Alzheimer. La terapia occupazionale non rallenta il declino funzionale

Alzheimer. La terapia occupazionale non rallenta il declino funzionale

Alzheimer. La terapia occupazionale non rallenta il declino funzionale
"Anche se la terapia occupazionale non può rallentare la patologia, abbiamo creduto che la formazione di competenze fornite ai caregiver e ai familiari avrebbero potuto almeno permettere di superare o rallentare le disabilità. La constatazione che non si sono verificati miglioramenti è stata una delusione”, ha detto Christopher M. Callahan, dell’Indiana University Center for Aging Research di Indianapoli.

(Reuters Health) – La terapia occupazionale (OT) personalizzata non sembra rallentare il tasso di declino funzionale nei soggetti con malattia di Alzheimer rispetto alle sole cure di gestione. “Ci sono dati preliminari di studi a breve termine che mostrano come la terapia occupazionale avrebbe potuto essere efficace nel rallentare il declino funzionale – dice Christopher M. Callahan, dell’Indiana University Center for Aging Research di Indianapoli – anche se la terapia occupazionale non può rallentare la patologia, abbiamo creduto che la formazione di competenze fornite ai caregiver e ai familiari avrebbero potuto almeno permettere di superare o rallentare le disabilità. La constatazione che non si sono verificati miglioramenti è stata una delusione”.

Callahan e colleghi hanno osservato per due anni due gruppi di pazienti, di cui uno seguito con terapie occupazionali somministrate da terapisti occupazionali, che mirava ad aumentare la cura di sé e a sostenere la capacità funzionale del paziente. Dopo 24 mesi non vi erano differenze significative tra i due gruppi, come si evince dalla relazione pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicine. Entrambi i gruppi sono andati incontro ad un progressivo declino funzionale con diminuzione dei punteggi del Mini Mental State Examination. I ricercatori ipotizzano che sarebbe necessario un periodo di osservazione più lungo, un intervento di terapia occupazionale più intenso o di un campione più ampio per ottenere risultati più incoraggianti. La disabilità progressiva, secondo Callahan, ha un impatto importante sul paziente e sul caregiver che può portare al ricovero in casa di cura, per questo c’è bisogno di dare supporto ai familiari e al caregiver per superare questo handicap fornendo più assistenza, più servizi, modifiche dell’ambiente dove il paziente vive e anche tecnologie che migliorino il grado di sicurezza della casa.

Fonte: Annals of Internal Medicine

Will Boggs
 
(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Will Boggs

23 Novembre 2016

© Riproduzione riservata

Prevention Talk. In attesa del nuovo Piano vaccinale: “Innovazione, equità e prevenzione lungo tutto il corso della vita”
Prevention Talk. In attesa del nuovo Piano vaccinale: “Innovazione, equità e prevenzione lungo tutto il corso della vita”

Il futuro della prevenzione vaccinale in Italia si gioca su una sfida che va ben oltre l'aggiornamento del calendario delle vaccinazioni. Occorre costruire un sistema capace di tradurre le opportunità...

Arranca la riabilitazione post ictus. Forti divari tra Regioni, il privato fa la parte del leone
Arranca la riabilitazione post ictus. Forti divari tra Regioni, il privato fa la parte del leone

Circa 292mila ricoveri riabilitativi ordinari nel 2024, oltre 7,6 milioni di giornate di degenza e quasi 24mila posti letto dedicati. Numeri che fotografano un settore essenziale del Servizio sanitario nazionale,...

AI. I giovani e l’amicizia con i chatbot. FeDerSerD: “Attenzione a dipendenza emotiva”
AI. I giovani e l’amicizia con i chatbot. FeDerSerD: “Attenzione a dipendenza emotiva”

Un interlocutore sempre disponibile, capace di ascoltare, offrire consigli, interpretare le emozioni e adattare le proprie risposte ai bisogni di chi ha davanti. L’intelligenza artificiale sta rapidamente cambiando il modo...

Shock settico. Anticipare la vasopressina non migliora sopravvivenza e recupero. Studio su quasi 4mila pazienti
Shock settico. Anticipare la vasopressina non migliora sopravvivenza e recupero. Studio su quasi 4mila pazienti

Anticipare la somministrazione della vasopressina nei pazienti con shock settico, una condizione potenzialmente letale, non sembra offrire vantaggi in termini di sopravvivenza, durata del ricovero ospedaliero e recupero clinico rispetto...