Pubertà precoce aumentata del 30% fra le bambine durante la pandemia. Sotto accusa la sedentarietà. Lo studio del Gaslini

Pubertà precoce aumentata del 30% fra le bambine durante la pandemia. Sotto accusa la sedentarietà. Lo studio del Gaslini

Pubertà precoce aumentata del 30% fra le bambine durante la pandemia. Sotto accusa la sedentarietà. Lo studio del Gaslini
Tra i possibili trigger dell’anticipo puberale può non essere trascurabile il ruolo dello stress psicologico,  delle tensioni familiari, della situazione economica e della possibile maggiore esposizione agli interferenti endocrini durante la pandemia.

La pubertà precoce consiste nella comparsa di segni di sviluppo puberale prima dell’età di 8 anni per le femmine e 9 anni per i maschi. Oltre a un disagio psicologico e relazionale nel bambino, può contribuire ad aumentare il rischio nel corso degli anni di sviluppare patologie quali diabete, malattie cardiovascolari e alcuni tipi di tumore dell’apparato riproduttivo. Prima della pandemia la pubertà precoce colpiva appena un bambino su 10.000. La pubertà precoce è 10 volte più comune nelle bambine che nei bambini, anche se le ragioni di questa differenza sessuale sono ancora misteriose.

L’IRCCS G. Gaslini di Genova ha pubblicato sul Journal of the Endocrine Society di agosto uno studio che prende in esame i dati di 133 ragazze sospettate di essere in pubertà precoce, da gennaio 2016 a giugno 2021. “L’analisi si è concentrata in particolare sui cambiamenti nello stile di vita durante i periodi di lockdown, rivelando che negli ultimi anni è stato osservato un lento aumento di casi di pubertà precoce, in particolare nelle bambine; con un’estrema “impennata” proprio negli ultimi due anni tra Covid-19, pandemia e lockdown, questo fenomeno è stato segnalato da molti centri di diversi paesi” spiega il prof. Mohamad Maghnie, direttore della UOC Clinica Pediatrica ed Endocrinologia dell’Istituto Gaslini e responsabile scientifico dello studio, prime firmatarie del quale sono la pediatra Daniela Fava della Clinica Pediatrica ed Endocrinologia e la dottoressa Carlotta Pepino specializzanda in Pediatria presso l’Università di Genova.

Lo scopo dello studio è stato valutare l’incidenza della pubertà precoce centrale idiopatica (ICPP) nelle femmine durante la pandemia di COVID-19 in Italia rispetto all’incidenza della PP valutata nei 4 anni precedenti. Abbiamo anche investigato la possibile relazione tra l’aumento di incidenza della PP e il cambiamento dello stile di vita legato alla pandemia. “Durante la pandemia di Covid-19, il numero delle bambine che abbiamo valutato per sospetta pubertà precoce è aumentato di quasi l’80% rispetto ai quattro anni precedenti, e la percentuale di bambine a cui è stata diagnosticata la pubertà precoce rapidamente progressiva è stato del 30% più alto durante il periodo pandemico. Prima della pandemia, solo il 41% delle ragazze indirizzate al nostro Istituto per sospetta pubertà precoce presentava una forma rapidamente progressiva, ma durante la pandemia la percentuale è salita al 53,5%” sottolinea Daniela Fava della Clinica Pediatrica ed Endocrinologia.

“Lo studio è stato condotto su 133 bambine che hanno ricevuto diagnosi di pubertà precoce nel nostro Istituto da gennaio 2016 a giugno 2021. A differenza di altri studi italiani, abbiamo analizzato i nostri dati prendendo in considerazione un intervallo più lungo, in particolare il periodo tra marzo 2020 e giugno 2021, durante il quale l’Italia ha subito un lockdown totale, poi parziale, e una riduzione delle attività (chiusura delle scuole, interruzione delle attività fisiche quotidiane, attività di routine, soprattutto quelle non competitive) rispetto ai dati di coorte annuali dei 4 anni precedenti” spiega Daniela Fava della Clinica Pediatrica ed Endocrinologia.

I dati del Gaslini confermano l’aumento del numero di pazienti segnalati per sospetta pubertà precoce durante la pandemia (aumento di 1,79 volte) e l’aumento dell’incidenza di PP idiopatica rapidamente progressiva (RP-ICPP) nello stesso intervallo di tempo (1,3 volte più alto rispetto al periodo precedente). Sono stati registrati 72 nuovi casi in 50 mesi (1,44 casi al mese) prima della pandemia rispetto a 61 casi in 16 mesi (3,8 casi al mese) durante la pandemia.

Parlando dei possibili fattori scatenanti di questo fenomeno, è stato riscontrato un BMI (indice di massa corporea) più elevato nelle ragazze con diagnosi di pubertà precoce rapidamente progressiva durante la pandemia sebbene non statisticamente significativo. Questi dati sono in linea con il trend di aumento di peso registrato negli ultimi anni nei bambini. Un rapido aumento del peso corporeo è associato all’avanzamento dello sviluppo puberale e un aumento della massa grassa corporea, in particolare del grasso viscerale, sembra svolgere un ruolo importante in questo senso. In linea con quest’ultimo concetto, i cambiamenti nelle abitudini quotidiane durante la pandemia potrebbero aver modificato la composizione corporea in termini di distribuzione del grasso, anche senza causare un aumento significativo del BMI. Ricordiamo che tra le pazienti visitate durante i primi 15 mesi della pandemia, quasi il 90% aveva interrotto ogni attività fisica.

L’incremento del BMI non è stato l’unico dato rilevato, abbiamo anche osservato un uso prolungato di dispositivi elettronici, che potrebbe aver influenzato i tempi di sviluppo puberale attraverso fattori diretti e indiretti. Le bambine con diagnosi di pubertà precoce durante il periodo pandemico hanno mostrato una media di 2 ore giornaliere in più (rispetto al periodo precedente) trascorse utilizzando dispositivi elettronici e 88,5% di queste hanno interrotto l’attività fisica programmata che svolgevano prima della pandemia. Nessuna bambina aveva avuto il Covid-19 prima della diagnosi di RP-ICPP” spiega il prof Maghnie. Non si può però escludere che il maggior tempo trascorso dai genitori con i propri figli durante il lockdown possa aver favorito il riconoscimento di segnali precoci di avvio puberale; ciò potrebbe aver contribuito al maggior numero di bambine visitate per sospetta pubertà precoce durante il periodo pandemico. Questo ha anche accelerato la tempistica della diagnosi durante la pandemia, cioè è trascorso meno tempo tra la comparsa dei primi segni puberali e la diagnosi di pubertà precoce. Durante la pandemia, infatti, le bambine a cui è stata diagnosticata la PP erano circa quattro mesi più giovani delle altre (sette anni e otto mesi, anziché otto anni).

Tra i possibili trigger dell’anticipo puberale può non essere trascurabile il ruolo dello stress psicologico, delle tensioni familiari, della situazione economica e della possibile maggiore esposizione agli interferenti endocrini durante la pandemia. “Il forte picco di nuove diagnosi di pubertà precoce idiopatica rapidamente progressiva (RP-ICPP) in coincidenza con la pandemia di COVID-19 è un fenomeno importante. I bambini sono diventati meno attivi fisicamente e i tassi di sovrappeso e obesità, così come lo stress, sono aumentati durante la pandemia. L’attenzione su questo fenomeno ancora in gran parte misterioso, è anche legato alle ricerche che hanno messo in relazione la pubertà precoce con il possibile un aumento del rischio di malattie cardiometaboliche, depressione e altri problemi di salute mentale nella vita adulta. Inoltre, l’età precoce del menarca è un fattore di rischio accertato per il cancro al seno e altre forme di tumore estrogeno dipendenti” conclude il prof. Maghnie. Sarà fondamentale, appena possibile, confrontare i dati provenienti da diversi Paesi che hanno subito diversi modelli di ‘blocco’ e di protezione, che potrebbero aiutare a evidenziare gli effetti di alcuni fattori di stress o di cambiamento nello stile di vita più di altri, concludono gli esperti.

06 Settembre 2023

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