Diabete. Farmaci combinati per il DT2, IA predittiva e terapie cellulari per il DT1: le novità dell’EASD 2026
Si è concluso il 62esimo Congresso dell'EASD (European Association for the Study of Diabetes), tra linee guida, trial su nuove molecole e studi combinati, ecco le novità per la diabetologia del futuro che abbiamo raccolto dal 29 settembre al 2 ottobre a Milano.
Entro il 2050, in Europa ci saranno 12,2 milioni di diabetici: una vera e propria pandemia. Pazienti sempre più giovani, la cui gestione e cura promette di essere sempre più costosa per i sistemi sanitari. Una soluzione va cercata spingendosi oltre, puntando fino ad una “cura definitiva”. Si è conclusa la sessantaduesima edizione dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD) Congress che, svoltasi a Milano tra il 29 settembre e il 2 ottobre, è stata teatro della presentazione di ricerche dal potenziale straordinario.
In Italia per la prima volta dopo 18 anni e sotto la presidenza del professor Francesco Giorgino, questo EASD Congress ha avvicinato oltre 16 mila endocrinologi, diabetologi, specialisti in obesità e professionisti sanitari alla diabetologia del futuro. In primis, con nuove linee guida che rimarcano la necessità di intensificare le terapie sin dalla prima insorgenza del diabete di tipo 2, superando il controllo glicemico e guardando alla protezione cardio-nefro-metabolica, inseguendo l’obiettivo di una remissione della patologia, per quanto non definitiva. Una missione sempre più concreta con l’arrivo di molecole e farmaci il cui uso affiancato può raggiungere un livello di personalizzazione per la cura del paziente mai visto prima; procedimento che deve passare, ci dicono i ricercatori, dall’età, dal genere, dalla predisposizione genetica e finanche dalla condizione socio-economica della persona.
Infine, sul fronte del diabete di tipo 1, accanto alle potenzialità dell’intelligenza artificiale applicata alla tecnologia predittiva, si affacciano le promesse straordinarie della terapia cellulare, con tre studi per la prima volta tentati sull’uomo e la storia di una paziente che ha raggiunto l’indipendenza dall’insulina.
Come ha riassunto il presidente Giorgino: “Un panorama non soltanto di opzioni terapeutiche, ma anche di quadri clinici da riconsiderare, ciascuno sulla base delle caratteristiche e degli obiettivi perseguiti dal singolo paziente”.
Diabete di tipo 2: le nuove linee guida ADA/EASD e la terapia integrata
Sul fronte delle linee guida, il consensus ADA/EASD 2026 sulla gestione del diabete di tipo 2 (Davies et al., 2026, Diabetologia/Diabetes Care) segna soprattutto il passaggio da un approccio centrato sul controllo della glicemia a una gestione precoce, integrata e orientata alla protezione d’organo. SGLT2-inibitori e terapie basate sul GLP-1 vengono infatti indicati sempre più precocemente, potenzialmente già dalla diagnosi, non soltanto per ridurre la glicemia e il peso ma per prevenire o rallentare le complicanze cardiovascolari, renali e metaboliche; nei pazienti con malattia cardiovascolare, scompenso cardiaco o malattia renale cronica il loro impiego deve essere considerato indipendentemente dalla metformina e, nei profili a rischio più elevato, viene valorizzata anche la combinazione precoce tra SGLT2-inibitori e terapie GLP-1-based, con l’obiettivo di sommarne i benefici cardio-renali.
Il controllo del peso diventa inoltre parte integrante della strategia di modifica della malattia: una perdita ponderale nell’ordine del 10-15% può favorire la remissione e migliorare gli outcome a lungo termine, mentre cresce l’attenzione alla preservazione della massa e della funzione muscolare durante il dimagrimento. Cambia anche il concetto di stile di vita, che viene esteso all’intero arco delle 24 ore attraverso le “5 S” (standing, stepping, sweating, strengthening e sleep), cioè riduzione della sedentarietà, movimento quotidiano, attività aerobica, esercizio di forza e qualità del sonno: un ulteriore segnale di come il trattamento del diabete di tipo 2 venga ormai considerato ben oltre il semplice raggiungimento di un target glicemico.
L’integrazione EASL-EASD-EASO: novità sulla MASLD
Un’altra novità riguarda l’aggiornamento 2026 alle linee guida congiunte EASL-EASD-EASO sulla MASLD (EASL-EASD-EASO, 2026, Journal of Hepatology), che integra le raccomandazioni del 2024 alla luce dell’arrivo delle prime terapie mirate alla steatoepatite associata a disfunzione metabolica (MASH). Per gli adulti con MASH non cirrotica e fibrosi significativa o avanzata, di stadio F2-F3, il documento indica la possibilità di affiancare allo stile di vita una terapia farmacologica con semaglutide 2,4 mg una volta alla settimana o resmetirom 80-100 mg al giorno, segnando il passaggio verso un approccio potenzialmente disease modifying. Un elemento rilevante è che la selezione dei pazienti può avvenire prevalentemente attraverso test non invasivi della fibrosi, senza necessità di biopsia epatica nella maggior parte dei casi. La scelta del trattamento deve poi essere personalizzata sulla base del profilo clinico e cardiometabolico: semaglutide può essere privilegiata nei pazienti con obesità o sovrappeso, diabete di tipo 2, malattia cardiovascolare o renale cronica, grazie ai benefici che vanno oltre il fegato, mentre resmetirom può trovare maggiore spazio nei soggetti senza obesità o diabete, oppure quando una terapia con agonisti GLP-1 non è indicata o tollerata. Rimane centrale l’intervento sullo stile di vita, mentre nei pazienti con cirrosi le due terapie non sono ancora raccomandate specificamente per il trattamento della MASH, in attesa di dati più solidi sugli outcome epatici a lungo termine.
Nuovi farmaci e terapie: SGLT2-i, metformina, GLP-1 e amilina in strategie congiunte
Tra gli studi presentati a Milano, SMARTEST (Eriksson et al., 2026, Diabetes, Obesity and Metabolism) ha riportato l’attenzione sull’intervento precoce e, in particolare, sul ruolo della metformina come trattamento di riferimento nelle prime fasi del diabete di tipo 2. Il trial pragmatico, condotto in Svezia su 2.072 persone con diagnosi da meno di quattro anni e senza importanti patologie cardiovascolari o renali, confronta direttamente metformina e dapagliflozin nella prevenzione delle complicanze. I dati pubblicati disponibili sono ancora relativi alle caratteristiche basali e a un’analisi intermedia in cieco e non consentono quindi di stabilire quale dei due trattamenti sia superiore: mostrano però un’incidenza dell’endpoint composito di 11,7 eventi per 100 pazienti-anno, trainata soprattutto dalle complicanze microvascolari, a fronte di tassi molto più bassi di eventi cardiovascolari e mortalità.
Su un versante più avanzato della terapia farmacologica, ACHIEVE-4 (Klein et al., 2026, The Lancet) ha invece consolidato il potenziale di orforglipron, agonista orale non peptidico del recettore GLP-1. In 2.749 persone con diabete di tipo 2, sovrappeso o obesità e rischio cardiovascolare aumentato, il farmaco ha dimostrato a due anni una sicurezza cardiovascolare non inferiore all’insulina glargine: gli eventi MACE-4 si sono verificati nel 4,2% dei pazienti contro il 5,0% con glargine. A 52 settimane orforglipron ha inoltre prodotto una riduzione dell’emoglobina glicata superiore di 0,50 punti percentuali e una differenza nella variazione del peso di 8,9 punti percentuali a proprio favore; i benefici sono rimasti sostenuti fino a 104 settimane. L’ipoglicemia clinicamente significativa o severa è risultata meno frequente, mentre gli eventi gastrointestinali sono stati nettamente più comuni.
Accanto agli incretinici, l’EASD 2026 ha mostrato con particolare evidenza la crescita di un’altra strada terapeutica, quella dell’amilina, ormone prodotto dalle cellule beta pancreatiche insieme all’insulina e coinvolto nella regolazione della sazietà, dello svuotamento gastrico, della secrezione di glucagone e quindi dell’assunzione di cibo e del metabolismo glucidico. Un primo segnale è arrivato da ZUPREME 1 (Garvey et al., 2026, The Lancet Diabetes & Endocrinology), studio di fase 2 che, pur essendo stato condotto in persone con obesità senza diabete di tipo 2, ha valutato petrelintide, analogo dell’amilina a lunga durata d’azione: a 28 settimane la perdita di peso ha raggiunto il 9,8% con alcune dosi e ha continuato a crescere fino al 10,7% alla settimana 42, contro circa il 2% con placebo. Il dato rilevante è anche quello della tollerabilità: la nausea, prevalentemente lieve e concentrata durante la titolazione, ha interessato il 20% dei trattati, mentre vomito, diarrea e stipsi sono rimasti poco frequenti. Questi risultati hanno fatto da cornice ai primi dati di EloraTZP (Billings et al., 2026, dati presentati all’EASD 2026), presentati in esclusiva a Milano, provenienti da un trial di fase 2b ancora in corso. La strategia combina eloralintide, agonista selettivo dei recettori dell’amilina, con tirzepatide, agonista duale GIP/GLP-1: nei 367 adulti con sovrappeso o obesità e diabete di tipo 2, tutte le combinazioni hanno prodotto a 48 settimane riduzioni importanti sia del peso sia dell’emoglobina glicata. Con la dose più elevata, la perdita di peso media ha raggiunto il 23,3%, pari a 24,6 kg, accompagnata da una diminuzione dell’emoglobina glicata di 2,9 punti percentuali; con tirzepatide 15 mg in monoterapia il calo ponderale è stato del 14,8%. Sono risultati ancora precoci, ma indicano come l’associazione tra via incretinica e via dell’amilina possa ampliare ulteriormente l’effetto simultaneo su obesità e controllo glicemico, pur a fronte di eventi gastrointestinali più frequenti con le combinazioni.
Sempre nella direzione di colpire contemporaneamente più meccanismi metabolici si inserisce TRIUMPH-2 (Bellido et al., 2026, The Lancet), trial di fase 3 che ha valutato retatrutide, triplo agonista dei recettori GIP, GLP-1 e glucagone, in 1.152 adulti con obesità o sovrappeso e diabete di tipo 2. A 80 settimane il peso corporeo si è ridotto in media dell’11,9% con 4 mg, del 16,8% con 9 mg e del 18,8% con 12 mg, rispetto al 5,1% con placebo, risultati particolarmente rilevanti in una popolazione nella quale storicamente la perdita di peso ottenuta con i farmaci anti-obesità tende a essere inferiore rispetto alle persone senza diabete. Parallelamente è migliorato in modo marcato il controllo glicemico: l’emoglobina glicata è scesa fino a circa 1,5 punti percentuali e, alla settimana 80, fino al 72% dei pazienti trattati con la dose più alta aveva raggiunto valori pari o inferiori al 6,5%. Ancora più indicativo dell’effetto combinato sui due principali target, il 63% dei partecipanti trattati con 12 mg ha contemporaneamente raggiunto un’emoglobina glicata pari o inferiore al 6,5% e una perdita di peso di almeno il 10%, contro il 10% con placebo. Gli eventi avversi più frequenti sono stati gastrointestinali e sono aumentati con le dosi più elevate.
Ma il congresso di Milano ha ricordato anche che la remissione del diabete di tipo 2 può essere perseguita attraverso interventi intensivi sullo stile di vita. RESET for Remission (Dasgupta et al., 2026, The Lancet Regional Health – Americas) ha coinvolto 96 adulti tra 18 e 45 anni con diabete di tipo 2 a esordio precoce e obesità, confrontando le cure abituali con un programma di 24 settimane che combinava una dieta a basso contenuto energetico da 800-900 kcal al giorno con esercizio aerobico e di resistenza supervisionato. Alla fine dello studio, la remissione – definita come emoglobina glicata inferiore al 6,5% senza farmaci ipoglicemizzanti da almeno 12 settimane – è stata raggiunta dal 54% dei partecipanti, contro appena il 4% del gruppo di controllo. L’intervento ha inoltre favorito la perdita di massa grassa preservando la massa magra e il volume muscolare, con miglioramenti della forza e della capacità cardiorespiratoria. Un risultato che, accanto alla corsa verso terapie farmacologiche sempre più sofisticate, conferma il potenziale di un intervento intensivo e strutturato su alimentazione e attività fisica, soprattutto nelle forme di diabete di tipo 2 a esordio precoce.
Target e gestione nel DT2: nessun paziente è uguale
Sul fronte della salute delle donne con diabete di tipo 2, una delle novità più rilevanti riguarda l’impiego degli agonisti del recettore GLP-1 nelle diverse fasi della vita riproduttiva. Una nuova revisione sistematica, metanalisi e consensus internazionale (Dib et al., 2026, The Lancet Obstetrics, Gynaecology & Women’s Health), basata su dati provenienti da oltre 40 mila donne esposte in prevalenza con diabete di tipo 2, sostiene il possibile impiego di queste terapie prima del concepimento per ottimizzare controllo glicemico e peso, due fattori strettamente legati agli esiti della gravidanza. L’obiettivo proposto è arrivare, quando possibile, a un’emoglobina glicata inferiore al 6,5% e a una riduzione del peso superiore al 5-10%, utilizzando nel frattempo una contraccezione efficace; prima del concepimento il trattamento deve essere sospeso secondo i tempi previsti per i singoli farmaci, pari ad esempio a due mesi per semaglutide e un mese per tirzepatide. I dati disponibili non mostrano un aumento delle anomalie congenite quando l’esposizione viene interrotta nel primo trimestre, ma il livello delle evidenze resta basso e permangono importanti incertezze sulla sicurezza durante il resto della gravidanza e l’allattamento: in caso di concepimento durante la terapia, il consensus raccomanda quindi di interromperla appena accertata la gravidanza.
A rendere ancora più centrale il tema della salute riproduttiva è anche uno studio danese su quasi 250 mila donne (Bager et al., 2026, JAMA Network Open), che ha osservato un’associazione tra uso di contraccezione ormonale e successivo avvio di semaglutide, più marcata nelle donne che avevano utilizzato diversi tipi di contraccettivi. Un’associazione che non dimostra un rapporto causale, ma richiama l’attenzione sulla necessità di considerare insieme peso, salute metabolica, contraccezione e pianificazione della gravidanza quando queste terapie vengono prescritte alle donne in età fertile.
Diabetici sempre più giovani, cosa sappiamo sui bambini?
Un ultimo dato riguarda l’estensione delle terapie incretiniche anche alle fasce più giovani con diabete di tipo 2. Un’analisi real-world del registro DPV condotta in Germania, Austria e Lussemburgo (Auzanneau et al., 2026, abstract EASD) ha mostrato una rapida crescita dell’impiego degli agonisti del recettore GLP-1 e dei duali GIP/GLP-1 tra bambini, adolescenti e giovani adulti tra 6 e 24 anni: su 1.878 soggetti con diabete di tipo 2, la quota di utilizzatori è passata dal 6,3% nel 2019 al 27,2% nel 2025. Nei 240 pazienti con almeno due valutazioni durante il trattamento, l’impiego di queste terapie si è associato a miglioramenti significativi del BMI, dell’emoglobina glicata e della pressione arteriosa sistolica: il 37% ha ottenuto una riduzione di almeno il 5% del BMI standardizzato e il 25% di almeno il 10%, mentre l’emoglobina glicata è diminuita in media di 0,78 punti percentuali e la prevalenza di ipertensione è scesa dal 60% al 52%. Pur trattandosi di dati osservazionali, quindi non sufficienti a dimostrare un rapporto causale, i risultati rafforzano l’interesse verso queste terapie anche nel diabete di tipo 2 a esordio giovanile, una popolazione nella quale il controllo simultaneo di peso, glicemia e rischio cardiovascolare rappresenta una priorità crescente.
DT1: screening precoce e dieta ipocalorica tra le nuove frontiere
Al Congresso EASD, la riflessione sul diabete di tipo 1 ha spaziato dalla diagnosi precoce fino alle prime strategie di medicina rigenerativa. Il programma europeo EDENT1FI (Achenbach et al., 2026, abstract EASD), che ha coinvolto oltre 140 mila bambini e adolescenti in otto Paesi, ha mostrato la fattibilità di uno screening su larga scala degli autoanticorpi delle isole pancreatiche: sono stati identificati 634 casi di diabete di tipo 1 in fase precoce, con una prevalenza dello 0,32% anche tra i giovani senza familiarità di primo grado, confermando la possibilità di intercettare la malattia prima dell’esordio clinico e della chetoacidosi.
Sul fronte della gestione quotidiana, un’analisi del registro DPV sulle diete a bassissimo contenuto di carboidrati (Denzer et al., 2026, abstract EASD), condotta su 45.569 giovani con diabete di tipo 1, ha mostrato che nei 219 bambini e adolescenti che assumevano meno del 10% dell’energia dai carboidrati non sono emersi, nell’arco di 1-5 anni, segnali clinicamente rilevanti di compromissione della crescita né un aumento di chetoacidosi o ipoglicemie severe, mentre sono stati osservati valori più favorevoli di emoglobina glicata e un minore fabbisogno insulinico; risultati promettenti ma ancora osservazionali e quindi da confermare prospetticamente.
Terapie cellulari nel DT1: immaginare una cura
Le novità più radicali sono arrivate però dalle terapie cellulari, con tre esperienze cliniche first-in-human molto diverse: il trial cinese CiPSC (Wang et al., 2024, Cell), basato su isole pancreatiche autologhe ottenute da cellule pluripotenti indotte dello stesso paziente; lo studio giapponese sulle iPIC, isole derivate da iPSC allogeniche e impiantate chirurgicamente; e l’esperienza svedese di immune-engineering con cellule insulari da donatore UP421, modificate per sfuggire al riconoscimento immunitario e trapiantate nel muscolo dell’avambraccio senza immunosoppressione. Il caso CiPSC rappresenta uno dei segnali più interessanti: cellule prelevate dalla paziente sono state riprogrammate in iPSC, differenziate in isole pancreatiche e quindi trapiantate; nel giro di pochi mesi la donna ha raggiunto un controllo glicemico stabile senza necessità di iniezioni di insulina e, a quasi tre anni, il beneficio risultava ancora mantenuto. Il gruppo cinese riferisce inoltre risultati clinici “altamente coerenti” in altri due pazienti e sta completando uno studio più ampio.
Si tratta tuttavia di dati ancora iniziali: la paziente era già in trattamento immunosoppressivo per precedenti trapianti, per cui resta da dimostrare se cellule autologhe di questo tipo possano resistere anche in assenza di immunosoppressione e alla stessa risposta autoimmune che ha originariamente distrutto le beta-cellule.
Per l’immagine in copertina: CREDIT: EASD – European Association for the Study of Diabetes
05 Ottobre 2026
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