Più medici, meno infermieri: una programmazione formativa che rischia di smarrire il futuro
Gentile Direttore, i numeri non sostituiscono le scelte politiche, ma dovrebbero orientarle. Quelli della formazione sanitaria italiana restituiscono l'immagine di una programmazione che procede per compartimenti separati, senza una visione unitaria del Servizio sanitario nazionale.
Gentile Direttore, i numeri non sostituiscono le scelte politiche, ma dovrebbero orientarle. Quelli della formazione sanitaria italiana restituiscono l’immagine di una programmazione che procede per compartimenti separati, senza una visione unitaria del Servizio sanitario nazionale.
Il confronto tra il 2000 e oggi è eloquente. Gli accessi a Medicina sono passati da circa 6.000 a oltre 24.000 lo scorso anno, quadruplicandosi; i contratti di specializzazione medica da poco più di 5.000 a oltre 15.000, quasi triplicandosi, come evidenziato in tabella. Nello stesso arco temporale i posti di Infermieristica non sono nemmeno raddoppiati, attestandosi intorno alle 20.000 unità: una progressione modesta, avvenuta peraltro in un contesto nel quale la carenza infermieristica è stimata in oltre 100.000 unità rispetto ai principali Paesi europei, mentre l’Italia presenta una densità medica tra le più elevate dell’Unione, con oltre 4,1 medici per 1.000 abitanti contro i 3,3 della Francia e i 3,0 del Regno Unito.
Mentre la formazione medica è letteralmente esplosa, sino al superamento di fatto del numero chiuso, quella infermieristica è rimasta sostanzialmente statica per quindici anni, per poi crescere in misura del tutto insufficiente.
Colpisce inoltre un argomento ricorrente: il calo demografico. La riduzione dei diplomati dovrebbe logicamente incidere sulla programmazione di tutte le professioni sanitarie; sembra invece essere evocata soltanto quando si discute di infermieri, mentre per Medicina – corso che non soffre certo di carenza di domanda – si prospettano ulteriori espansioni sino a 30.000 accessi annui. Una simile asimmetria argomentativa è evidentemente legata alla diversa attrattività dei percorsi, ma non per questo risulta giustificabile sul piano programmatorio. Nella maggior parte dei sistemi sanitari avanzati si formano almeno tre infermieri per ogni medico; in Italia, semplicemente, formeremo per l’ennesima volta più medici che infermieri: stiamo diventando un caso unico al mondo.
Il rapporto infermieri per medico rimane infatti tra i più bassi d’Europa: 1,42 infermieri per ogni medico, meno della metà del valore di riferimento, pari a 2,5. I dati Eurostat mostrano che i Paesi meglio attrezzati ad affrontare cronicità e invecchiamento – Irlanda, Finlandia, Germania – superano i 1.200 infermieri ogni 100.000 abitanti.
Alla luce di tali evidenze, la scelta di rimuovere di fatto le barriere all’accesso per il solo corso di Medicina appare, con tutto il rispetto istituzionale dovuto, difficilmente comprensibile sul piano della razionalità programmatoria. Non si tratta di negare le carenze reali in taluni ambiti specialistici, come l’emergenza-urgenza o la medicina generale in alcune aree, ma di riconoscere che tali carenze derivano da modelli organizzativi obsoleti, da forme contrattuali inadeguate e da una distribuzione irrazionale delle competenze, non da un deficit numerico complessivo.
Serve, con urgenza, un Piano nazionale per le professioni sanitarie, fondato su dati demografici, epidemiologici e organizzativi, capace di razionalizzare le competenze e di rendere le professioni aderenti al futuro attraverso un nuovo ecosistema formativo. Un piano che affronti anche il paradosso della docenza: dopo oltre venticinque anni di piena collocazione accademica, la docenza infermieristica strutturata non raggiunge le novanta unità, a fronte di oltre novemila docenti dei settori medici, mentre l’intero carico – anche economico – della formazione è stato trasferito per l’infermieristica, tramite i Protocolli d’intesa, sui Servizi sanitari regionali, a differenza di quanto avviene per Medicina. A ciò si aggiungono scelte ordinamentali di difficile lettura: l’unificazione del settore scientifico-disciplinare tra infermieristica e ostetricia nel 2025 (MEDS/24C) e la separazione delle lauree magistrali con il DM 159 nel 2026, azioni che sembrano muoversi in direzioni non conciliabili, come se le decisioni fossero assunte senza tenere insieme passato, presente e futuro.
Anche le Università potrebbero essere maggiormente attive nel rendere attrattivi i corsi di Infermieristica: orari flessibili, corsi serali, formazione a distanza per le discipline che lo consentono, tutoraggio e sostegni economici (interessanti le esperienze incentivanti realizzate in Trentino). Occorre inoltre facilitare le transizioni tra professioni, riconoscendo con rigore i crediti acquisiti, e valorizzare percorsi seri che consentano agli operatori sociosanitari e ai professionisti di altre discipline sanitarie di accedere alla laurea in Infermieristica, senza scorciatoie incompatibili con la sicurezza delle cure. Andrebbe infine risolta l’annosa questione degli infermieri che esercitano nel nostro Paese in regime di deroga, privi di un concreto riconoscimento del titolo di studio, questi si con grave nocumento per la sicurezza assistenziale.
La formazione, tuttavia, non basta. La crisi infermieristica è anche una crisi di permanenza: servono politiche strutturali di reclutamento e mantenimento in servizio, con nuovi incentivi economici e di carriera, un’elevazione complessiva e un’omogeneizzazione dei diversi sistemi di contrattazione del personale infermieristico, premialità specifiche per chi opera su turni H24 a garanzia della piena operatività dei servizi, un significativo adeguamento contrattuale, condizioni di lavoro e di welfare eque e sostenibili, nonché il pieno riconoscimento dell’autonomia professionale, attraverso la pratica infermieristica avanzata e la prescrizione farmacologica. Occorrono retribuzioni più dignitose e prospettive di sviluppo, non nuove confusioni formative e terminologiche: pratica specialistica e pratica avanzata, ad esempio, non sono sinonimi.
L’investimento nell’assistenza infermieristica, del resto, non è una spesa: le evidenze internazionali richiamate dall’ICN indicano ritorni superiori al triplo dell’investimento iniziale, in termini di salute della popolazione, riduzione dei ricoveri evitabili e benefici per l’economia nel suo complesso.
In questo quadro suscita legittima perplessità la notizia secondo cui anche quest’anno non si intenda agire sul fabbisogno infermieristico, con valori che potrebbero risultare persino inferiori a quelli dell’anno precedente. Se confermata, tale scelta – davvero peculiare, mentre le strutture denunciano gravi difficoltà nel reperire professionisti – meriterebbe una spiegazione trasparente, corredata di dati e criteri metodologici. Invece sembra che i primi a non credere in una fioritura della professione siano gli Enti regolatori, che per risolvere la crisi infermieristica hanno agito per l’attivazione dell’Assistente infermiere.
Il futuro del Servizio sanitario non si può costruire se non mettendo in relazione bisogni, competenze e modelli assistenziali. Continuare a formare sempre più medici mentre mancano gli infermieri non è una strategia: è il segnale di un sistema che non ha ancora compreso quale assistenza e quali servizi sociosanitari serviranno al Paese di domani.
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