Suicidi. Un dato interessante dalla Svezia

Suicidi. Un dato interessante dalla Svezia

Suicidi. Un dato interessante dalla Svezia

Gentile Direttore,
l’interessante analisi di Signani e Romaniello sul rischio di suicido in Italia (QS 24 marzo 2022) ha il merito di portare all’attenzione generale un grave problema e di fornire proposte operative per l’individuazione del rischio e possibilmente del suo controllo. A commento delle considerazioni espresse nell’articolo si sottolinea che il rischio di suicidio aumenta con l’aumentare dell’età e che l’incidenza nei maschi appare particolarmente elevata nel range di età compreso tra 45 e 64 anni, dove il numero di suicidi è incrementato di circa 5 volte rispetto all’età giovanile.
 
Tale precisazione appare fondamentale per individuare il target di un possibile ed auspicato intervento di riduzione del rischio, tenendo però conto che, pur in assenza di interventi specifici, in Italia si è osservata una progressiva riduzione del numero dei suicidi degli ultimi 20 anni (-20% nei maschi; -30% nelle femmine). Tuttavia tale riduzione ha riguardato solo marginalmente la classe di età dei maschi di 45-64 anni che quindi potrebbe venire individuata come “categoria” maggiormente a rischio e costituire l’obiettivo prioritario di ogni auspicabile intervento.
 
Sempre nell’ottica di una possibile riduzione del rischio, giova segnalare i risultati di una recente ricerca effettuata sulla popolazione svedese che, confermando un elevato rischio di suicidio nella popolazione maschile di 50-59 anni, ha individuato una significativa (non solo in termini statistici) riduzione del numero di suicidi in relazione alla scadenza del brevetto commerciale del farmaco sildanefil.
 
Infatti nel luglio 2013, alla scadenza del brevetto, prezzi al dettaglio del farmaco sono crollati mentre l’acquisto ed il verosimile consumo del “generico” ha subito un incremento drammatico. Ed è proprio a partire dall’estate 2013 che i ricercatori svedesi hanno individuato una sensibile e significativa riduzione del numero dei suicidi nei maschi adulti. Il fatto che non si sia trattato di una semplice associazione di dati è stato confermato dal rilevante impianto statistico della ricerca svedese (doi: 10.1007/s10654-021-00738-4).
 
Ovviamente questi risultati dovrebbero venire replicati anche in altri contesti e non è possibile, in assenza di analisi corrette e di correzioni assai difficili da effettuare, riferire i dati relativi ad una popolazione nord-europea ad altre popolazioni. Tuttavia un approfondimento delle problematiche sollevate dallo studio svedese potrebbe contribuire ad una migliore definizione di possibili condizioni psicologiche maschili correlate ad un incremento del rischio di suicido e quindi ad una migliore possibilità di controllo.
 
Pietro Cavalli 
Medico
 

Pietro Cavalli

25 Marzo 2022

© Riproduzione riservata

Ricordiamoci che in sanità anche ogni euro dei contribuenti che si traduce in sprechi e inefficienze è un euro speso male
Ricordiamoci che in sanità anche ogni euro dei contribuenti che si traduce in sprechi e inefficienze è un euro speso male

Gentile Direttore, sarebbe bello e rassicurante, almeno per me, se la visione semplificata della sanità privata del Senatore Andrea Crisanti ribadita anche ieri qui su Qs fosse adatta a migliorare...

Riordino delle professioni: in riabilitazione meno frammentazione, più valore per il SSN
Riordino delle professioni: in riabilitazione meno frammentazione, più valore per il SSN

Gentile Direttore,il documento approvato dalla Conferenza delle Regioni sul personale del SSN pone molti punti di discussione sul tavolo, e fra gli altri pone al centro anche un tema a...

Riforma Ssn, occorre ripensare alle specializzazioni per gli psicologi
Riforma Ssn, occorre ripensare alle specializzazioni per gli psicologi

Gentile Direttore, nelle ultime settimane la comunità professionale degli psicologi ha aperto un dibattito sul ruolo e la funzione delle specializzazioni nell’ambito del Servizio sanitario. Ho letto e ascoltato diversi...

Pazienti fragili e responsabilità medica: perché classificare la Medicina Interna come “bassa intensità” è un errore di sistema
Pazienti fragili e responsabilità medica: perché classificare la Medicina Interna come “bassa intensità” è un errore di sistema

Gentile Direttore, la recente ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito un principio che scuote le fondamenta della pratica clinica moderna: la fragilità del paziente non attenua il dovere di...