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Facoltà mediche e Pnrr: se ci siete battete un colpo

di Claudio Maria Maffei

Se le Facoltà mediche non saranno capaci di evolvere nella loro capacità di accompagnare il Pnrr e le trasformazioni culturali e organizzative che comporterà forse il loro ruolo in rapporto col SSN andrà ripensato. Meglio se sarà velocemente corretto. Oltre che a studiarle le Facoltà di Medicina e Chirurgia alcune mutazioni dovrebbero sperimentarle

25 FEB - Il Pnrr sta confermando un fenomeno noto da tempo a chi vive dentro la realtà del Servizio Sanitario Nazionale: la sostanziale estraneità delle Facoltà di Medicina e Chirurgia ai processi di evoluzione culturale e organizzativa che avvengono all’interno del SSN. Prendiamone uno non a caso: il progressivo trasferimento al “territorio” dei processi assistenziali di risposta alla cronicità secondo il modello del Chronic Care Model (CCM).
 
Ho già avuto modo di ricordare qui su QS che il CCM ha una robustissima tradizione accademica (non in Italia), essendo stato inizialmente sviluppato nel 1998  dal professor Wagner e dai suoi colleghi del McColl Institute for Healthcare Innovation, in California per essere poi nel tempo oggetto di altri contributi che lo hanno portato ad essere fatto proprio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
 
Assistere le persone con condizioni croniche secondo il Chronic Care Model comporta la scelta di:
1. promuovere un’assistenza basata sulla popolazione e non sul singolo individuo (per far questo occorre procedere alla stratificazione del rischio e articolare l’intervento su differenti livelli di intensità assistenziale);
 
2. riconoscere la centralità delle cure primarie nei processi assistenziali con forti collegamenti con il resto del sistema;
 
3. erogare un’assistenza focalizzata sui bisogni individuali della persona considerata all’interno del suo specifico contesto sociale;
 
4. dare importanza alla partecipazione comunitaria;
 
5. investire sull’auto-gestione dei pazienti e dei caregiver;
 
6. puntare su team multiprofessionali orientati al miglioramento continuo.
 
Questo modello ha ispirato in Italia le prime esperienze di Case della Salute (molto ben ricostruite qui su QS da Marco Geddes da Filicaia), la proposta degli Ospedali di Comunità (anche la loro storia è stata di  recente molto ben ricostruita qui su QS da Banchieri, Dal Maso, De Luca e Ronchetti)  e la sperimentazione dell’infermiere di famiglia e di comunità (per la cui storia in Italia si rimanda ad un contributo di Menarello).
 
Con il Piano Nazionale della Cronicità del 2016 queste innovazioni hanno trovato sul piano formale una dimensione di sistema, senza purtroppo riuscire sul piano della operatività ad andare molto al di là delle esperienze di alcune Regioni che avevano partecipato allo studio “Malattie croniche: supporto e valutazione comparativa di interventi per l’identificazione proattiva e la presa in carico del paziente complesso finalizzati alla prevenzione dei ricoveri ripetuti”, oggetto di un rapporto della Agenzia Regionale Sanitaria della Toscana nel febbraio 2018.
 
Adesso il modello del CCM viene fatto proprio dai progetti e investimenti del Pnrr e dal cosiddetto DM 71 con i modelli e gli standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale. E quindi dopo questa fase in cui le Regioni gestiscono i nuovi servizi territoriali come progetto edilizio, deve partire la fase (anzi, dovrebbe essere già partita) in cui il progetto edilizio diventa un processo culturale e organizzativo. Vanno create nuove figure professionali (si pensi agli infermieri di famiglia e di comunità), vanno promosse nuove competenze e sperimentate nuove modalità organizzative.
 
Qual è in questo straordinario e difficile processo il ruolo di formazione e ricerca delle Facoltà di Medicina e Chirurgia? Certo non possono rimanere gli stessi luoghi, gli stessi contenuti, gli stessi docenti e gli stessi metodi. L’esperienza di questi anni in cui le innovazioni oggi introdotte ufficialmente dal Pnrr cominciavano ad essere sperimentate raramente ha visto la partecipazione  delle Facoltà mediche.
 
Ma anche sul piano della formazione e’ significativa di un atteggiamento davvero fuori dal tempo la vicenda di due anni fa relativa al DM n.82 del 14 maggio 2020 “Modifica requisiti di docenza lauree per Infermieri”, che modificava il numero minimo di docenti di riferimento dei Corsi di Laurea in Infermieristica, passando da 5 a 3, e per quanto concerne i docenti a tempo indeterminato, da 3 a 1. Il commento che ne fece il mio amico Marcello Bozziancora me lo ricordo.
 
Avevo già segnalato alcuni mesi fa qui su QS come nel dibattito sulla sanità italiana e sul Pnrr le grandi assenti continuassero ad essere le Facoltà di Medicina e Chirurgia e le Università in cui operano. Tanto è vero che l’unico intervento strutturato sul Pnrr di provenienza universitaria continua ad essere quello di 16 ricercatori di  6 università italiane in cui ad essere rappresentate prevalentemente sono punti di vista non sanitari, con una netta prevalenza di competenze  sui temi della economia, del management e delle politiche sanitarie.
 
Se le Facoltà mediche non saranno capaci di evolvere nella loro capacità di accompagnare il Pnrr e le trasformazioni culturali e organizzative che comporterà forse il loro ruolo in rapporto col SSN andrà ripensato. Meglio se sarà velocemente corretto. Oltre che a studiarle le Facoltà di Medicina e Chirurgia alcune mutazioni dovrebbero sperimentarle.
 
Claudio Maria Maffei

25 febbraio 2022
© Riproduzione riservata


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