Bambini in carcere. Garante su tragedia Rebibbia: “Sanità in carcere deve essere più tempestiva e presa in carico più sollecita”

Bambini in carcere. Garante su tragedia Rebibbia: “Sanità in carcere deve essere più tempestiva e presa in carico più sollecita”

Bambini in carcere. Garante su tragedia Rebibbia: “Sanità in carcere deve essere più tempestiva e presa in carico più sollecita”
Audizione in Consiglio sul caso della detenuta che il 19 settembre ha ucciso i due figli piccoli lanciandoli dalle scale. Per il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, una soluzione alternativa alla detenzione della donna doveva esserci, considerato che “prima della tragedia c’erano 16 bambini nel nido femminile di Rebibbia, mentre oggi apprendiamo che ce ne sono solo sei”. E sulla richiesta di visita psichiatrica per la donna, “dobbiamo far sì che i servizi sanitari in carcere abbiano una capacità di tempestività di intervento e di presa in carico più sollecita”.

Audizione congiunta, nei giorni scorsi, in Consiglio regionale del Lazio, tra la prima e la settima commissione sul caso della detenuta tedesca Alice Sebesta, che il 19 settembre, nel carcere di Rebibbia, ha ucciso i due figli di sei e diciannove mesi di età. Sono intervenuti il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, e Gianni Vicario, dirigente della Direzione regionale salute e integrazione sociosanitaria.

Una nota dell’ufficio stampa del Consiglio spiega che il presidente della commissione Affari istituzionali, Rodolfo Lena, e quello della commissione politiche sociali, Giuseppe Simeone, hanno convocato l’audizione congiunta su sollecitazione di alcuni consiglieri regionali, tra cui Michela Di Biase (Pd), intervenuta a inizio seduta per spiegare i motivi della richiesta. “Capire che cosa possiamo fare come Consiglio regionale all’interno del quadro normativo vigente e se c’è la possibilità, visto che andiamo incontro alla discussione sul Bilancio regionale, di poter dare un contributo per evitare che accadano ancora casi come questo”, ha detto la consigliera segretaria dell’Ufficio di presidenza.

Il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, ha parlato di “caso unico nella storia penitenziaria, mai successo, che deve particolarmente allarmarci e sollecitarci a verificare cosa non ha funzionato, non tanto per cercare responsabilità individuali, quanto per individuare alcuni meccanismi che non funzionano”.

Secondo il Garante, ci sono diversi ordini di responsabilità. “Una – ha detto – attiene al fatto stesso che questa donna, madre di due bimbi così piccoli, fosse in carcere, misura prevista dal Codice solo in fattispecie eccezionali, mentre nel caso specifico sappiamo che due coimputati erano in libertà provvisoria al momento della tragedia”. “In questo caso – ha aggiunto il Garante – dobbiamo considerare discutibile la scelta operata, anche perché prima della tragedia c’erano 16 bambini nel nido femminile di Rebibbia, mentre oggi apprendiamo che ce ne sono solo sei, perché sono state trovate soluzioni alternative dai magistrati di sorveglianza e dai giudici. Questo dimostra che anche uno sforzo dell’Autorità giudiziaria può evitare che si verifichino circostanze come questa”.

La seconda questione, a giudizio di Anastasia, riguarda i venti giorni di carcerazione di Alice Sebesta con i suoi figli e attiene alle valutazioni scaturite dalle visite psicologiche effettuate sulla detenuta per vagliare lo stato mentale e le possibilità di compiere gesti autolesionistici. Secondo il Garante risulta la richiesta di una ulteriore visita psichiatrica di approfondimento che però non è stata effettuata. “Noi tutti – ha precisato – dobbiamo far sì che i servizi sanitari in carcere abbiano una capacità di tempestività di intervento e di presa in carico più sollecita”.

Infine, Anastasia ha posto l’accento sul problema delle alternative al carcere, la possibilità cioè di avvalersi di strutture esterne che possano ospitare persone detenute che non hanno domicilio idoneo o, come in questo caso, in presenza di bambini.

Dopo l’intervento del Garante dei detenuti, si è sviluppato un ampio dibattito, soprattutto sulle ultime due questioni poste. “I consiglieri regionali – riferisce la nota – hanno garantito l’impegno a intervenire per migliorare sia l’aspetto sociosanitario che quello delle alternative alla detenzione in carcere in casi particolari, ricordando anche che alcune cose sono già state fatte, come l’approvazione della delibera per la creazione dell’osservatorio regionale per la salute in carcere, che però non è stato ancora convocato. La Regione Lazio – è stato detto – ha anche stanziato fondi per la mediazione culturale in carcere, assegnati ai distretti sociosanitari, ma che non sono stati ancora utilizzati perché, come ha ricordato anche Anastasia, i Comuni non hanno ancora ricevuto le linee guida per il loro utilizzo”.

In chiusura di seduta, il presidente Lena ha elencato una serie di iniziative che le due commissioni possono mettere in campo per dare risposte immediate alle criticità emerse dall’audizione. “Sulla mediazione culturale – ha detto – dobbiamo capire se dare risorse ai distretti sociosanitari sia stata una cosa intelligente o se invece sia più opportuno trovare soluzioni alternative e più immediate. Sul potenziamento delle strutture di accoglienza alternative al carcere – ha proseguito Lena – pur sapendo che non siamo noi a decidere dove debbano andare i detenuti, possiamo però aumentarle, offrendo così un’opportunità in più a chi deve farlo. Questo lo possiamo fare insieme immediatamente nel prossimo Bilancio. Infine – ha concluso Lena – occorre verificare qual è la situazione del personale medico, visto che da due anni è passata alla Regione la competenza delle cure sanitarie nelle carceri, per capire quanti medici operano e quanti altri ne servono, sollecitando Asl e direzione regionale a fare bandi specifici”.

Proseguendo la sua attività di approfondimento delle cause che hanno provocato la tragedia di Rebibbia, i due presidenti, con una rappresentanza di consiglieri, si sono poi recati all’istituto penitenziario di via Tiburtina per un sopralluogo istituzionale al settore maschile, quello con una popolazione più numerosa. “Nel corso dell'incontro – riferisce la nota del Consiglio – sono emerse molte delle criticità affrontate nel corso dell'audizione mattutina. In particolare ci si è soffermati sulle condizioni dei reparti destinati ai detenuti bisognosi di cure e assistenza medica e infermieristica. Il numero insufficiente di personale è certamente l'emergenza più evidente”.

“Alta è la richiesta di macchinari diagnostici e di specialisti, come ad esempio gli psicologi, a fronte di un numero crescente di detenuti con problemi psichici e disagi mentali. Il periodo di osservazione di trenta giorni previsto di norma per questi ultimi in un'aula dedicata di Rebibbia, non è apparso ai consiglieri una misura sufficiente, da sola, a recuperare situazioni difficili che meriterebbero ulteriori approfondimenti”, riferisce la nota.

Attenzione puntata anche alla fruibilità effettiva dei luoghi di aggregazione e allo stato dei servizi igienici a disposizione.

Il carcere attualmente ospita circa 1.500 persone, con una capienza stimata di 900 unità.

03 Ottobre 2018

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