Parto cesareo. In Europa si passa da una media del 52 al 14,8%. La causa? Manca accordo su quali siano le pratiche più adeguate

Parto cesareo. In Europa si passa da una media del 52 al 14,8%. La causa? Manca accordo su quali siano le pratiche più adeguate

Parto cesareo. In Europa si passa da una media del 52 al 14,8%. La causa? Manca accordo su quali siano le pratiche più adeguate
E' Cipro il paese con il tasso più alto di cesarei, seguitto dall'Italia. Mentre in Irlanda la percentuale è tre volte e mezzo più bassa. Differenze che indicano una mancanza di consenso all’interno della professione ostetrica. Un nuovo studio Euro-Peristat frutto della collaborazione di 26 paesi della UE, più Norvegia, Islanda e Svizzera.

In Europa i tassi di parto cesareo variano dal 52% a Cipro al 14.8% in Islanda, secondo il nuovo studio Euro-Peristat appena pubblicato su Bjog: An International Journal of Obstetrics and Gynaecology. Differenze di questa entità indicano una mancanza di consenso all’interno della professione ostetrica su quali siano le pratiche di assistenza al parto più appropriate.

E’ noto che fattori relativi alla madre (ad es. primiparità e precedente parto cesareo) e al feto (gemellarità e presentazione podalica) sono associati a una maggior incidenza di parto cesareo. Per la prima volta, però, questo studio evidenzia come anche all’interno di queste categorie di rischio la frequenza di ricorso al cesareo sia diversa nei diversi paesi. Ad esempio, si ricorre al cesareo in meno della metà delle nascite gemellari in Norvegia, Islanda, Finlandia e Olanda, ma in oltre 90% a Malta e Cipro. In Norvegia e Finlandia meno di tre quarti dei parti con feto in presentazione podalica avvengono per cesareo, in confronto a più di 90% in molti altri paesi, tra cui l’Italia.

E’ necessario indagare sulle ragioni di queste differenze, conclude l’articolo, incluse le diversità di organizzazione e finanziamento dei sistemi sanitari, e il possibile impatto delle opinioni del personale sanitario e delle aspettative dei genitori.

Il progetto Euro-Peristat, di cui fanno parte alcuni accademici della City University London, è frutto della collaborazione di 26 paesi della Unione Europea, più Norvegia, Islanda e Svizzera. Per l’Italia il lavoro è stato coordinato dalla Unità di Ricerca di Epidemiologia Perinatale dell’ Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con la Direzione Generale del Sistema Informativo e Statistico Sanitario del Ministero della Salute e di quella per le Statistiche Socio-Demografiche e Ambientali dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat).

“Il dato sulla elevata frequenza del parto cesareo in Italia, superato in Europa soltanto da Cipro, è ben noto, e solo parzialmente giustificato dalla età elevata delle madri italiane – spiega Marina Cuttini, coautrice dell’articolo pubblicato su Bjog -. Esistono notevoli differenze tra regioni, e quindi si pongono a livello nazionale gli stessi interrogativi sulla appropriatezza dell’intervento sollevati dalle differenze europee. Bisogna dire però che negli ultimi anni, con esplicito riferimento al I Rapporto Euro-Peristat pubblicato nel 2008 (dati 2004, tasso di parto cesareo 37.8%), sono stati compiuti dei passi ufficiali per contenere il ricorso al cesareo, tra cui il documento di intesa Stato-Regioni del 2010 sulla qualità degli interventi assistenziali nel percorso nascita e la pubblicazione, tra il 2010 e il 2012, di linee-guida specifiche a cura dell’Istituto Superiore di Sanità. Di fatto, dopo il picco di 38.5% raggiunto nel biennio 2006-07, il tasso di parti cesarei in Italia si è mantenuto stabile, mostrando recentemente anche una incoraggiante tendenza alla riduzione: 37.6% nel 2011 e 36.6% nel 2012”.

09 Marzo 2015

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