Karma-farma: i selfie tricolori al Taj Mahal dei malati di epatite C

Karma-farma: i selfie tricolori al Taj Mahal dei malati di epatite C

Karma-farma: i selfie tricolori al Taj Mahal dei malati di epatite C
Si parla sempre più spesso del “turismo sanitario” verso l’India per l’acquisto dei generici per l’epatite C. E siamo di fronte a una situazione nella quale, in qualche modo e paradossalmente, hanno tutti ragione: pazienti, imprese e Ssn. Anche se prima o poi bisognerà rispondere a questa domanda: come si fa curare tutti i pazienti con i budget limitati delle sanità pubbliche ai prezzi insostenibili richiesti legittimamente dalle Industrie proprietarie?

Tra i ’60 e i ‘70, inseguendo echi hippie che risuonavano da Berkeley o Piccadilly e sulla scia diBeatles e Stones, dalla nostra provincia si partiva per l’India a caccia di facili “drugs”. Indubbiamente più dilettevoli rispetto a quelle per le quali oggi, dalla stessa provincia, quei nostri connazionali s’imbarcano in charter organizzati per il Taj Mahal, come gli anti HCV a un ventesimo del prezzo di casa dove il SSN non glieli passa perché non abbastanza malati.
 
Insomma altro che “Partire è un po’ morire”come cantava mesto nella Parigi di metà ‘800 Edmond Haracourt (una specie di Tiziano Ferro delle Tuileries dell’epoca). Oggi “Partire è un po’ guarire”, con quelli e altri farmaci lì“low cost” prodotti da Genericisti locali su concessione “umanitaria” delle industrie proprietarie o per la deroga forzata dal WTO dell’ONU (TRIPs) per i popoli più poveri e con situazioni sanitarie gravi (da Mandela con l’AZT per l’HIV a metà dei ‘90).
 
India “fardello dell’uomo bianco” scriveva Kipling, col rancore di chi lì è nato e cresciuto da colonizzatore. Deve pensarla così anche qualche CEO di Big Pharma. Perché l’India ha il karma del farma: oltre 10.000 produttori, molti terzisti internazionali di Big Pharma (bulk), infatti è il secondo Paese dopo gli USA per impianti certificati dall’FDA. Ma che solo da poco ha riconosciuto la legge sui brevetti, per poi appunto derogarla spesso e volentieri.
 
Quello che ha portato a questi farmaci low cost è detto in economia“fallimento di mercato”, taleda richiedere appunto l’intervento correttivo “ope legis” dell’Istituzione. Facendo ovviamente contenti e scontenti e tra loro “fisiologicamente” antagonisti: Payer, Industria R&D, Genericisti, WTO, Autorità locali, Pazienti gravi e non, poveri e non, ecc.
 
Però, a ben vedere, dal proprio punto di vista, “hanno tutti ragione”, per dirla col Tony Pagoda di Sorrentino. In un festival di relativismo etico, un gomitolo d’interessi contrapposti ma legittimi. Che però inevitabilmente mette in risalto un pastone di contraddizioni e distorsioni per le anomalie sottostanti e derivanti. Eccone un telegrafico “cahier de doléances”.
 
Sanità. L’immiscibilità tra etica ippocratica, il paziente da curare sempre e comunque, ed etica della sanità pubblica, se spendo molto per uno solo sottraggo a tutti gli altri.
Risorse SSN: pur con la maggiore quota di anziani nell’OCSE, la nostra spesa farma SSN ne è la più bassa; la sanità è priorità sociale ma le destiniamo solo il 12% della spesa pubblica (media EU 18%)
Innovazione. Anziché entusiasmo perché cura meglio crea timore perché farà spendere di più.
Benefici. Per sviluppare un farmaco serve un miliardo di dollari, 12 anni, centinaia di ricercatori, ecc.) e quando ce l’hai poi lo concedi solo a un decimo dei potenziali beneficiari.
Pazienti. I non gravi si augurano di ammalarsi di più per essere così curati (scusaci, Ippocrate).
Brevetto. Voluto dall’Istituzione (WTO) perché la collettività (ricca) benefici dell’innovazione, cancellato dall’Istituzione (WTO-TRIPs) perché la collettività (povera) benefici dell’innovazione
India.Qui alfiere dell’equità sociale: ma è il Paese più discriminante del mondo, dei Paria e delle Caste
Farma India. La recente legge sull’adozione del brevetto la colpisce duramente (Deja Vù tricolore d’inizio ’80). Una manna le deroghe “per motivi umanitari” (ancora Kipling: “la mano va più facile sul cuore se dalla parte del portafoglio”)
TRIPs e deroghe brevettuali. Volute per l’accesso a chi vive con meno di 2 dollari al giorno. Nel nostro caso ne beneficia chi sta nel top 1% più ricco del globo (benché costretto al turismo sanitario).
Profitto. Big Pharma fa profitto sui farmaci suoi e rinuncia a certi mercati (cattiva). I locali Genericisti (buoni) fanno profitto su farmaci altrui concessigli.
Prezzi. Elevati quelli dei farmaci innovativi, salvavita. Da commodities, pochi centesimi al giorno, la maggior parte degli altri, però ugualmente salvavita.
 
Quale il giusto livello? Che criteri di valutazione? (ne ho scritto tempo fa qui su QS, conto di tornarci prossimamente). Ma ladomanda esiziale è: come si fa a soddisfare insieme tre condizioni incompatibili tra loro, ovvero: 1) curare tutti i pazienti, 2) con i budget limitati delle sanità pubbliche, 3) ai prezzi insostenibili richiesti legittimamente dalle Industrie proprietarie.
 
Forse la risposta è che non c’è risposta. Il paradosso di Epimenide del policy maker (“Tutti i Cretesi sono bugiardi, io sono Cretese”), il suo Comma 22, l’irrisolvibile test della Kobayashi Maru. Che nella storia uno solo, J. T. Kirk, ha superato. Come? Cambiando gioco, infrangendo le regole esistenti, modificandole. Esattamente come accade sui brevetti in India o altri Paesi analoghi.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

14 Febbraio 2017

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