Medicina Generale e Case della Comunità: Il doppio canale non è la soluzione

Medicina Generale e Case della Comunità: Il doppio canale non è la soluzione

Medicina Generale e Case della Comunità: Il doppio canale non è la soluzione

Gentile direttore, ha il merito di affrontare un nodo reale, la proposta del ministro Schillaci: senza i medici di medicina generale, le Case della Comunità non potranno funzionare.

Gentile direttore,
ha il merito di affrontare un nodo reale, la proposta del ministro Schillaci: senza i medici di medicina generale, le Case della Comunità non potranno funzionare. E senza una vera riforma della medicina generale, questa figura professionale rischia di perdere ulteriormente ruolo, attrattività e centralità.

Tuttavia, il modello del cosiddetto “doppio canale”, con alcuni medici convenzionati e altri dipendenti, rischia di complicare un sistema già oggi frammentato.

Non esistono riforme capaci di accontentare tutti. A un certo punto bisogna scegliere, auspicabilmente guardando agli interessi dei cittadini, del Servizio sanitario nazionale e dei medici nel loro insieme.

La professione del medico di medicina generale vive oggi una evidente crisi di identità e di ruolo. Il carico burocratico, cresciuto enormemente, e il sovraccarico quotidiano di incombenze, ostacolano il medico nell’effettivo svolgimento del proprio lavoro clinico: visitare, curare, fare prevenzione, seguire nel tempo i pazienti. A questo si aggiunge l’assenza di reali prospettive di carriera. Tutto ciò rende non attrattiva questa professione e la progressiva riduzione del numero di medici ne è la testimonianza. Questo avviene, sia chiaro, nella condizione attuale, non per una eventuale riforma.

Le Case di Comunità rappresentano oggi la soluzione organizzativa più innovativa per rendere più efficace ed efficiente l’assistenza territoriale, attraverso la piena integrazione tra professionisti e servizi. E non si può prescindere, evidentemente, dalla integrazione della principale figura sanitaria presente nel territorio, il MMG. Se questa integrazione manca, non funzionano.

La soluzione non si trova sovrapponendo sistemi organizzativi diversi, bisogna ripensare un modello nuovo di assistenza territoriale integrato.

Il punto vero non è quante ore, ma che cosa devono fare i medici in quelle ore, come deve essere riorganizzato il loro lavoro in sintonia con le nuove strutture delle C.d.C.

Quello che non può funzionare è, evidentemente, il doppio canale. Se il problema attuale nasce proprio dalla difficoltà di integrare pienamente i medici convenzionati con i servizi aziendali, i distretti, gli infermieri, gli specialisti e gli altri professionisti del territorio che hanno un rapporto di dipendenza, aggiungere un’ulteriore distinzione contrattuale dentro la stessa categoria non può che peggiorare le cose.

Si creerebbe un guazzabuglio organizzativo tra libera scelta del cittadino, attività ambulatoriale del medico di famiglia e attività da svolgere nelle Case della Comunità. Invece di semplificare, si complicherebbero ulteriormente le relazioni, l’organizzazione e la gestione dei servizi.

Servirebbe dunque una via unica nel rapporto di lavoro. Sicuramente meglio sarebbe la dipendenza. Ma quantomeno sarebbe necessario un assetto unico di ruoli, compiti e funzioni sulla base di una nuova visione dell’assistenza primaria e territoriale

La sfida è organizzare meglio lo stesso lavoro, con maggiore efficacia, minore dispendio di energie e maggiore gratificazione professionale. Per questo una ipotesi di riorganizzazione dovrebbe basarsi su alcuni presupposti:

Mantenere il rapporto fiduciario tra medico e cittadino. Questo rapporto non è affatto incompatibile con l’attività nelle Case della Comunità.

Far coincidere l’ambito territoriale di scelta del medico con quello della Casa della Comunità. Avremmo un medico di fiducia del territorio, oltre che del paziente. Non si tratta infatti di “spostare” gli ambulatori di oggi nelle strutture di domani. Il lavoro nella Casa della Comunità deve essere rivolto a tutti i cittadini del territorio, non solo ai pazienti del singolo medico. Altrimenti il modello sarebbe disfunzionale e tanto varrebbe lasciare le cose come stanno.

Prevedere un rapporto di circa 1.000 assistiti per ogni medico, valorizzando così il tempo clinico e la qualità professionale.

Superare la figura ormai antistorica e mortificante del medico di continuità assistenziale, la cosiddetta guardia medica. Anche questi professionisti dovrebbero diventare pienamente medici di medicina generale, con gli stessi assistiti e piena integrazione nell’organizzazione territoriale.

Su questa base, solo per dare una idea, immaginiamo come potrebbe funzionare una Casa della Comunità con una popolazione di riferimento di circa 50.000 abitanti e circa 50 medici di assistenza primaria.

Ogni medico di MG, compresi quelli di Continuità Assistenziale, avrebbe il proprio rapporto fiduciario con circa 1.000 assistiti nello stesso ambito territoriale della Casa della Comunità.

Una parte dell’attività resterebbe nell’ambulatorio del medico, come oggi (15 ore a settimana) dedicata alle visite programmate e alla continuità clinica dei propri pazienti. In quell’orario il medico dovrebbe poter lavorare senza essere continuamente interrotto: niente visite domiciliari, niente urgenze, niente disponibilità telefonica, niente richieste improprie, niente burocrazia.

La parte burocratica, la presa in carico, la gestione dell’iter assistenziale sarebbero assolti dalla struttura della Casa di comunità.

La parte medica, con il rimanente orario, potrebbe garantire stabilmente la presenza nella C.d.C. di 5 o 6 medici di medicina generale (CA compresa) per il completamento delle loro attività con quelle territoriali. Ciò consentirebbe presenza medica h24, gestione delle patologie croniche, visite domiciliari, presa in carico dei pazienti fragili, gestione delle acuzie e delle urgenze. Il cittadino troverebbe qui una risposta concreta ai suoi bisogni. In particolare, per le urgenze non avrebbe più bisogno di rivolgersi impropriamente al Pronto Soccorso.

Non si tratta quindi di aggiungere semplicemente ore di attività nella Casa della Comunità, ma di riorganizzare lo stesso lavoro in modo più moderno, efficiente e sostenibile, dentro un modello differenziato nelle attività, ma unitario nella organizzazione.

In questo modo il medico di medicina generale diventerebbe davvero il protagonista dell’assistenza territoriale e il cuore pulsante della Casa della Comunità, con maggiore gratificazione professionale. E queste potrebbero funzionare realmente e dare risposte moderne e adeguate, con beneficio per tutto il Servizio Sanitario Nazionale e, soprattutto, dei cittadini.

Nicola Preiti
Medico, già firmatario ACN Medicina Generale

Nicola Preiti

11 Maggio 2026

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