Long Covid. Alcuni fattori di rischio evidenziabili già alla diagnosi iniziale

Long Covid. Alcuni fattori di rischio evidenziabili già alla diagnosi iniziale

Long Covid. Alcuni fattori di rischio evidenziabili già alla diagnosi iniziale
Un team dell’Institute for System Biology di Seattle ha individuato quattro fattori – presenti già alla diagnosi iniziale di Covid – che possono fornire indicazioni utili sulla possibilità o meno che un paziente possa progredire verso il “long Covid”. 

(Reuters Health) – Presenza di alcuni autoanticorpi, diabete di tipo 2 preesistente e presenza, a livello ematico, di RNA dei virus SARS-CoV-2 ed Epstein-Barr (EBV): sono i quattro fattori presenti già alla diagnosi iniziale di COVID-19 che potrebbero che possono permettere di predire se un paziente soffrirà o meno del cosiddetto “long COVID”, la sequela di sintomi che persiste o torna dopo la fase acuta della malattia respiratoria. A individuarli è stato uno studio pubblicato su Cell da un team coordinato da James Heath, dell’Institute for System Biology di Seattle (USA).

Il gruppo ha condotto un’indagine multiomica su campioni di sangue e tamponi di 309 pazienti con COVID-19 fino a 2-3 mesi dopo la diagnosi, integrando i risultati con dati clinici e sintomi riferiti dai pazienti. In particolare, gli autoanticorpi si associano a diversi long COVID; ad esempio i pazienti con problemi neurologici hanno mostrato livelli leggermente più elevati di autoanticorpi IgG contro la proteina del nucleocapside di SARS-CoV-2, mentre quelli con autoanticorpi contro IFN-alfa2 erano associati in modo univoco alla sequela di sintomi di tipo respiratorio.

La possibilità di poter rilevare questi fattori alla diagnosi sottolinea l’importanza delle valutazioni precoci della malattia e potrebbe suggerire strategie di trattamento del long COVID. Per esempio, “gli antivirali assunti precocemente potrebbero mitigare gli effetti del Long COVID, anche se gli antivirali che funzionano contro il coronavirus potrebbero non funzionare contro il virus EBV”, osserva James Heath.

Secondo Matthew Robinson, della Johns Hopkins Precision Medicine Center of Excellence for COVID-19 di Baltimora, la ricerca dà “un contributo importante allo studio del Long COVID”. Tuttavia, secondo l’esperto “la maggior parte dei pazienti analizzati aveva COVID-19 abbastanza grave da essere ricoverato, mentre la maggior parte dei pazienti con COVID-19 non è ricoverata e molte persone che manifestano Long COVID hanno sintomi lievi alla diagnosi iniziale”.

Fonte: Cell

Marilynn Larkin

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Marilynn Larkin

17 Febbraio 2022

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