Suicidio assistito. Come la mettiamo con il Codice deontologico dei medici?

Suicidio assistito. Come la mettiamo con il Codice deontologico dei medici?

Suicidio assistito. Come la mettiamo con il Codice deontologico dei medici?
Il Codice Deontologico potrebbe restare immodificato, salvo stabilire la non sanzionabilità del medico che, in alcune condizioni predeterminate, dia aiuto e accolga le richieste del paziente in stato di sofferenza irriducibile fisica e esistenziale, che prolunga soltanto una vita insopportabile

Dato che giacciono in parlamento ben 5 Disegni di Legge sul "suicidio assistito" vorrei soffermarmi su alcune considerazioni deontologiche pur consapevole che un siffatto problema evoca questioni valoriali e muove la coscienza di ognuno. La tesi di partenza di una visione laica (presente anche nell'ordinanza 207/18 della Corte Costituzionale) è il rispetto della autodeterminazione del cittadino che deve poter scegliere, quando ciò è possibile, riguardo alla fine della propria vita.
 
Questa argomentazione, fondata sul valore costituzionale del rispetto della persona, trova difficoltà di fronte alla pretesa primazia di altri principi. Laicità significa non impedire ad alcuno di esercitare la propria libertà fino al limite in cui non lede interessi altrui e, in questo caso, non vi è alcun danno per altri. Possono esser coinvolte altre persone quando la richiesta suicidaria non può essere attuata dal paziente stesso, al che si ovvia con l'obiezione di coscienza del medico, prevista nei suddetti DdL.
 
Allo stato la questione del suicidio assistito (escludiamo l'eutanasia finora assai poco affrontata anche altrove) è oggetto della citata ordinanza della Corte, dei suddetti 5 DdL, del parere di alcuni Organismi Bioetici e della Consulta Deontologica della FNOMCeO, mentre si attende ancora il Comitato Nazionale di Bioetica e, fondamentalmente, la discussione parlamentare.
 
Dando per conosciuto il contenuto dell'ordinanza n.207/18 della Corte, i DdL n. 966 e n. 1875, assai più completi e unificabili, si muovono nell'ambito della l. 219/17 e della citata ordinanza. In estrema sintesi si consente, in determinate condizioni di sofferenza fisica e psichica – indipendentemente dalla presenza di sostegni vitali -, previa attestazione medica e parere di una commissione ad hoc, di garantire l'assistenza al suicidio che dovrebbe avvenire a domicilio o in strutture pubbliche e essere ricompresa nei LEA.
 
Il DdL in ambito Lega considera l'alimentazione artificiale (sic) un trattamento non sanitario, esibendo la consueta italica visione antiscientifica (un presidente del Consiglio sostenne che Eluana poteva rimanere incinta!); in quanto al suicidio assistito questo DdL consente, in presenza di sintomi refrattari ai trattamenti palliativi, soltanto la scelta della sedazione terminale (a tempo indeterminato?).
 
Tornano alla mente le parole pronunciate da Benedetto Croce nell'annunciare il voto contrario ai Patti Lateranensi; "se c'è chi ha detto che Parigi val bene una Messa, c'è anche chi per nessuna Parigi è voluto andare a Messa". Purtroppo la storia si ripete.
 
Penso, nel caso si giunga alla discussione parlamentare, che sarebbe opportuna una legge molto duttile, che lasci ampio spazio alle situazioni individuali, che preveda l'obiezione di coscienza del personale sanitario, e che l'obiettivo giuridico sia la depenalizzazione, in condizioni predeterminate, degli articoli del cp. Il Parlamento saprà discutere serenamente e senza fondamentalismi?
 
In un paese ordinato si potrebbe lasciare il "caso per caso" a una modifica del Codice dei Medici e alla Magistratura; temo invece che una discussione sbracata e di basso livello finisca col peggiorare la stessa 219/17, che è sostanzialmente buona. La volontà di prevaricare non è mai sopita e il dominio sul corpo è sempre stato un vessillo di qualsiasi regime.
 
I medici, tuttavia, vorranno cambiare l'articolo 17 del Codice Deontologico che vieta di "favorire e provocare" la morte? La questione non è semplice. I medici sanno benissimo, come diceva Bichat, che l'unica malattia che ha il cento per cento di mortalità è la vita. Ma i medici hanno sempre avuto come principio fondativo quello di contrastare la morte o almeno alleviarne le sofferenze fisiche e spirituali. 
 
Tuttavia, senza voler far opera di storico, è come se il medico, dopo aver fatto tutto quel che era nelle sue possibilità, affidasse il momento del passaggio ai familiari o al sacerdote. Nello Statuto fiorentino dell'Arte dei Medici e degli Speziali del 1314 al capo LVI si impone al medico, in caso di malattia grave, di "ammonire l'infermo e consigliare ch'egli pigli penitenza delle cose commesse". La morte era affidata al sacerdote.
 
Philip Aries ha studiato la morte nei secoli; ebbene oggi il morire appartiene alla scienza medica che ha gli strumenti per modificarne il decorso naturale. La morte è un processo complesso che la tecnologia può protrarre quasi a suo piacimento. Ma se la morte non è altro che l'atto conclusivo della vita biologica a chi ne spetta l'assistenza? E se la tecnologia ha cambiato la naturalità biologica protraendo il processo del morire e un cittadino in queste condizioni invoca la fine della sua vita quale è il ruolo del medico?
 
Mi sembra stravagante impedire a un infermiere di iniettare morfina a un cardiopatico e invece proporre di affidargli l'assistenza alla morte, il momento in cui è più drammatica la ricerca di senso.
 
Nella letteratura occultistica e nell'antichità classica sussiste la figura, terrificante e ostile, del custode della soglia della morte. Credenti o non, la morte è un passaggio personalissimo e arduo nel quale compito antichissimo del medico è di attenuare le sofferenze. Al di là dei punti di vista religiosi o filosofici il morire è questione legata alla cultura della società, diversa nei successivi periodi storici, un problema antropologico che la medicina non può abbandonare.
 
Se il medico non può lasciare incustodita la soglia della morte, oggi si trova anche a render conto dei successi e del fallimento dei successi della medicina moderna. La tecnologia contrasta la morte talora per ricondurre alla vita talaltra per offrire una sorta di vita non vita, una sopravvivenza che lo stesso paziente finisce col rifiutare.
 
Allora, come Dedalo inventò il labirinto e il filo per uscirne, chi  porgerà aiuto a chi, stanco di un prolungamento artificiale della vita, desidera uscirne con dignità? 
 
Forse il Codice Deontologico potrebbe restare immodificato, salvo stabilire la non sanzionabilità del medico che, in alcune condizioni predeterminate, dia aiuto e accolga le richieste del paziente in stato di sofferenza irriducibile fisica e esistenziale, che prolunga soltanto una vita insopportabile.
 
Antonio Panti

Antonio Panti

01 Luglio 2019

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