Com’è difficile fare le riforme in sanità

Com’è difficile fare le riforme in sanità

Com’è difficile fare le riforme in sanità
In questi giorni si tenta di accelerare la messa su terra dei presidi della nuova assistenza territoriale. Un lavoro improbo nel quale occorrerebbe impegnare tutti “gli ingegneri della salute” per capire cosa bisogna fare per ricostruire ciò che non c’è mai stato. Ma anche per scrivere le nuove linee guida dell’assistenza globale, con a valle la programmazione ospedaliera da rifare con occhio lungo, evitando le solite inutilità e le attività preparatorie per ingigantire l’erogazione privata accreditata.

A gennaio prossimo saranno quattro anni che abbiamo (ahinoi) conosciuto il Covid. Abbiamo perso il conto dei morti e non siamo riusciti a fare la conta con le responsabilità, nessuna delle quali sanzionate al seguito. E’ andata liscia come l’olio a chi ha lasciato il Paese con un piano dell’emergenza scaduto da anni, con gare di acquisto di presidi medicali (mascherine su tutto) fasulle e generatrici di creste giganti. E’ andato tutto bene a quegli irresponsabili che non hanno elaborato il Piano Sanitario Nazionale dal 2006, dico da 17 anni!

Ciò senza contare l’assenza di tutti gli atti di programmazione regionali (tutti, nessuno escluso) fatti senza ricorso al fabbisogno epidemiologico che ne costituisce il presupposto essenziale.

Si è andati avanti nella solita logica, di proporre il nuovo per mettere da parte le colpevoli inerzie, generatrici (ahinoi) di stragi.

Meno male che c’è Riccardo, per dirla alla Gaber

A tutto ciò, lamentato da tutti senza però ricorrere ai modi e alla continuità che meriterebbero, si è detto c’è il PNRR. Uno strumento venduto politicamente da quattro Governi, e poi svenduto nei risultati. Tantissime case della comunità (1350), ospedali di comunità (400) e centrali operative territoriali (600) tutti apparentemente finanziati che si registrano in sensibile ritirata numerica, rispettivamente: Case di comunità da 1350 a 936; ospedali di comunità da 400 a 304 e COT da 600 a 524. Senza contare che, una volta ultimati, si vivrà il dramma di vederli vuoti e “non vegeti”. Per non parlare della telemedicina, trattata come business e non come fondamentale strumento di assistenza a distanza, specie nella periferia forte del nulla.

Senza contare le Aziende Zero, istituite lì e quasi ovunque senza avere fatto alcunché, se non a consumare retribuzioni da capogiro spesso immeritatamente. Strutture queste, ben volute dagli aziendalisti a caccia di incarichi e cachet, che abbisognerebbero di un management e di una voglia di cambiare il mondo che in Italia non ci sono.

Per dirla alla Cocciante

“Che pena che mi fa”, giusto per prendere in prestito un sentimento espresso in “Bella senz’anima”, l’attuale ministro lasciato da solo. Medico, accademico con esperienza rettorale in una Università all’avanguardia in alcuni ambiti di ricerca tradotti in magnifica assistenza, con tanta voglia di fare ma con poca esperienza politica. Questo per il capo dicastero della salute costituisce un grande limite perché lo porta ad imitare i politici di professione senza esserlo: ogni giorno ne trova una nuova cui aggrapparsi.

In questo, commette l’errore di tutti: trascurare gli errori da correggere e non mettere mani alle vere riforme strutturali. Prioritariamente, non si attrezza delle migliori collaborazioni e genera complicità con Regioni e grandi Comuni, cercando affannosamente accordi nel peggiore degli ambiti istituzionali: la Conferenza Stato-Regioni, l’espressione massima dell’Italia che va male, sempre peggio.

Certo, le riforme sono il più grande dei problemi! Solo Renzi l’aveva vista lunga con il referendum del 2016, che gli italiani hanno trattato così come fecero i napoletani con le scarpe di Achille Lauro a quello Repubblica/monarchia, ove quest’ultima ebbe a vincere solo ai piedi del Vesuvio. Il Senato delle Autonomie, con ritorno a casa delle Conferenze, e la implementazione dell’art. 117, comma 2, lett. m) (quello dei Lea per intenderci) con “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare” avrebbe risolto tanti problemi finanche quello di sottrarre la assistenza sociosanitaria e la alimentazione all’autonomia legislativa differenziata.

Il tentativo di accelerazione, che rimarrà tale

In questi giorni, forse un po’ intempestivamente, si tenta di accelerare la messa su terra dei presidi della nuova assistenza territoriale. Un lavoro improbo, questo, nel quale occorrerebbe impegnare tutti “gli ingegneri della salute”, intendendo per tali le professioni più qualificate per capire cosa bisogna fare per ricostruire ciò che non c’è mai stato. Ma anche per scrivere le nuove linee guida dell’assistenza globale, con a valle la programmazione ospedaliera da rifare con occhio lungo, evitando le solite inutilità e le attività preparatorie per ingigantire l’erogazione privata accreditata. Da qui, il quesito: prima l’uovo (intendendo il territorio) o la gallina (intendendo la spedalità al lordo dei preziosi IRCCS, i veri eroi della assistenza ospedaliera che macinano miliardi di mobilità attiva dalle regioni povere).

Funzionale a tutto questo, è la cancellazione delle inutili strutture intermedie (al secolo, le Aziende Zero), e ricominciare a pensare di regalare al ministro per Natale le rilevazioni regionali dei fabbisogni epidemiologici, le mappe dei rischi non solo epidemici. Strumenti sui quali Schillaci sarà bravo a metterci del suo certamente meglio di come hanno fatto i suoi predecessori, sempre che sappia usare più autorità che carota.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

20 Settembre 2023

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