Gentile Direttore,
il caso di Sibilla Barbieri apre un nuovo e delicato capitolo nel dibattito sul fine vita. Al centro vi sono i medici chiamati a verificare la sussistenza dei requisiti clinici per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Come denunciato dalla stampa, l’indagine si fonda, inoltre, su un’interpretazione formulata dalla Corte soltanto nel 2024, dopo la morte della donna. Dieci medici della Asl Roma 1 risultano indagati per le ipotesi di reato di rifiuto e omissione di atti d’ufficio, violenza privata e tortura.
Gli interrogativi superano il singolo caso e investono il ruolo del medico e la missione del Servizio sanitario. Ai professionisti si chiede di valutare situazioni cliniche complesse, in un quadro normativo in evoluzione e sotto la pressione delle aspettative di pazienti e familiari. Una decisione difforme dalle attese può inoltre assumere rilievo penale.
Tutto ciò avviene mentre i medici affrontano carenze di personale, turni gravosi, burocrazia e forti disuguaglianze territoriali. Cure palliative e assistenza domiciliare restano disomogenee, e i professionisti rischiano di essere lasciati soli davanti a decisioni irreversibili.
Il rischio è alimentare la medicina difensiva: il timore del contenzioso può condizionare il giudizio clinico, ridurre la serenità della valutazione e indebolire il rapporto di fiducia con il paziente.
Tra diritti da garantire, responsabilità professionali, limiti organizzativi e alternative non sempre disponibili, è il paziente a subire le contraddizioni del sistema. La persona fragile non può essere ridotta a un “caso” attraverso il quale spostare progressivamente i confini etici e normativi. Deve essere riconosciuta nella complessità dei suoi bisogni clinici, assistenziali, sociali e umani.
Non possiamo trasformare una scelta drammatica in un passaggio amministrativo-burocratico con tempi certi per la morte, chiedendo poi a noi medici di fornire la “prestazione”. Per un medico partecipare a una procedura di morte comporta sempre una responsabilità morale e deontologica. (Suicidio assistito? “Noi medici non possiamo restare a guardare”.)
L’autodeterminazione del paziente e l’autonomia del medico devono trovare un punto di equilibrio nella relazione di cura. La sfida non è contrapporre il diritto alla cura al diritto all’autodeterminazione, ma garantire che entrambi siano concretamente rispettati: senza ridurre il professionista a mero esecutore e senza lasciare il malato solo di fronte alla sofferenza.
Dietro l’autodeterminazione può così celarsi il suo contrario: una pressione sociale, discreta ma concreta, su chi teme di essere un peso e può sentirsi spinto a farsi da parte.
La libertà di scelta per il paziente inoltre è effettiva soltanto se il paziente può contare su alternative realmente accessibili: cure palliative, assistenza domiciliare, sostegno alle famiglie e una presa in carico sociosanitaria tempestiva e continuativa. Altrimenti l’autodeterminazione rischia di restare un principio formale, condizionato dalle disuguaglianze territoriali e dalla capacità dei servizi di offrire risposte appropriate
Se la sanità pubblica arriva a indicare la morte come risposta al dolore o a una malattia incurabile, la fragilità rischia di tradursi in abbandono e di non essere più riconosciuta come una responsabilità collettiva. In questo modo, i medici, la cui missione è curare, agire secondo scienza e coscienza, finiscono per essere chiamati ad assecondare domande di morte, trasformate in procedure terapeutiche.
La fragilità non può diventare abbandono: deve rappresentare, per la medicina e per la società, una chiamata alla responsabilità.
Giuliana Ruggieri, Chirurgo
Nunzia Decembrino, Neonatologo
Carlo A. Adami, Chirurgo Vascolare
Marcello Ricciuti, Palliativista
Commissione Sanità ed etica della cura-Network “Ditelo sui Tetti”.