Bilanci irregolari. Istituto Bruno Leoni: “Quello che per un’azienda o un autonomo è falso in bilancio, per un ente pubblico passa come finanza creativa”

Bilanci irregolari. Istituto Bruno Leoni: “Quello che per un’azienda o un autonomo è falso in bilancio, per un ente pubblico passa come finanza creativa”

Bilanci irregolari. Istituto Bruno Leoni: “Quello che per un’azienda o un autonomo è falso in bilancio, per un ente pubblico passa come finanza creativa”
Dopo la sentenza della Consulta che ha giudicato illegittimo l'utilizzo del Piemonte nel 2013 di fondi statali per pagare i debiti ai fornitori, l'Istituto sottolinea che la questione dirimente è il rapporto con i contribuenti. “Non solo Stato e Regioni si indebitano senza rispetto per chi domani pagherà le tasse, ma non hanno nessun rispetto neanche per quelle aziende che da anni attendono di essere pagate per le loro prestazioni”.

“Quello che per un’azienda o un lavoratore autonomo è falso in bilancio, per un ente pubblico al massimo passa come finanza creativa, più spesso come una diversa e meritoria interpretazione della legge”. E’ la posizione espressa dall’Istituto Bruno Leoni in merito alla sentenza della Corte Costituzionale che lo scorso luglio ha bocciato il bilancio di assestamento 2013 del Piemonte, ai tempi guidato da Roberto Cota, ritenendo illegittimo l’utilizzo di fondi statali per pagare i debiti ai fornitori e alleggerire così il disavanzo regionale. Una dinamica che, come ha sottolineato l coordinatore della Commissione Bilancio della Conferenza delle Regioni e assessore in Lombardia, Massimo Garavaglia (Lega Nord), rischia di allargarsi al altre Regioni con un buco tra i 9 e i 25 miliardi.

“Ciò è in netto contrasto con la legge 243 – sottolinea l’Istituto Bruno Leoni – che disciplina l’applicazione dell’art.81 della Costituzione, che prevede l’ “equilibrio” fra entrate e uscite. Ma ancor più è in completa dissonanza con la riforma del titolo V. Questi finanziamenti sono infatti stati considerati alla stregua di mutui: cioè strumenti di cibato”. Prima ancora che lo Stato centrale si auto-vincolasse all’ “equilibrio” fra entrate e uscite, viene fatto notare, “le Regioni erano già vincolate nella possibilità di indebitarsi: dalla riforma del 2001 in avanti, esse possono contrarre debiti soltanto per realizzare investimenti, e non già per spese di competenza, in particolare quella corrente”.

Secondo l’Istituto l’utilizzo fatto dai soldi anticipati dallo Stato per pagare i debiti scaduti rappresenta “una delle asimmetrie più evidenti nel rapporto tra stato e cittadini” ed è quindi “non solo illegittimo, ma anche contrario alle finalità di riequilibrio economico-finanziario delle casse regionali e palesemente offensivo della legittima aspettativa dei fornitori di vedersi finalmente pagati i crediti maturati. Ci sarebbe quindi da attendersi che le regioni siano chiamate alla loro responsabilità e sanino la illegittima situazione creatasi”. Al contrario, “pare che il governo voglia persino rivedere la legge 243, allargando in maniera ancora più esplicita i cordoni della borsa ed aumentando i trasferimenti ai governi regionali”.

La vicenda diventa quindi esemplificativa di “quanto stringenti siano le norme che disciplinano l’ ‘equilibrio’ di bilancio, nel nostro Paese. Quando, durante il percorso di riforma dell’articolo 81, ci sgolavamo per dire che la formulazione adottata era troppo blanda, siamo stati considerati dei pazzi. E viene persino da ridere ripensando a politici (di destra e sinistra) ed economisti keynesiani che solo pochi mesi fa proponevano di eliminare, depotenziare e riscrivere il nuovo articolo 81, per espungere ogni riferimento all’ ‘equilibrio’ (non pareggio) di entrate e uscite”.

Il problema, evidenzia l’Istituto, è che per assicurare i conti pubblici “servono assieme le norme e una cultura politica che ne coltivi il rispetto. L’art.81 è ‘austero’ e ‘ordoliberista’ solo agli occhi di chi ne fa uno strumento di battaglia politica: nella prassi, nulla è cambiato perché la mentalità della classe politica è rimasta la stessa. Ciò che più scoccia, a pensarci, è il tipo di fondi che le Regioni hanno ritenuto opportuno dirottare. Quei soldi servivano a pagare debiti scaduti: i debiti delle amministrazioni verso i loro fornitori”.

Una volta di più, conclude l’analisi, la questione vera è il rapporto fra contribuente e Stato. “Non solo Stato e amministrazioni regionali s’indebitano rivelando di non avere alcun rispetto per il contribuente di domani, che pagherà le spese di oggi. Ma non hanno nessun rispetto neanche per quelle aziende che da anni attendono semplicemente di essere pagate per le loro prestazioni”.
 

04 Settembre 2015

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