Prevenzione del suicidio: servono davvero nuovi Osservatori, Centri e Tavoli?

Prevenzione del suicidio: servono davvero nuovi Osservatori, Centri e Tavoli?

Prevenzione del suicidio: servono davvero nuovi Osservatori, Centri e Tavoli?

Gentile Direttore, Quotidiano Sanità ci ha puntualmente riportato di come, in occasione della giornata Mondiale dedicata al suicidio, il Ministro Schillaci abbia parlato delle iniziative che si intende mettere in campo per arginare questo problema, citando anche un DDL specifico in esame al Parlamento.

Gentile Direttore,

Quotidiano Sanità ci ha puntualmente riportato di come, in occasione della giornata Mondiale dedicata al suicidio, il Ministro Schillaci abbia parlato delle iniziative che si intende mettere in campo per arginare questo problema, citando anche un DDL specifico in esame al Parlamento.

Incuriosito da una tale iniziativa, sono andato a cercarlo. Si tratta della Proposta di Legge d’iniziativa della deputata Montaruli n° 1791: “Disposizioni per la prevenzione degli atti di suicidio nonché per l’assistenza psicologica e il sostegno dei sopravvissuti”, presentata il 20 marzo 2024, che sta, senza alcuna particolare celerità, seguendo il suo iter.

Cosa dice il DDL? Spiega in una ampia premessa che il suicidio è un problema importante e che si può prevenire perché “la maggior parte degli individui con rischio di suicidio vogliono assolutamente vivere; non riescono però a trovare possibili alternative ai loro problemi. La maggior parte degli individui emette chiari segnali inerenti alla loro intenzione suicida, ma spesso gli altri non colgono il significato di tali messaggi oppure non sanno come rispondere alla loro richiesta”. A questo scopo fa esplicito riferimento agli operatori della salute mentale, alla scuola, ai penitenziari.

Su quali linee operative si muovono le proposte del DDL? Sono fondamentalmente queste:

  • La istituzione, presso il Ministero della salute, di un Osservatorio nazionale sugli atti di suicidio e per il sostegno dei sopravvissuti, di cui viene anche dettagliata con cura la composizione. Questo Osservatorio ha il compito di monitorare il fenomeno, costruire report, ed elaborare strategie preventive per il suicidio, oltre a promuovere studi e analisi in tema di sostegno dei sopravvissuti. Ogni Regione poi dovrà istituire almeno un Centro di Prevenzione degli atti di suicidio, di cui non sono chiariti i compiti.
  • Istituzione negli istituti penitenziari di presìdi dedicati alla prevenzione degli atti di suicidio e all’assistenza psicologica dei detenuti
  • Elaborazione di protocolli e linee guida per la determinazione precoce e la prevenzione degli atti di suicidio
  • Tanta formazione, da quella degli educatori dei penitenziari, al personale impiegato nel «112», nelle aziende ospedaliere e nelle aziende sanitarie locali
  • Campagne informative di due tipi: quelle finalizzate alla prevenzione e al supporto della persona che tenta il suicidio e, in caso di suicidio, dei sopravvissuti, “presso le scuole, le università, gli istituti penitenziari, le Forze di polizia e le Forze armate nonché nei luoghi di lavoro e di aggregazione degli anziani, anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo”. E quelle sugli effetti dei messaggi offensivi o dei discorsi d’odio sulle condotte degli utenti, sulla loro salute mentale e sui reati che possono configurarsi, con tanto di incursione nel mondo informatico con “codici sorgente volti a bloccare i messaggi offensivi o i discorsi d’odio”.
  • Tutto questo avvalendosi del Servizio sanitario nazionale, nell’ambito dei rispettivi piani sanitari e nei limiti delle risorse del Fondo sanitario nazionale, a cui verranno aggiunti 5 milioni di euro per il primo anno e 3 milioni per gli anni successivi.

Non possiamo non apprezzare l’attenzione al tema e il desiderio di intervenire, ma dobbiamo constatare l’ennesimo copione che si ripete, lasciando il dubbio che ormai le proposte di legge in materia di salute mentale seguendo un format usuale dove conta la presenza di alcune parole chiave, più che un effettivo contenuto.

Alla fine, vengono proposti gli immancabili nuovi Tavoli di lavoro a livello ministeriale e regionale, come se questi temi fossero nuovi e non dovessero essere già parte di analisi e proposta da parte degli altri infiniti tavoli già esistenti, e come se ogni aspetto di un insieme che si chiama “salute mentale” richiedesse specifici tavoli, tavolini e sgabelli.

E poi il menu consueto: una prevenzione che non si comprende bene come deve essere fatta, e sui cui risultati in genere peraltro la letteratura non è concorde; la formazione che pensa sempre che gli operatori siano di fondo degli sprovveduti, come peraltro fanno anche protocolli e linee guida, per giunta spesso destinati a personale che semplicemente non c’è; grandi campagne informative senza che si sia mai fatta una analisi dei risultati di interventi analoghi in questo ed altri ambiti;  e la proliferazione di ambulatori e sportelli, non solo senza che sia chiaro con quale personale, ma anche senza che ci sia una visione d’insieme che cerca di potenziare e meglio sviluppare (e finanziare) quello che c’è, invece di aggiungere ogni volta l’ennesimo cartello sulla ennesima porta. 

Naturalmente tutto ciò a sostanziale invarianza delle risorse (che quindi vanno sottratte ad altro) e/o con un finanziamento irrisorio rispetto alle carenze attuali in sanità ed in salute mentale in particolare.

Allo schema che a suo tempo Morosini aveva elaborato per costruire miliardi di frasi per piani sanitari, viene ora il dubbio che ora si possa aggiungere un format per costruire DDL in materia di salute mentale.

Ma quello che colpisce di più è il prevalere di una logica che pensa che la soluzione sia scomporre i problemi secondo sintomi, con ambulatori per l’ansia, quelli per i disturbi dell’umore, quelli per i disturbi alimentarli, quelli della personalità, quelli per gli esordi e così via …, a cui ora occorre aggiungere in carcere quello per il suicidio,  ritenendo che questa specializzazione frattale migliori la qualità degli interventi, invece di organizzare meglio una risposta al problema entro cui questi diversi sintomi si manifestano. 

È una logica che non fa che moltiplicare la pluralità di strutture (CSM, Ambulatori, Centri Diurni, Day Hospital, svariati tipi di comunità) che ha sempre caratterizzato la psichiatria italiana, in un percorso che ricorda la continuità seriale della catena di montaggio, che si occupa di un pezzo alla volta. Viene privilegiata la attenzione al “luogo” invece che alle “attività” che vi si fanno (e che potrebbero essere fatte altrove), e si traduce, in modo riduttivo, la complessità e varietà con cui il malessere si manifesta come pezzi separati da accomodare. 

Però questo modo di procedere viene portato a riprova che si sta attivatamene operando sul problema. Alla fine, si rischia sempre che ci sia solo una nuova etichetta sulla porta, o che gran parte del tempo venga speso per coordinarsi con chi si occupa degli altri frammenti terapeutici, cercando vanamente di restituire un intero che si chiama persona.

Andrea Angelozzi

Psichiatra

30 Settembre 2026

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