Terza Età. Ti senti vecchio? Sì, ma solo dopo gli 80 anni

Terza Età. Ti senti vecchio? Sì, ma solo dopo gli 80 anni

Terza Età. Ti senti vecchio? Sì, ma solo dopo gli 80 anni
E' quanto emerge dall’indagine internazionale sui servizi sanitari “Bupa Health Pulse”, realizzata da una delle maggiori società mondiali di assicurazioni sanitarie per espatriati, che ha fotografato la percezione che gli over 65 hanno della vecchiaia: il confine si sposta dopo gli 80 anni ma resta scarsa la loro attenzione ad assicurarsi un’assistenza dignitosa.

I francesi sono i più ottimisti nei confronti della vecchiaia: quasi un terzo di loro ritiene che questa inizi solo dopo il compimento degli 80 anni di età. Gli italiani over 65, anche se non così ottimisti, dichiarano comunque di non sentirsi vecchi nel 69% dei casi. I cinesi, al contrario, si sentono vecchi (lo crede il 60%) già prima dei 60 anni. I brasiliani sono i più ansiosi: il 17% di loro (contro una media mondiale del 3%) attendono preoccupati. La maggioranza degli indiani (70%) appare particolarmente preoccupata. Ma, al tempo stesso, pensa a prepararsi (lo fa il 71%) per la terza età.
I dati appena citati sono stati raccolti dall’indagine internazionale sui servizi sanitari “Bupa Health Pulse”, presentata oggi dalla London School of Economics. Uno studio che, come ricorda dalla nota stampa che lo annuncia, ha coinvolto più di 12 mila persone in dieci diversi Paesi (Australia, Brasile, Cina, Francia, Germania, GB, India, Italia, Messico, Russia, Spagna, Stati Uniti), con l’obiettivo di “fotografare” la percezione che si ha nel mondo del naturale processo di invecchiamento delle popolazioni e le criticità ad esso collegate.
L’aspettativa di vita è in crescita pressoché dappertutto nei Paesi industrializzati (sono ancora molti i Paesi in via di sviluppo alle prese con patologie o situazioni naturali che incidono pesantemente sulla mortalità infantile, Ndr.): negli ultimi sessant’anni la media mondiale di crescita è stata di 21 anni, passando dai 47 anni del quinquennio ‘90-95, ai 68 anni del periodo 2005-2010. Certo, le differenze tra Paese e Paese esistono e in alcuni casi sono assai evidenti. Come nel caso di Cina, India e Messico che hanno avuto il maggior trend di aumento dell’aspettativa di vita (rispettivamente 32,2; 25,6 e 25,4 anni). Nella Federazione russa, al contrario, l’aspettativa di vita alla nascita è cresciuta solo di due anni a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo. Il record di aspettativa di vita, al momento, è appannaggio dell’Australia, con 81,5 anni di età, mentre l’ultimo posto di questa particolare classifica è occupato dall’India con 67,6 anni.
Sono numeri che testimoniano l’importanza delle misure messe in campo da ciascun Paese per finanziare i servizi a favore di questo “universo” di anziani. Secondo “Bupa Health Pulse” si tratta di una vera e propria “sfida” che metterà alla prova le capacità dei vari Governi di predisporre un’assistenza sociale degna di questo nome.
Non va dimenticato a questo proposito – e i ricercatori di Bupa International, uno dei maggiori assicuratori sanitari per espatriati del mondo, non l’hanno fatto – che la parte più rilevante nella domanda di servizi sociali dipende proprio dalle condizioni di salute della popolazione anziana. Che oggi è chiamata a fare i conti con patologie croniche come il diabete, le malattie cardiache, l’artrite. Ma anche con malattie dal forte impatto sociale quali la demenza, il cancro, l’ictus il cui trattamento ha costi elevati in qualsiasi Paese si voglia considerare.
Per meglio comprendere la portata di queste informazioni è opportuno tornare ai numeri della “Bupa Health Pulse”. Tra gli intervistati in tutto il mondo la maggiore preoccupazione espressa è risultata quella di essere colpiti da un tumore (lo ha affermato il 34% del campione) o di dover affrontare in vecchiaia le conseguenza della demenza (23%). L’assistenza, in questo caso, secondo i due terzi del campione (66%), dovrebbe venire dalle loro famiglie (meno fiducioso il 59% degli australiani contro il 76% dei brasiliani che mostrano il maggiore attaccamento ai valori famigliari). Al tempo stesso però sono pochi coloro che pensano per tempo a garantirsi un futuro sereno: meno di un quarto (22%) degli ultrasessantacinquenni ha infatti messo da parte soldi per la vecchiaia. Oltre alla famiglia, infatti, una forte maggioranza del campione di tutto il mondo (86%) ritiene che lo Stato debba migliorare i supporti necessari (con una punta del 62% che chiede un miglioramento “drastico”). Forse è questo il motivo che induce solo il 7% degli intervistati a credere fermamente che lo Stato si assumerà la responsabilità della loro assistenza in vecchiaia.
L’analisi condotta dai ricercatori a questo proposito evidenzia forti criticità: le reti informali di assistenza (cioè il modello tradizionale delle famiglie che badano ai propri anziani) vanno progressivamente disgregandosi, anche a causa “della significativa diminuzione di assistenti informali rispetto agli anziani non autosufficienti”: occorrerà quindi trovare forme di consenso “sulla condivisione dei contributi per l’assistenza degli anziani tra i gruppi sociali”. Resta inoltre forte il rischio che gli anziani con esigenze di assistenza, possano esaurire le proprie risorse per pagarla: lo prova anche lo sviluppo del dibattito in tutto il mondo sull’importanza di meccanismi destinati a proteggere le risorse finanziarie degli anziani più bisognosi, sia sul piano sanitario che su quello economico.
Un dato questo particolarmente evidente nel nostro Paese, da tempo ai vertici delle classifiche sulla più alta aspettativa di vita. Le risposte degli italiani alle interviste realizzate da Bupa Health Pulse 2010, rivelano come il 34% dei nostri concittadini ultrasessantacinquenni progetti di usare risparmi e investimenti “quando arriva il tempo”. E il 26% semplicemente lo farà “quando accade”.
Anche per gli abitanti del Bel Paese il ruolo maggiore per l’assistenza in vecchiaia dovrà essere svolto dal Governo (lo pensa circa un quarto di tutti gli intervistati, il 24%) ma quasi tre quarti (il 72%) ritiene che alla fine questo peso ricadrà sulla loro famiglia.
La mancanza di una visione a lungo termine mostrata dagli intervistati è stata sottolineata con preoccupazione da Sneh Khemka, direttore medico di Bupa International: “La grande maggioranza degli italiani pensa che i loro parenti li accudiranno quando non potranno più farlo da soli. Ma non ci si accorge dei cambiamenti in atto nelle famiglie e che gli stessi parenti potrebbero non essere in grado di assumersi il carico dell’assistenza in futuro”.
Gli ha fatto eco Jose-Luis Fernandez, ricercatore della London School of Economics : “È in atto una pericolosa combinazione di fattori societari ed economici – cambiamenti demografici, nascita delle famiglie allargate, crescita del tasso di divorzi, migrazioni e aumento delle donne lavoratrici, tra gli altri – che finiranno con l’erodere le strutture supportate dalla famiglia. Quelle cioè che hanno storicamente fornito la maggiore assistenza agli anziani non indipendenti. I sistemi di assistenza sociale stanno affrontando enormi difficoltà finanziarie e sta emergendo una sfida globale sul modo di supportare gli anziani non autosufficienti in futuro”.
“Tutti gli anziani hanno diritto a cure personalizzate di qualità” ha quindi concluso Sneh Khemka. “Questo però sarà possibile solo se si diffonde una corretta cultura della pianificazione del domani. Credo che i risultati della nostra indagine possano essere di stimolo per iniziare a pensare alla propria assistenza futura, parlandone con le proprie famiglie e preparandosi ad essa”.
Maggiori informazioni sullo studo sono disponibili sul sito visitare www.bupa.com/healthpulse/ageing

16 Settembre 2010

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