Natalità in calo anche tra le donne immigrate. Amsi e Uniti per Unire: “Servono più prevenzione ricerca, informazione e aggiornamento inter-professionale”

Natalità in calo anche tra le donne immigrate. Amsi e Uniti per Unire: “Servono più prevenzione ricerca, informazione e aggiornamento inter-professionale”

Natalità in calo anche tra le donne immigrate. Amsi e Uniti per Unire: “Servono più prevenzione ricerca, informazione e aggiornamento inter-professionale”
In Italia, tra il 2010 e il 2015, il numero di figli/donna è calato da 1,32 a 1,27 (-0,05). E anche le donne immigrate, generalmente più prolifiche, fanno meno figli (il rapporto è sceso da da 2,36 a 1,94). “A causa delle difficoltà economiche, della disoccupazione, dell’aumento dei divorzi, ma anche perché in Italia le straniere trovano più autonomia e coraggiodi decidere sul proprio futuro”.

Uno dei temi più discussi, negli ultimi anni, legato al fenomeno dell’immigrazione riguarda il tasso di natalità, che secondo alcuni sarebbe più alto nelle coppie di origine straniera che in quelle italiane. Una convinzione in parte smentita da una ricerca curata dall’Amsi-Associazione Medici di origine straniera in Italia, dal Movimento internazionale Uniti per Unire, in collaborazione con il prof. Claudio Manna e tenuto conto dei puù recenti dati Istat, che evidenzia come il tasso di natalità tra le donne straniere si abbassi una volta trasferite in Italia.

Infatti, secondo il Prof. Claudio Manna ginecologo, esperto di infertilità e docente a Tor Vergata delle tecniche di Fecondazione assistita e esponente di Uniti per Unire, il quoziente di natalità (QN) dal 2011 al 2016 in Italia è sceso da 9 a 7,8. In particolare nel Lazio è stato di 8,1 mentre 7,7 nel centro e nel nord Italia 7, 8 al sud. In Trentino Alto Adige, invece, è di 9,5 mentre a Bolzano è addirittura di 10,4.

Il numero medio dei figli per le donne residenti in Italia dal 2011 al 2015 è sceso costantemente da 1,44 a 1,35. In particolare nel Lazio il tasso di fecondità totale nel 2015 è risultato pari a 1,32 , cioè meno di quello nazionale.

E se nelle italiane il numero di figli/donna è calato da 1,32 a 1,27 (-0,05) nelle straniere è sceso da 2,36 a 1,94 (-0,42 ossia 10 volte di più). “Quindi l’opinione secondo la quale al tasso di natalità italiano contribuisca maggiormente la quota dei nati da coppie straniere non corrisponde a verità”.

Secondo la ricerca condotta dalle due  associazioni e comunità di origine straniera aderenti al Movimento Uniti per Unire, inoltre, le donne immigrate negli ultimi 10 anni hanno avuto meno figli (meno di 2 per coppia) a causa delle crescenti difficoltà economiche ,della disoccupazione e dell’aumento dei divorzi. “Anche le differenti struttura sociali dell’Italia potrebbero influire su questo andamento, dando più autorità, autonomia e coraggio alle donne a decidere sul loro futuro, sia nel matrimonio quanto nel lavoro”.

Le residenti in Italia, infatti, fanno figli in età più tardiva rispetto alle loro amiche e cugine dei loro paesi di origine, le quali si sposano ad un età compresa tra i  19 ed i 24 anni  facendo 4 figli per coppia, “dimostrando così anche minori problemi di fertilità”, spiega il fondatore di Amsi e Uniti per Unire, Foad Aodi, medico fisiatra.

E a proposito di fertilità, secondo Manna, “fondamentale è l’ascolto attento del medico specialista nell’infertilità per affrontare al meglio queste problematiche che possono danneggiare anche il rapporto di coppia. La statistica dell’infertilità a livello internazionale è compresa tra il 15 e il 20%, ma in Italia potrebbe essere maggiore, in quanto l’età della donna al primo figlio è di 31 anni, la più elevata in Europa. Infatti l’età della donna incide moltissimo sulla fertilità naturale e artificiale. L’inquinamento ambientale e lo stress sono altri fattori che possono abbassare molto la fertilità femminile e maschile”.

La proposta di Amsi ed Uniti per unire riguarda la prevenzione, da realizzarsi con una corretta informazione e ricerca sui fattori più rilevanti che influiscono su fertilità e sterilità compreso l’aggiornamento e la collaborazione interprofessionale e interdisciplinare che deve indirizzare verso cure sempre più personalizzate e centri di sicura qualità.

19 Luglio 2018

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