Il riformista che non c’è e il “chirurgo senza qualità”

Il riformista che non c’è e il “chirurgo senza qualità”

Il riformista che non c’è e il “chirurgo senza qualità”

Gentile direttore,
da molti anni mi confronto con Ivan Cavicchi, leggo i suoi libri, seguo i suoi interventi pubblici. La sua coerenza è catoniana ("Carthago delenda est!"), la sua visione di una sanità nuova, e non controriformata, ha la potenza di una profezia biblica, persino il suo linguaggio è il segno forte delle idee.


Non sempre siamo d'accordo su tutto. Dice Cavicchi: tiriamo una linea. Bene, ma nel frattempo la macchina deve continuare a funzionare. E allora è urgente intanto mettere ordine in quello che abbiamo. La governance multilevel diffusa mi preoccupa se non si realizza in un contesto di regole certe ed uniformi. Mettiamo al centro il lavoro: oggi, e lo dico con un certo sconforto, i professionisti sono smarriti, incerti nella definizione del loro ruolo, spesso impreparati a confrontarsi con le sfide del nuovo. Molti ci accusano di essere la parte più retriva e conservatrice del sistema, e i più consapevoli di noi sono considerati poco rappresentativi delle sensibilità diffuse.


 


Tanti anni di emarginazione dai processi decisionali, la burocratizzazione esasperata anche dei percorsi clinici, i difficili rapporti con l'opinione pubblica hanno profondamente destrutturato il ruolo soprattutto dei medici che, ad esempio, non riescono neanche ad interpretare correttamente le relazioni con le altre professioni, infermieri in testa, operanti nel sistema. Si marcia su un terreno accidentato, irto di insidie ed ostacoli. Anni fa mi era venuta in mente l’immagine del “Chirurgo senza qualità” che, parafrasando l’Ulrich di Robert Musil, è un soggetto con tante qualità, ma impossibilitato ad applicarle alla società – allora l’impero absburgico in decadenza, oggi la weimariana Repubblica Italiana. Non so se oggi queste qualità ci sono ancora.


 


Esiste davvero un dibattito sui grandi temi della sanità in Italia? Diamo spazio al pensiero, alle idee? Siamo capaci di superare il minimalismo ideativo che caratterizza il nostro tempo? O tutto è ridotto ad una misera schermaglia di "posizioni"?


 


A ben considerare, quel che ci dice Ivan Cavicchi non è solo una proposta sulla nostra sanità, ma rimanda ad un'idea di Stato, che recuperi la sua funzione sociale, in cui il cittadino si riconosca per quello che nello stato rappresenta, azionista e "datore di lavoro". Sanità nuova, quindi, come paradigma di stato nuovo. Ivan parla di una nuova civiltà giuridica, di un nuovo contesto etico, di politica nel senso più alto e nobile del termine. Forse quello che cerca davvero non è un riformista, ma un “Homo Novus”. Siamo pronti a scommettere su questa idea. Dobbiamo, possiamo, vogliamo.


 


Luigi Presenti


Presidente Nazionale Acoi


Vicepresidente Collegio Italiano dei Chirurghi

02 Novembre 2013

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