Suicidio assistito, il paradosso di un diritto riconosciuto ma non erogabile

Suicidio assistito, il paradosso di un diritto riconosciuto ma non erogabile

Suicidio assistito, il paradosso di un diritto riconosciuto ma non erogabile

Gentile Direttore, le cure palliative nascono negli anni Sessanta dall’esperienza di Cicely Saunders e dalla fondazione del St Christopher’s Hospice di Londra. Saunders, prima infermiera e poi medico, sviluppò una concezione della cura centrata sul sollievo della sofferenza globale del malato terminale

Gentile Direttore, le cure palliative nascono negli anni Sessanta dall’esperienza di Cicely Saunders e dalla fondazione del St Christopher’s Hospice di Londra. Saunders, prima infermiera e poi medico, sviluppò una concezione della cura centrata sul sollievo della sofferenza globale del malato terminale: fisica, psicologica, relazionale e spirituale. Nel suo percorso formativo ebbe un peso significativo anche l’influenza culturale e religiosa di C.S. Lewis, il celebre scrittore e apologeta cristiano anglicano di cui fu allieva. Lewis aveva riflettuto a lungo sul significato della sofferenza, della vulnerabilità e della dignità umana dentro una prospettiva religiosa che attribuiva valore anche all’esperienza del dolore.

Ma quella stagione culturale nacque anche, esplicitamente, come alternativa all’eutanasia. Lo storico Ian Dowbiggin ha scritto che Saunders vedeva il movimento hospice come “a powerful force for undercutting the movement for active euthanasia”.

Non vi è nulla di scandaloso nel ricordarlo. Ogni pratica sanitaria nasce dentro una cultura, e anche le cure palliative hanno avuto – oltre al grande merito di contribuire alla umanizzazione della medicina – un preciso orizzonte antropologico e morale.

Sessant’anni dopo, tuttavia, il contesto è cambiato profondamente. In molti Paesi occidentali la possibilità di ricorrere, in determinate condizioni, alla morte medicalmente assistita è entrata negli ordinamenti giuridici. Anche in Italia la Corte costituzionale ha individuato condizioni nelle quali l’aiuto medico alla morte volontaria non è punibile, pur in assenza di una disciplina legislativa organica.

In questo scenario si colloca la recente presa di posizione della Società Italiana di Cure Palliative (SICP), contraria alla partecipazione dei propri membri a procedure di morte assistita. Una motivazione addotta è comprensibile: il timore che l’opinione pubblica possa confondere il ruolo delle cure palliative con quello di chi procura la morte, danneggiando così la fiducia verso un settore sanitario essenziale.

È una preoccupazione infondata? Forse no. Le cure palliative, ancora oggi, faticano a essere conosciute e accessibili in modo adeguato. Chi vi lavora teme probabilmente che una sovrapposizione simbolica con la morte volontaria assistita finisca per alterarne l’identità pubblica.

Ma proprio qui nasce la domanda. Se un diritto è stato riconosciuto come esigibile dalla giurisprudenza costituzionale, come si immagina che esso possa essere concretamente esercitato? E quale ruolo dovrebbero avere, in questo passaggio finale, i professionisti che più di tutti conoscono il dolore e la complessità della fine della vita?

È realistico pensare che i centri di cure palliative possano limitarsi a chiamarsi fuori? E, soprattutto, verso chi verrebbe delegata la gestione di queste situazioni? A quali professionisti, a quali strutture, a quale modello di accompagnamento?

Su questi temi, sarebbe utile una riflessione pubblica e non difensiva. Il rischio, altrimenti, è che un diritto riconosciuto resti ancorato a una formula paradossale: teoricamente esigibile, ma praticamente non erogabile.

Massimo Sartori

Medico chirurgo, associato alla Consulta di Bioetica ETS

14 Maggio 2026

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