prevenzione e digitalizzazione.
Cominciamo dal ddl delega sul riordino del Ssn che avrebbe secondo il Ministro un solo obiettivo: “che un cittadino non debba più salire su un treno per farsi operare magari a 1.000 chilometri da casa perché nella sua regione non ci sono le competenze. Quella non è mobilità sanitaria, è la sconfitta dello Stato.” Questo avverrebbe grazie a tre misure che ho già commentato qui su Qs: la creazione dei super ospedali di terzo livello, la creazione degli ospedali “elettivi” e la individuazione di “standard minimi ed omogenei su tutto il territorio”. Il testo del ddl ha una enorme quantità di difetti. Partiamo dai tre di impostazione generale. Il primo è che è scritto malissimo con frasi infinite, confuse e che diventano in alcuni passaggi incomprensibili scioglilingua. Il secondo è che nonostante la delicatezza dell’argomento non ha alcuna relazione di supporto che ne giustifichi le indicazioni. Il terzo è che prevede di potenziare tutto, dal territorio all’ospedale, in un contesto di “neutralità finanziaria” e cioè, come si dice, isorisorse. Ridicolo solo scriverlo (il potenziamento di tutto, intendo).
Entrando invece sulle indicazioni specifiche, il ddl sulla parte territoriale si limita a enunciare una serie di principi e criteri del tutto scontati (dal rilancio della integrazione tra servizi sociali e sanitari al potenziamento dell’area della salute mentale, alla definizione di standard per la assistenza residenziale e così via senza saltarne quasi nessuno) ricavabili da infiniti atti di indirizzo centrali a partire dal Piano Nazionale della Cronicità del 2016, senza alcuna indicazione su quale sarebbe il contributo del ddl in grado di rendere finalmente operativi in modo omogeneo sul territorio nazionale quelle direttive. Se la parte territoriale assomiglia a una sorta di giaculatoria (Treccani: “Breve e fervente preghiera, generalmente senza una formula prescritta, che può essere anche recitata mentalmente durante le comuni occupazioni”), quella sulla parte ospedaliera è invece a suo modo “prescrittiva” prevedendo la istituzione di due nuove tipologie di ospedali, quelli di terzo livello e quelli elettivi caratterizzando in modo insopportabilmente ospedalocentrico tutto il ddl. Di questa parte occorre fare un commento più articolato.
Per il dettaglio sugli ospedali di terzo livello rimando a un mio precedente intervento e mi limito qui a riprendere un frammento di questo intervento: “Quella dei super ospedali di terzo livello appare una scelta davvero inquietante nelle forme in cui viene descritta in modo poco trasparente dal testo del ddl: aumenta lo squilibrio ospedale-territorio, apre a un ruolo dominante di privati, enti religiosi e Università e sposta il governo della parte di presunta eccellenza della ospedalità del Ssn al livello centrale. Inoltre, è un progetto incoerente con l’obiettivo di contenimento della mobilità tra Nord e Sud che richiederebbe una ridistribuzione complessiva dell’offerta di servizi con dentro un progetto alte specialità.”
Per gli ospedali elettivi ancora una volta per il dettaglio rimando a un mio precedente intervento e anche qui riprendo un frammento di questo intervento: “il testo del ddl sembra al riguardo uno scioglilingua. Semplificando si parla di strutture ospedaliere per acuti prive di pronto soccorso che dovranno essere collegate in tempo utile con le strutture di livello superiore con Pronto Soccorso. Tutto il resto è oscuro. Si ricava dal comunicato del Ministero che dovrebbero accogliere pazienti acuti non urgenti provenienti da strutture ospedaliere di livello superiore. Tradotto: dovrebbero limitare il boarding dei Pronto Soccorso oggi arrivato a livelli insostenibili.” Il testo del ddl non chiarisce quale sia la soluzione immaginata per questa tipologia di ospedali, soluzione che potrebbe essere: il riorientamemento della attività delle Case di Cura private, la riconversione di alcuni degli attuali ospedali pubblici per acuti con chiusura del Pronto Soccorso e ridimensionsionamento del Dipartimento di Emergenza e Accettazione se presente o la riapertura di alcuni piccoli ospedali riconvertiti da trasformare in ospedali elettivi. In tutti i casi si tratta di soluzioni pasticciate a un problema la cui soluzione richiede tutt’altro tipo di scelte e cioè il potenziamento della assistenza territoriale.
Ma i problemi nella parte ospedaliera del ddl, e cioè della sua parte preponderante, non finiscono qui in quanto il suo testo lascia intravedere la possibilità di trasformare gli ospedali di comunità in pertinenze catastali degli ospedali per acuti. Anche per questo rimando a un mio precedente intervento.
Ma il difetto “specifico” più significativo del ddl è che non compare mai nel testo la parola “prevenzione”. Questo ci porta ad uno degli elementi caratterizzanti, almeno secondo le dichiarazioni del Ministro Schillaci, la presunta visione d’insieme della sanità che non si vedeva da anni del Governo Meloni: l’accoppiata prevenzione-digitalizzazione. Sulla prevenzione si cita il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031, che fa seguito ai Piani Nazionali della Prevenzione che si succedono dal 2005 e che come tutti gli altri soffrirà del sottofinanziamento della prevenzione, cenerentola per definizione tra i LEA come dimostra la dimenticanza che ne fa il ddl. Considerazione che vale anche per gli screening oncologici del pure citato Piano Oncologico. Quanto alla digitalizzazione, i riferimenti a Fascicolo Sanitario Elettronico e telemedicina dovrebbero essere imbarazzanti per il Ministro, visto che si tratta di progetti che accusano enormi ritardi, come al solito con profonde disomogeneità territoriali. Sulla intelligenza artificiale non mi sbilancio, se non per dire che mi accontenterei per ora di un po’ di intelligenza “naturale” in più nel governo e nella gestione del Ssn.
Dell’altro grande segnale di “visione d’insieme” del Governo Meloni, e cioè il ddl delega sulle professioni, non mi esprimo. Mi limito a riportare un frammento dell’intervento di Barbara Porcelli qui su Qs: “In conclusione, il ddl riconosce formalmente che la sicurezza delle cure è indissolubile dalla solidità dell’organizzazione. Tuttavia, questa presa di coscienza rischia di rimanere lettera morta se non supportata da risorse. Senza abbattere il muro dell’invarianza finanziaria e senza gratificare chi sceglie il pubblico, il diritto alla salute resta un principio astratto.”
In definitiva le dichiarazioni del Ministro Schillaci in Senato sono fortemente criticabili sia quando parla di catastrofisti di professione che di lungimirante visione d’insieme di questo Governo. Tra i catastrofisti ci sono più di cento Associazioni (vedi il movimento SCOSSA) e un numero altissimo di studiosi e tecnici, che hanno prodotto appelli e documenti, oltre ad altrettanti giornalisti e un numero elevatissimo di cittadini. Negare o ridimensionare in modo macchiettistico ciò che è nei dati di chi studia e nella esperienza quotidiana dei cittadini è stato un grave errore. Altrettanto grave è presentare come gioielli del Governo quelle che sono al massimo perline colorate, come il ddl per il riordino del Ssn o le innovazioni digitali e la “nuova” prevenzione.
Forse è il caso di ricordare al Ministro che in oltre tre anni il Governo non è stato in grado di rivedere il DM 70 sul riordino ospedaliero e che il DM 77 sul riordino del sistema territoriale e il PNRR se li sono trovati approvati e non riescono a renderli operativi, proprio perché manca la famosa “visione d’insieme” che pure il Ministro ha evocato. Peraltro spesso il Ministro scarica le responsabilità sulle Regioni dimenticando che nella grande maggioranza dei casi sono governate da Giunte di centrodestra, come nel caso delle Marche nei cui confronti il livello centrale ha un occhio di riguardo, anzi due.
Mi aspetto qualche correzione di rotta da parte del Ministro, sicuramente persona seria e impegnata nella difesa del Ssn.