Scoperta la sede della memoria ‘sociale’. Possibili ricadute nel trattamento di Alzheimer e autismo

Scoperta la sede della memoria ‘sociale’. Possibili ricadute nel trattamento di Alzheimer e autismo

Scoperta la sede della memoria ‘sociale’. Possibili ricadute nel trattamento di Alzheimer e autismo
Quella sociale è una forma di memoria talmente importante ed essenziale per la sopravvivenza che l’evoluzione gli ha dedicato uno ‘scaffale’ a parte, rispetto a tutti gli altri ricordi. Un repository che è stato individuato da un gruppo di ricercatori giapponesi del BRAIN-MIT in un circuito ‘dedicato’ dell’ippocampo ventrale. La scoperta, che apre interessanti prospettive di terapia nel campo dell’Alzheimer e dell’autismo, è pubblicata su Science

C’è una frase che è quasi un ‘classico’ del rompere il ghiaccio tra due persone che si sono già incontrate o anche solo incrociate in qualche occasione passata: ‘ma non ci siamo già visti da qualche parte?’ Un ricordo che affiora da un incontro passato e che gli scienziati chiamano ‘memoria sociale’.
 
L’esistenza di questa forma particolare di memoria è nota da tempo. E da oggi ne conosciamo anche la sede, grazie da uno studio del RIKEN-MIT Center for Neural Circuit Genetics, pubblicato su Science.
 
I ricercatori giapponesi hanno infatti scoperto che lo ‘scaffale’ della memoria sociale è collocato in un circuito cerebrale particolare che comprende la parte ventrale dell’ippocampo. “Si tratta di un circuito speciale dell’ippocampo – spiega Susumu Tonegawa, direttore del RIKEN Brain Science Institute e del RIKEN-MIT Center – interamente dedicato ad una modalità di memoria critica per le interazioni sociali”, che l’evoluzione biologica ha separato dalle altre memorie. Un ‘occhio di riguardo’ della natura insomma a  riprova di quanto le interazioni sociali siano importanti per la sopravvivenza degli animali ‘sociali’, l’espressione massima dei quali, per dirla con Aristotele, è l’uomo.
 
Il gruppo di Tonegawa, che studia da anni l’argomento, è approdato a questa scoperta andando a studiare il comportamento dei topi. Animali curiosi, più attratti dagli sconosciuti che dai ‘colleghi’ di gabbia noti. Di solito, quando un topo viene messo in una gabbia con altri due topi, uno a lui conosciuto, l’altro no, l’animale passerà di certo più tempo ad annusare il nuovo arrivato. Ma se si va a danneggiare il ricordo del topo conosciuto, l’animale test annuserà per la stessa quantità di tempo entrambi i topi.
 
Partendo da questa constatazione i ricercatori giapponesi sono ricorsi all’osservazione comportamentale e all’optogenetica per valutare se la memoria sociale fosse immagazzinata nella regione dell’ippocampo CA1, già nota per essere implicata nella memoria. L’inibizione optogenetica della sottoregione ventrale CA1, ma non della sottoregione dorsale, fa comportare i topi come se non ricordino di aver mai incontrato il topo ‘familiare’.
 
Uno studio più approfondito della regione CA1, ha invece portato a scoprire che i neuroni attivi all’inizio dell’interazione sociale erano connessi a tre regioni. La preferenza per il topo non familiare veniva disturbata però solo quando si andava ad inibire l’output da una delle tre, il nucleus accumbens.
Ulteriori test hanno quindi confermato che questo circuito nucleus accumbens-CA1 ventrale è proprio il ‘luogo’ dove vengono conservate le memorie sociali.
 
Un altro gruppo di esperimenti ha portato a scoprire che le memorie sociali non durano quanto le altre memorie e in particolare nei topi sono a breve ‘scadenza’. Dopo appena 24 ore, i topi si comportano come se non avessero mai incontrato un altro animale, al quale erano stati precedentemente esposti. A meno di non riattivare optogeneticamente l’area della memoria sociale. In questo caso, anche a 24 ore di distanza dal primo incontro, il  topo test perde immediatamente interesse nel topo ‘conosciuto’, comportandosi come se lo avesse incontrato appena 30 minuti prima.
 
Ciò significa che è possibile recuperare ‘artificialmente’ la memoria sociale. Un elemento di grandissimo interesse nel campo dell’Alzheimer e non solo. “Questa scoperta – sottolinea Tonegawa -permette di comprendere i meccanismi cerebrali fondamentali sottesi alla capacità di riconoscere gli individui. Dato che alcune patologie come l’autismo sono caratterizzate anche da problemi nelle interazioni sociali, questo filone di ricerche potrebbe contribuire allo sviluppo di nuove forme di terapia per questi disturbi”.
 
E il gruppo di Tonegawa intende infatti cimentarsi ora nello studio della relazione tra memoria sociale ed autismo. “Molte persone autistiche – spiega Teruhiro Okuyama, primo nome dello studio su Science –  presentano un’alterazione della memoria sociale e noi sappiamo che alcuni geni correlati all’autismo sono espressi nella regione ventrale CA1. Il nostro obiettivo è di andare dunque a scoprire la funzione di questi geni e, attraverso un’adeguata manipolazione, andare a ridurre i loro effetti patologici.”
 
Okuyama T, Kitamura T, Roy DS, Itohara S, Tonegawa S (2016). Ventral CA1 neurons store social memory. Science. doi: 10.1126/science.aaf7003
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

29 Settembre 2016

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